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Cronache dal paese spaesato

Romanzo verità del giornalista Gigi Riva sul suo Nembro falcidiato dal Covid-19, le storie di 188 vittime, gente che teneva insieme la comunità, «vite, non numeri»

Paolo Gualandris

Email:

pgualandris@laprovinciacr.it

16 Marzo 2022 - 05:15

CREMONA - «Immaginate un luogo dove all’improvviso tutte le figure di riferimento, quelle che ‘fanno’ il paese, quelle che tu sai che se vai in piazza li troverai lì... ecco, immaginatevi che all’improvviso non ci sono più, che il paese diventa ‘spaesato’». Quel luogo è Nembro, in provincia di Bergamo, in val Seriana per la precisione, ed è da lì che viene Gigi Riva, editorialista de L’Espresso - giornalista che in trent’anni di cronache dai fronti di guerra ne ha viste tante - protagonista della videorubrica «Tre minuti un libro» curata da Paolo Gualandris, in rete da oggi sul sito www.laprovinciacr.it.  


Nembro: 1.500 abitanti, 126  nomi di morti sulla lapide della Prima Mondiale,  98 i morti nella seconda guerra mondiale, 188 le vittime del Covid 19 tra la fine di febbraio e l’aprile 2020, 164 delle quali a marzo, «Il più crudele dei mesi», per dirla con i titolo del libro di Riva, che, significativamente, si completa con «Storia di 188 vite».  Sono usciti tanti libri-inchiesta sul Covid, «il mio vuol essere un romanzo del vero, cioè fatti veri raccontati sotto forma di romanzo per narrare  una comunità che fosse emblematica». Un affresco di umanità che mostra come le piccole realtà sono un mondo completo che sopravvive grazie all’interazione di coloro che lo popolano. «Un romanzo corale dove i protagonisti sono donne e uomini che hanno dovuto far fronte a una catastrofe. Senza perifrasi, uno dei più bei libri italiani pubblicati negli ultimi anni», ha scritto Wlodek Goldkorn, de L’Espresso.


Fino all’inizio del 2020, Nembro era semplicemente un comune in provincia di Bergamo, simile per certi versi a tanti altri in Italia. Dopo non più, perché diventa il paese più colpito dal Covid-19, con il 71 per cento dei residenti finiti nella morsa del virus.  Tra le vittime, molti personaggi conosciuti, che rivestivano ruoli di primo piano nella comunità: il presidente della casa di riposo, il presidente degli artiglieri, il presidente del Motoclub che fu campione del mondo, lo storico bibliotecario, l’impiegata dell’anagrafe, l’ostetrica, un dottore, l’ex capo dei vigili urbani, il factotum del cine-teatro, due sacerdoti, l’intellettuale di riferimento, il proprietario dell’unica, leggendaria balera, il pensionato-volontario che faceva attraversare le strisce pedonali agli scolari. Riva, originario di Nembro, ricostruisce con la tecnica narrativa della letteratura del vero quelle fatali settimane, tracciando una Spoon River vividissima in cui si rincorrono le vite di molte vittime, le loro storie e la loro eredità morale, ma anche le vite e le storie di chi le ha assistite o non ha potuto nemmeno fare quello, e che poi, proprio nel loro ricordo, ha trovato il coraggio e la forza di ripartire.


Spiega Riva: «Dopo aver fatto per trent’anni l’inviato in giro per il mondo a cercare notizie, stavolta le notizie sono venute a cercare me. Secondo l’idea che se conosci bene il tuo metro quadro conosci i mondo, mi è venuto in mente di cercare di fare di Nembro il paese paradigmatico e raccontare che cosa succede in un comunità nel momento in cui arriva il virus, il panico, lo spaesamento, la paura, i morti. I quali erano personaggi importanti della comunità, come  del resto è accaduto in tutte le comunità, e raccontare come è cambiato il panorama umano del paese». Nembro si è ritrovato un paese disarticolato, ha perso  tutti i gangli che univano la comunità. «Soprattutto nella prima parte della pandemia le vittime erano solo numeri- ricorda Riva, che cercato con questo libro di cambiare le regole dfella narrazione-: a me sembrava importante sottolineare che erano anche delle storie, le loro storie personali… Dietro quei numeri c’erano invece delle persone, che hanno spesso avuto una vita importante per la loro comunità.


Mi sembrava doveroso ricordare alle generazioni future che camminano sulle spalle di qualche gigante che ha fatto il loro paese così come è, cioè chi se ne è andato è fondamentalmente chi ha ricostruito il paese nel dopoguerra. A loro dobbiamo la nostra realtà urbana, sociale  e civile». «Ho in mente la storia di Laura Lazzaroni. Il primo giorno fatale, il 23 febbraio 2020 porta lo zio in ospedale per una visita, viene rinchiusa nell’ospedale di Alzano dove si comincia a respirare aria di emergenza, ma che poi sarà riaperto dopo qualche ora; la mandano a  farsi una doccia, lascia lo zio per il controllo perché aveva un po’ di tosse e dopo mezzora la chiamano per dirle che lui non c’è più. Ma non è solo questo,  perché nel giro di  dieci giorni moriranno anche il padre e la zia: cioè tre fratelli se ne sono andati nel giro di dieci giorni». E poi c’è l’amarcord, «che mi ha toccato personalmente, di Tullio Carrara, che aprì la biblioteca nel 1976 e la gestì fino all’ultimo. Ero adolescente e il ricordo legato a lui è particolare perché quando aprì la biblioteca noi ragazzini avevano la scusa per andare lì a fare le ricerche e ne approfittavamo per baciare le ragazzine dietro gli scaffali. Insomma nel libro c’è anche un po’ un amarcord di una società che non c’è più.. ma Tullio è stato colui che ci ha dato l’idea che anche studiare poteva essere un’esperienza collettiva».


E poi ci sono alcune storie di chi è rimasto, pervicacemente e legato alla vita e al senso di comunità. «Persone fondamentali - conclude Riva -. Circolavano per farsi vedere, come Bergamelli, che è il pittore più famoso di Nembro, Gianluigi Trovesi, jazzista di fama mondiale,  andavano in giro per il paese... lo facevamo per dire ‘noi siamo qua’. Lo stesso sindaco, appena è guarito dal Covid, tutti i giorni si faceva vendere per le strade, e così il prete dell’oratorio, don Matteo Cella, da me ribattezzato il prete rock, quarant’anni di energia infinita, un vulcano di idee che ha cercato di impedire che i ragazzi stessero sdraiati sul divano a non fare nulla. Un senso di smarrimento che è stato superato con la voglia che è dei nembresi, dei bergamaschi, dei lombardi, di cercare comunque di guardare avanti».

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