L'ANALISI
CREMONAFIERE
24 Gennaio 2026 - 08:20
CREMONA - «San Francesco è il primo vero poeta della letteratura italiana». Così Angelo Branduardi ha omaggiato ieri sera il Francesco artista, prima ancora che quello religioso, appena salito sul palco dell’Infinity 1 e citando il Cantico delle Creature, una composizione scritta intorno al 1226 antecedente di ben un secolo alla Divina Commedia.
Tornato a Cremona a distanza di sette anni dal suo ultimo concerto, il menestrello di Cuggiono stavolta canta le canzoni de Il Cantico, titolo del tour che dal 2025 sta portando un po’ ovunque, con l’estro che da sempre rende Branduardi un artista fuori da tutte le coordinate geografiche e temporali.
«L’idea di musicare Francesco - spiega sotto una cascata di capelli bianchi e in un largo abito nero che lo rende simile a un mistico - è stata di alcuni francescani che anni fa vennero a propormi questo progetto. Io non amo la musica devozionale, ma mi spiegarono che doveva essere una cosa filologica. Fui sorpreso, perché io sono un peccatore… Tutti lo sono ma gli artisti un po’ di più, e lo sono per vedere ciò che gli altri non vedono. A questi francescani chiesi perché questa proposta, loro, la stavano facendo proprio a me. ‘Perché Dio sceglie sempre i peggiori’, mi risposero. Fu così che mi conquistarono».
Il Cantico è un tour che recupera le canzoni contenute nell’album intitolato L’infinitamente piccolo e pubblicato ormai ventisei anni fa. Oggi, a ottocento anni dal Cantico delle Creature, mentre l’editoria mainstream rifiorisce di nuove pubblicazioni dedicate al religioso di Assisi, Branduardi torna a imbracciare il suo violino - accompagnato da Fabio Valdemarin alle tastiere, Nicola Oliva alle chitarre, Stefano Olivato al basso, Davide Ragazzoni alla batteria - per raccontare ancora una volta in musica la biografia storica e umana del santo.
«Francesco come molti artisti è passato anche attraverso lo scandalo e la sofferenza», ricorda Branduardi nel corso della serata come per sottolineare soprattutto la dimensione più umana del religioso d’Assisi. Accolto da un pubblico composito e numerosissimo, il musicista dedica tutta la prima parte del concerto al repertorio dell’album realizzato sulla base delle fonti francescane, mentre nella seconda si diverte ad attingere nell’alveo del resto della sua storica produzione, soprattutto fra i brani solitamente poco suonati in concerto.
«Giorgio Faletti era un mio grande amico e fui io a consigliargli di scrivere un libro - ricorda in uno dei passaggi più sorprendenti della serata -. Scrisse Io uccido senza prendere appunti. A libro non ancora pubblicato me lo raccontò per intero, svelando anche il colpevole, durante una cena a casa mia. Feci un disco con lui: Il dito e la luna. Da quell’album eseguiremo tre brani».
La scaletta non dimentica qualche successo scelto fra quelli che hanno reso Branduardi uno dei musicisti più iconici e atemporali del cantautorato italiano come Il dono del cervo, Vanità di vanità. «Insomma tutto ciò che avreste voluto ascoltare, ma non avete mai osato chiedere a Branduardi», scherza dal centro di un palco minimale e arricchito solo da quattro colonne luminose disposte attorno alla formazione di musicisti.
Oggi Branduardi, dopo la scomparsa di Franco Battiato, rimane forse l’unico artista della canzone italiana capace di parlare senza timori o particolari rigidità di una dimensione apertamente spirituale, religiosa o mistica con la sua musica - come sempre strettamente imparentata al passato rinascimentale e medioevale - e con un linguaggio terreno, popolare, più narrativo che analitico, e per questo in grado di arrivare a chiunque.
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