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3 MINUTI 1 LIBRO

Cristiano Cavina presenta il suo romanzo "La Parola Papà"

Un padre di tre figli che è stato un figlio senza padre in viaggio verso l'ignoto della sua vita

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

09 Febbraio 2022 - 05:30

CREMONA - La chiusura con il passato (la saga famigliare che gli ha dato tanto successo) e l’apertura al futuro con una rivoluzione stilistica: Cristiano Cavina, che alla definizione «scrittore» continua a preferire quella di «raccontatore di storie» sintetizza così il suo ultimo romanzo, «La parola papà», appena mandato in libreria per Bompani, durante il colloquio con Paolo Gualandris nell’ambito della videorubrica «Tre minuti un libro» in rete da oggi sul sito www.laprovinciacr.it.


La domanda di partenza del libro è: si può diventare un papà senza averne avuto uno? Il protagonista trascorre l’infanzia sognando il mondo visto dall’alto, quello dei bambini che hanno un padre che li prende sulle spalle, ma le sole risposte alle sue domande le trova tra le pagine dei libri. È così che, quando tocca a lui diventare padre, pensa di poter fare i conti con il passato scrivendo a sua volta un romanzo. Ma saranno proprio i figli – che coniano per lui l’ambiguo appellativo di «babba» – insieme ai detenuti di un carcere a spingerlo verso la soglia dove l’immaginazione osa incontrare la realtà e ciascuno si assume la responsabilità di vivere la sua storia fino in fondo. Scrive un romanzo di famiglia mettendone al tempo stesso in discussione i fondamenti. Grazie a una lingua viva, plasmata dall’urgenza, viaggia attraverso il gioco di specchi che trasforma un figlio in un genitore. E in queste pagine tenere e spietate si interroga sull’onestà della scrittura, sul potere della lettura, sulle narrazioni a cui affidiamo il compito di renderci le persone che siamo. «La storia delle mia saga famigliare finisce qui», spiega Cavina, lo scrittore-pizzaiolo più famoso d’Italia,  perché mi sa che con questo libro voglio esaurire il tema: non scriverò più di questa roba, sei il primo a cui lo dico».

UN ADDIO AL TEMA 

E questo libro, iniziato in realtà due anni fa, è il suo modo «per dire addio non solo al tema, ma anche stilisticamente a certe cose che facevo. È stato un misto di addii, anzitutto alla casa popolare  in cui sono nato e cresciuto  con mia mamma e i miei nonni prima di trasferirmi in città con la mia famiglia». Il passato, dice Cavina al lettore, «è qualcosa di molto labile che a volte mi sembra di portarmi dietro come un carretto con sopra tutto quello che sono stato; ma andando avanti scopro che non è più quello che sono stato, ma quello che credo di essere stato. Nella sua forma semplice, il libro racconta di un uomo che si improvvisa padre, che non sa che cosa è la parola papà perché non l’ha mai usata, e che con i suoi tre figli parte per  l’ultimo viaggio nelle terre incognite della sua vita». Ed è il viaggio di un un uomo che non ha mai visto il mondo dalle spalle di suo padre e quindi cerca di farlo vedere dalle proprie spalle il mondo ai suoi figli: «Inevitabilmente, per il modo in cui io affronto lo scrivere, finiscono dentro cose della mia vita, anche se il libro non è esattamente la mia vita, ma gioca anche su questo perché esplora il confine tra finzione e realtà perché alla fine le nostre vite sono storie e le trattiamo come storie perché ce le raccontiamo e continuiamo a cambiarne la trama».

UN OMAGGIO A UNA MAMMA CHE È ANCHE UN PAPÀ

In realtà il romanzo è anche un omaggio a sua mamma: «Il mio ringraziamento per essere stata contemporaneamente la mia mamma e mio padre. Però quand’ero piccolo c’era solo ’sta cosa storta che avevo: che gli altri miei amici avevano 'sti uomini che li prendevano sulle spalle e io stavo lì a terra e mi dicevo: chissà come si vede da lassù, non ho mai nessuno che mi tira su... mia nonna era un po’ acciaccata, mia mamma  era un po’ selvatica, e quindi io crescendo lui è un padre che i suoi figli li prende spesso a cavalcioni perché finalmente vede, seppure  per interposta persona».
Un atto d’amore verso sua madre, alla quale non ha mai detto «ti voglio bene» e forse non l’ha mai detto neppure lei al figlio. neanche lei: «È proprio così. Noi veniamo dall’educazione ferrea romagnola per cui tu sei la persona più tranquilla ed espansiva in pubblico, con gli sconosciuti soprattutto, racconti tutto di te, apri il tuo cuore al primo che incontri al bar, ma appena entri in casa è vietata qualsiasi manifestazione di tenerezza. È una cosa romagnolissima. È ovvio che mia mamma per me è una persona fantastica e speciale, però certe parole non riesco proprio a dirgliele. In realtà io e lei, pur volendoci bene, nelle parole e nel racconto dei nostri sentimenti ci siamo allontanati perché è una maledizione che ci ha legato, cioè questa cosa di un uomo che ha mollato lei e ha mollato me».

UN VIAGGIO VERSO UN BORGO OSCURO

Il viaggio con i suoi ragazzi porta il protagonista verso una piscina promessa o verso qualcos’altro? «Verso un borgo oscuro e verso un mister X che il protagonista non ha mai conosciuto. In realtà questo aspetto è preso dalla realtà, perché come me il protagonista si trova per motivi di lavoro a fare degli incontri in carcere di massima sicurezza». Dalla finzione alla realtà: «Strinsi un grande rapporto con questi detenuti che avevano letto il libro in cui parlavo di quand’era nato il mio primo figlio e avevo scritto una bugia su mio padre sul fatto che all’epoca non lo avevo mai conosciuto. L’hanno scoperto e si arrabbiarono molto, obbligandomi a dare un nome a quell’uomo perché, dicevano ‘il padre è importante’.  E il protagonista scopre il suo cognome solo per dirlo a loro. E uno mi intima: ‘non può finire qui, vai a vedere quello che è diventato’. Lui dice di no, poi la storia va da un’altra parte».

UN LIBRO AUDACE NELLO STILE

Con questo romanzo, dunque, Cavina chiude una fase narrativa, ma dal punto di vista stilistico e letterario ne apre una nuova. «Sì, ci ho lavorato un sacco da un po’ di anni. Avevo già iniziato un tipo di percorso  con quello che è il mio libro più sfortunato anche se per molti è il libro migliore che ho scritto, che è 'Scavare una buca'. Che è costruito proprio come una cava perché è raccontato tutto, tranne il nucleo centrale, cioè la parte più importante della storia: una cava è così, un buco dentro una montagna, quindi il libro è scritto come un buco dentro tante parole. Così sono arrivato a questo nuovo libro, sperimentale e audace, con soluzioni stilistiche secondo me un po’ rivoluzionarie, con frasi che non sono finite, che non contengono i verbi e al loro posto c’è uno spazio libero prima del punto. Il che sarebbe tecnicamente sbagliato, ma ha un senso perché il protagonista lo dice al figlio già nelle prime pagine: io non ho bisogno di essere vago, sono vago, lascio che siano gli altri a riempire i buchi, e quella è la trasposizione stilistica di quel concetto. E poi nel dialogo c’è questa cosa che mi piace molto: lui non parla con la madre,  molti dialoghi sono costruiti con lui che non dice le cose, le scrive ma non le dice. Come capita a noi, parliamo con qualcuno, pensiamo di dirgli qualcosa, non lo diciamo però».

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