Cerca

Eventi

Tutti gli appuntamenti

Eventi

3 MINUTI 1 LIBRO

Intrighi di potere nella Venezia del XII secolo

Roberto Tiraboschi presenta il thriller storico "Il rospo e la badessa": prosegue la saga dedicata ai misteri della  Serenissima

Paolo Gualandris

Email:

pgualandris@laprovinciacr.it

12 Gennaio 2022 - 05:25

CREMONA - «Ci sono tantissimi romanzi sulla Venezia del ’500, del ’600 e del ’700 ma nessuno aveva mai approfondito  un periodo che anche ai veneziani è abbastanza oscuro cioè quello della nascita e del Medio Evo di Venezia. Quindi una città completamente diversa e ancora priva di tutte le meraviglie che possiamo vedere oggi». Roberto Tiraboschi spiega così la decisione di scrivere «Venetia 1172, il rospo e la badessa»,  con il quale prosegue la saga dedicata ai misteri della  Serenissima, composta da  «La pietra per gli occhi», «La bottega dello speziale» e «L’angelo del mare fangoso».


Un thriller storico  con la potenza di quelli fatti bene: una vicenda molto intrigante  e la grande  Storia, un racconto figlio di un grande studio scritto con una  sceneggiatura molto arrembante. D’altra parte Tiraboschi è  anche sceneggiatore, avendo lavorato per  registi del calibro di Liliana Cavani, Marco Pontecorvo, Silvio Soldini. A unirlo alla Serenissima un amore che c’è da sempre, per lui: «Noi bergamaschi siamo veneziani,  un prolungamento  della Serenissima e, inoltre, fin da ragazzino ho passato le mie vacanze  al lido di Venezia e lì è nato questo  cordone ombelicale che non è più che non si è più sciolto», spiega.


Siamo nella Venezia del 1172 quando piazza San Marco era  un insieme di campi più o meno incolti dove pascolavano  dei cavalli e circondata da stamberghe oltre che da qualche palazzo nobiliare, nella Venezia in cui, come scrive «anche il vento ha orecchie» e  porta segreti e pettegolezzi. È il mese di maggio e Sicara Caroso, badessa del monastero di San Lorenzo, quando scoppia la rivolta in città, sta recandosi a San Giacomo in Paludo, un convento sperduto nella laguna. Una giovane monaca indemoniata, Persede Gradenigo, figlia di uno dei nobili più in vista, è stata trovata affogata in fondo a un pozzo. Le consorelle sostengono che si è tolta la vita, spinta dal demonio che la possedeva. La badessa è piena di dubbi. Ha inizio così un lungo e tortuoso percorso alla ricerca della verità.


Come detto, il romanzo storico si mescola al  noir in un intreccio di estrema attualità. «C’è una trama che unisce l’aspetto più thriller, portato avanti dalla  badessa  e un aspetto politico che è reale, documentato - sottolinea Tiraboschi -  e che quando mi sono trovato di fronte  a questa notizia che riguardava Venezia nel 1172 ho detto: non si può non raccontare quell’anno perché ho trovato – facendo un paragone un po’ spinto - una situazione che è molto simile a quella che attraversiamo oggi. Cioè in una città che deve  eleggere il proprio doge c’è una lotta tra due fazioni: da un lato le famiglie nobili che vogliono mantenere l’elezione diretta, così come avviene da secoli, attraverso l’acclamazione del popolo, e altre famiglie che invece cambiare sistema e renderlo, tra virgolette, più democratico, cioè con dei rappresentati che vengono eletti  dalle contrade e a loro volta nominano un gruppo ristretto e così via. E quindi l’intrigo politico e le voci che soffiano e che circolano nella Venezia di quel periodo erano potenti e frequenti».


E su questo scenario si innesta il thriller, con una badessa che fa da investigatrice. «Mi piaceva raccontare un figura di donna anche perché il tema sottostante a quello politico è quello delle abbazie e dei monasteri femminili nella laguna  del nord e a Venezia in quegli anni e le figure  di donne sono rarissime nel Medioevo, si hanno notizie rarissime, perché poi erano   molto limitate. Ho provato  anche negli altri libri a cercarne ed erano o mistiche o religiose, per la maggior parte,  schiave, mogli di mercanti  di nobili, ma in quanto mogli pochissimo considerate e citate e approfondite anche nei documenti. Le badesse invece avevano un ruolo importante e anche di potere perché al centro e a capo di ogni monastero ce n’era una e aveva un forte potere  politico ed economico,  tanto che tutte le famiglie nobili veneziane facevano lotte anche molto cruente per eleggere un proprio membro a quella carica».  Anche a costo di sacrificarne la felicità, come succede nel romanzo.

 


Sicara  è una figura storica, di lei si hanno pochissime notizie. Si sa che era molto giovane quando è stata eletta e, particolare molto più sorprendente, è che non era di famiglia nobile,  ma proveniva da una famiglia di mercanti. «E questo mi ha subito incuriosito e mi ha spinto a sceglierla come protagonista, emblema di questa storia, perché rappresentava  tutta una serie di figure femminili», spiega lo scrittore. Altro «primattore», come si desume dal titolo stesso è il rospo. Tiraboschi conferma:  «In tutta l’iconografia medievale il rospo è l’emblema del male, ha sempre rappresentato l’aspetto demoniaco. C’era anche una ragione più scientifica se vogliamo: cioè il rospo veniva usato   in farmacopea, la sua pelle contiene una sostanza allucinogena, quindi veniva usata  dalle streghe nei sabba per creare visioni e viaggi soprannaturali. Quindi il rospo era molto ricercato e molto usato. Ed era così anche nella farmacologia nei medicinale c’era sempre il rospo nella varie composizioni».


La badessa deve investigare in una situazione molto critica:  è in corso la prima peste che ha devastato la città. «Ho trovato notizie di questa, che per quanto risulta, è stata la prima peste a Venezia e che è stata  pochissimo studiata che ha una storia molto particolare perché viene portata a Venezia in seguito a una spedizione militare finita molto male che era stata ordinata dal doge Michiel contro Costantinopoli: la flotta composta da cento galee cioè quasi tutte le navi disponibili  in laguna si ferma in un’isoletta greca quando scoppia la peste che si trasmette con tale velocità che per la maggiore parte dei veneziani muore, e loro sono costretti a distruggere le loro navi per non lasciarle in mano ai nemici : ne tornarono soltanto 19  con i figli delle più importanti famiglie nobili veneziane decimati e quando i sopravvissuti  tornano portano la peste».  L’epidemia di peste in città porta crisi, la crisi porta  rivolte e le rivolte portano l’omicidio del doge, incendi e saccheggi che verranno poi domati con sagacia da quello che sarà poi il futuro doge.

Commenta scrivi/Scopri i commenti

Condividi le tue opinioni su La Provincia

Caratteri rimanenti: 400