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Racconti di un'"anima a parte"

Remo Rapino, Premio Campiello 2020, presenta il suo nuovo libro "Cronache dalle Terre di Scarciafratta"

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

02 Marzo 2022 - 05:00

CREMONA - «Mengo, un uomo di giorni senza numeri, un’anima a parte, una voce che vive ai margini, che però riesce a dare una voce alle voci infinite che esistono nella realtà e che noi non ascoltiamo. Io penso che la realtà sia piena di infiniti narratori, di persone semplici soprattutto,  per fortuna non normali, che vedono cose che forse noi non riusciamo a vedere. Mi piace pensare che riescano a vedere l’invisibile. Persone che possono essere uno strumento di riflessione per noi nel senso di accettazione del diverso, di accettazione dell’altro. Un’anima a parte è però  anche qualcuno che  si rende conto dell’importanza di essere con gli altri». Dopo Bonfiglio Liborio ecco Ruscitti Domenico Giuseppe, nato nel 1887 a Scarciafratta e noto a tutti col nome di Mengo, due personaggi fuori dal coro, liberi e solitari, particolari se non stralunati, che Remo Rapino, reduce da un Premio Campiello nel  2020 col romanzo precedente, predilige e racconta facendone cartine di tornasole della vita degli abitanti di cittadine o borghi d’Abruzzo che diventano microcosmi in cui acquista evidenza tutta una realtà esistenziale e un mondo esemplare, universale. Rapino ne parla nella videorubrica «Tre minuti un libro» curata da Paolo Gualandris online da oggi sul sito www.laprovinciacr.it. 

Quella di Mengo è una malapatria di migrazioni e terremoti e ben lo sa chi vive sotto la rocca di Scarciafratta come lui, rimasto solo con lo spelacchiato cane Sciambricò e sognando l’imprendibile Ninetta Incantalupo dopo la «cosa brutta», il terremoto del 1961 che ha distrutto tutto, parlando da solo o con la luna quando è piena. 

«La malapatria - spiega Rapino - è una dimensione  in cui non c’è il senso di umanità, in cui si vive male anche per ragione di relazioni umane,  di carattere politico ed economico. È il luogo che respinge l’uomo e non lo accoglie, che privilegia soltanto una parte dell’umanità dimenticando l’altra». E Scarciafratta, spiega ancora,  «è un paese dell’abbandono per ragioni naturali, ma anche per l’emigrazione verso la costa rappresenta in qualche modo la metafora di cui parlava Pasolini ne La scomparsa delle lucciole e cioè il passaggio di una civiltà agricola a quella industrializzata, un passaggio epocale. L’abbandono, la dimenticanza delle radici: per questo Mengo quasi grida agli altri di ritornare, di ricominciare daccapo: credo che sia questo fondamentalmente il senso del libro, del racconto, della storia». 

Ma attenzione, ammonisce Rapino: «La mia non è un’operazione nostalgia. Certo, ne abbiamo diritto in quanto ricordo di quello che siamo stati e ci ha portati a essere ora, ma questo non è un mondo da rimpiangere o da esaltare – c’erano ingiustizie, malattia, fame - ma da ricordare per alcune dimensioni più umane rispetto alla  presunta modernità:  l’opposto della nostalgia, un riprendere i valori del passato per costruire un futuro tenendo quello che era più umanamente accettabile rispetto all’oggi».

La malapatria, poi, è anche quella luna che non sente più solo sua quel 21 luglio del 1969 in cui vi sbarcano gli astronauti americani, che è anche la data della sua morte e dello scritto-lettera che ha tra le mani nel centro di assistenza anziani Villa Adriatica, dove è ricoverato da quasi un anno, oramai compiuti gli 80 anni. Malapatria però lo è stata anche per gli altri abitanti, a cominciare dall’anarchico Nocella Beppe detto Spartachetto che, reduce dalla guerra civile spagnola, cercherà fortuna, come dice lui, in «un’altra malapatria», l’America. E come con lui, è attraverso gli altri personaggi che sappiamo quali segni abbia lasciato la storia in quel borgo e nei suoi abitanti. Ecco le donne che aspettavo il ritorno dalla Russia dei figli partiti in guerra o lu belgese Covatta Nunziatino, emigrato minatore in Belgio dove vive la tragedia di Marcinelle, in un macello di fuoco, fiamme e corpi bruciati.

Attorno tutto il paese dai bambini al maestro, anarchici e suonatori della banda, comunisti e preti con cui scappa la figlia di uno di questi, 'u pascià  Pezzo Luigi più attaccato alla roba che agli uomini, il medico condotto e i due fratelli Antoniuccio e Teodosia orfani e sopravvissuti di carità, e così via scartabellando il «Registro delle anime» di Scarciafratta. Questo è un registro in cui un impiegato dell’Ufficio Anagrafe, stanco di timbri e burocrazia, ha racconto le storie dei compaesani, che Mengo trascrive facendoli «parlare ancora», tutte confessioni in prima persona che compongono la seconda parte del libro e sono anche testimoni della sua  esistenza, che invece prende, da parte sua, la prima parte, aperta dalla testimonianza dell’infermiere generico Cippella Oreste di Villa Adriatica, che ricorda come parlasse «così piano che neanche lui riusciva a sentirsi. Una parlata senza virgole, senza punti, tutto un rotolamento di parole, come se  volesse recuperare il tempo perduto, riempire i silenzi di  troppi anni». Ed è quello che testimonia il suo successivo  monologo (la sua confessione nel «Registro»?). 

Mengo è personaggio poeticamente semplice, tenero, che, tra «rumore di frane da stringere il cuore» se la prende con quelli che se ne sono andati «in città, in quell’ammucchiata di ferro e cemento», mentre lui tiene in ordine il paese così che se qualcuno tornasse trova tutto a posto ad accoglierlo. E Rapino traduce tutto in una scrittura meno forzata che in Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio, che scorre rapida, compatta a riproporre un flusso continuo di pensieri, quasi senza poter respirare in un rincorrersi di ricordi, sogni, riflessioni. «Un linguaggio che in qualche misura si presenta come lirico - conclude lo scrittore -. Mi piace utilizzare le parole che esprimano sensazioni e sentimenti senza crudezze, soprattutto senza fretta. È un linguaggio che ho cercato di adattare ai personaggi. Fatto di dialettismi, di gergalismi… c’è una tradizione culturale e letteraria , soprattutto del sud,  che ho chiamato la lingua guasta: certi personaggi non me li immagino con linguaggio perfetto, pulito, semanticamente corretto ma con una sintassi fantasiosa, con sgrammaticature, un po’ come parlano coloro che si sforzano di farlo in lingua però senza conoscerla. Il rapporto non è tra la storia e il linguaggio, ma tra il linguaggio e il personaggio. Un linguaggio spesso riesce a esprimere meglio e con una certa immediatezza meglio della lingua  corretta certe sensazioni e certi sentimenti».

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