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Carlo Lucarelli riporta in scena l'Iguana

Lo scrittore ritorna ad "Almost Blue" e ambienta una vicenda da incubo nel tempo della pandemia

Paolo Gualandris

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pgualandris@laprovinciacr.it

22 Dicembre 2021 - 05:25

CREMONA - Fa i conti con Grazia Negro, la poliziotta cacciatrice di mostri che ha appena partorito due gemelle, e con  Simone, il giovane non vedente, suo ex fidanzato. Torna l’Iguana, il feroce serial killer scappato dall’ospedale  psichiatrico dove era detenuto e semina paura. Ed entra nella  storia uno strano tassista che fa riprese Instagram e sul suo taxi ha una scritta in molte lingue con il numero della Casa delle donne. Carlo Lucarelli torna al passato ed entra nel presente , con il nuovo romanzo Léon.


L’Iguana, va detto per i pochi che non lo conoscono,  è il pazzo assassino che anni prima aveva preso di mira gli studenti dell’università, è scomparso lasciando due morti dietro di sé. Era stata proprio Grazia a catturarlo. Per questo trasferiscono lei e le bambine in un luogo segreto. E per questo conducono lì anche Simone, il suo ex compagno, il giovane non vedente che l’aveva aiutata nell'indagine. Però non è sufficiente. Ci sono zone buie, in questa storia, che nascondono sorprese molto pericolose. Nessuna fra le persone coinvolte nel caso è al sicuro. Lucarelli torna dunque all’amato Almost Blue e tra mascherine, no vax, no mask e green pass, ci porta dentro la paura, il sentimento dominante di questa storia claustrobofica e piena di colpi di scena. «Erano rimasti aperti alcuni conti. Avevo delle curiosità su  Grazia Negro e soprattutto su Simone. Avevo in mente vaghe idee  e poi improvvisamente mi è esplosa in testa tutta la storia ed è diventato importante per me scriverla» dice Lucarelli.


Cosa era rimasto in sospeso con Grazia e Simone?

«Fin dall’inizio e nello sviluppo nei romanzi seguenti Grazia aveva un punto interrogativo: che cosa voleva essere? Un poliziotto, una cacciatrice di uomini o una madre? Mi interessava un personaggio strano, ossessionato e al limite, come lei, a confronto con qualcosa che è la vita quotidiana. Simone era un po’ sparito, dopo Almost Blue, mancava il suo punto di vista che è strano ma non solo perché è non vedente. Léon è molto più  vicino ad Almost Blue degli altri romanzi che ho scritto con Grazia Negro. È un ritorno alle origini di cui sono stato contento perché sono saltate fuori delle cose che credevo di avere dimenticato». Anche stavolta il titolo è preso da una canzone della band dei Melancholia. «La scintilla me la hanno data loro. È una tradizione, come Almost Blue era stata vedere Chet Baker che canta la canzone di Elvis Costello. I Melancholia li ho visti a  X-Factor ed è stata una scoperta, questa volta sono stati loro ad  accendere la chiavetta».


E lo strano tassista?

«È un personaggio incredibile ed esiste veramente. Si chiama Roberto. Avevo bisogno di un
personaggio che fosse come lui, che parlasse su Twitter e che  conoscesse Bologna. E dopo un po’ mi sono detto ‘perché inventarlo?’,  prendo direttamente Roberto e ce lo infilo. Lo avevo  già fatto anche ne Il sogno di volare sempre con la Negro,  dove avevo bisogno di un criminologo come Massimo Picozzi e ci ho messo lui». 

E come è entrata la pandemia in questa storia?

«La prima idea era di fare una cosa molto connotata. Volevo ambientarla ai  tempi del lockdown, mi piaceva l’idea: un serial killer che  agisce in una Bologna deserta e spettrale. Così ho chiesto al  mio amico Roberto che conosce la città cosa ne pensasse. E lui mi ha detto: ‘sei matto, non si può perché finisce a riga uno’.  Quando ho cominciato a scrivere mi sono accorto che in effetti la pandemia, le mascherine erano meno invadenti di prima. Sarà  che ci siamo abituati, che la situazione è diversa, potevano esserci semplicemente a fare da sfondo. Le mascherine certo sono  servite anche all’interno della storia a nascondere identità o a  creare un certo tipo di angoscia».


E che cosa pensi dello scontro sociale tra no vax e vaccinati?

«Dietro ci sono tante altre cose. Non è che ci  meneremo per portare o non portare la mascherina. È un modo per arrabbiarsi, per sfogare la rabbia, in gran parte. Poi c’è la parte della popolazione che è convinta di alcune cose. Però io  credo che dovremmo risolvere il conflitto sociale. Oltre al  disagio sociale c’è una polarizzazione ideologica che di sicuro  fa una confusione micidiale. Io che sono antifascista mi ritrovo un tizio, che magari a casa sua ha il busto di Mussolini, e dice a me che sono un fascista perché lui è no vax e io sono per i  vaccini. Che cortocircuito è? Io vado a fare i viaggi della memoria ad Auschwitz e lui si veste da ebreo e dice che io sono un nazista. Succedono delle cose assurde, anche in altri Paesi».


La paura che racconti in Léon è quella che in fondo viviamo oggi?

«Ho un rapporto stretto con la paura, anche positivo. Per  me la paura ben gestita è una forma di conoscenza e di azione.  Questo libro qui ho scoperto dopo che avrebbe parlato di paura che in effetti è quello che viviamo ora. Nel mio caso fuori c’è un serial killer che fa una grande paura».

Bologna è meno presente rispetto ad altri libri, come mai?

«Vero. Qui non veniva fuori. Mi piacerebbe dirne di cose: a  Bologna c'è un sindaco nuovo, stiamo affrontando tutto in maniera nuova però qui non ci stava perché questa è una storia molto claustrofobica che si svolge in case protette sugli  Appennini oppure nella testa della gente». 

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