L'ANALISI
28 Gennaio 2026 - 05:20
CREMONA - Ha amato all’inverosimile la vita, ma ha programmato la propria morte; ha 75 anni e per sua stessa ammissione non vedrà gli 80 perché un medico amico gli ha procurato un composto che lo accompagnerà serenamente alla fine prima dell’umiliazione della decadenza fisica. Diego Dalla Palma, makeup artist e imprenditore della bellezza di livello mondiale si recherà nel suo luogo del cuore e dopo ricco un pasto innaffiato da buon vino saluterà il mondo. «Gioiosamente», precisa.
E proprio gioia è il sostantivo più ricorrente in questa intervista. Ma prima ha voluto lasciare ulteriore memoria di sé, regalando ai lettori il suo ‘Alfabeto emotivo, in viaggio con la vita’ (che è anche uno spettacolo teatrale): pensieri e riflessioni in forma aforistica e narrativa, su temi universali quali amicizia, amore, dolore, coraggio, morte, ambizione, bellezza, conoscenza, ego, senso della vita. Un diario di appunti, errori e scoperte. Dalla Palma racconta senza filtri e con uno stile diretto, ironico e pungente le sue fragilità, mescolando ironia e malinconia, leggerezza e profondità.
Invitando il lettore a fare lo stesso: fermarsi, leggere, pensare. Non promette soluzioni, ma offre domande. Non consola, ma accompagna. «Apritelo a caso, troverete sempre in pensiero dove si parla di voi». In un alfabeto personale e universale insieme riflette su amore e amicizia, coraggio e fallimento, di dolore e bellezza. Senza ipocrisie. Lo si capisce fin dall’esergo, che non lascia spazio a dubbi: ‘Dedico questi miei pensieri alla morte che, avendo avuto fede in me, mi ha concesso una vita straordinaria, attendo con gioia la sua ultima visita’. Non poteva che partire da qui la videointervista con Paolo Gualandris.
Parlando dell’addio, gioia è un termine piuttosto impegnativo. Non le sembra?
«Forse per gli altri, certamente non per me. E devo dire che non pensavo nemmeno che sarebbe stato inteso in modo così cupo, tetro e negativo dai lettori. E invece mi accorgo che la maggior parte dei miei simili ha paura di due parole, ma di più, ha terrore totale. Una è sofferenza, l’altra morte. Della prima ho paura anch’io, è qualche cosa che ti toglie autonomia, ti porta dolore fisico e mentale. Sulla morte, invece ho tutt’altra sensazione, che vivo da tanto tempo, da quando cioè l’ho conosciuta da piccolo, perché ho subito un coma. Non ho mai avuto paura della morte, tant’è vero che mia madre si adirava perché diceva spesso ‘non voglio che tu ne parli’. Papà invece era l’uomo dei silenzi, amava stare solo e quindi aveva un rapporto molto bello che che quasi ci univa. Mamma, all’opposto, vedeva la vecchiaia e la morte come uno spettro. Ecco, la terza parola è vecchiaia. Una parola che non mi piace, anche la sto affrontando con gioia».
Torniamo per un attimo al coma e a come ne è uscito.
«Come dicevo, vivo la morte con gioia forse perché ho avuto modo di conoscerla e di capire e vedere che non è niente di che in realtà, è solo un passaggio verso un’altra dimensione. Io in quella in quella circostanza fluttuavo come in un volo sul mare e la sensazione era straordinaria. Bellissima. Eh, ora non so se mi toccherà di nuovo quel tipo di emozione e di sensazione, ma sta di fatto che dirò volontariamente addio piuttosto di sapermi fra qualche anno, neanche tanti ahimè, privo, come diceva Indro Montanelli, della dignità, dell’orgoglio, dell’amor proprio e di quella autonomia indispensabile per non accasciarsi. No grazie, preferisco andarmene prima, la vedo come una soluzione in continuità della vita, quasi un trasferimento».
La teme così poco da averla programmata in qualche modo.
«Vivo questa scelta con un senso di quasi di ristoro, di allegria. Una consapevolezza che mi ha portato una serenità che nemmeno pensavo di avere. Sono tranquillo di fronte a tutti gli eventi negativi della vita. Ho programmato la mia morte perché , e ciò sembrerà strano ai più, voglio andarmene vivo, fiero, diritto, pulito. Nel senso di igienicamente a posto (Ndr: e qui si apre a un largo sorriso) e per quanto possibile anche pulito nella mente».
Veniamo al libro: 45 brevi capitoli con titoli in ordine alfabetico dove, significativamente, vecchiaia e vita arrivano uno dopo l’altro. Lo ha fatto, dichiara, perché i lettori possano aprirlo a caso nei momenti in cui si cerca un pensiero o una parola sincera, e come dono ‘per chi ha smesso di cercare l’approvazione degli altri’. Lei ha smesso di cercarla questa approvazione? E quand’è che si è accorto di averlo fatto?
«Ho smesso anni fa. Prima l’avevo sempre cercata per via delle miei origini. Nasci e sei definito bovaro dagli stupidi perché papà e mamma pastori, sotto certi aspetti pastori di vacche, e quindi questo già ti penalizza. Poi a sei anni hai la meningite deficitaria fulminante, in seguito sei bullizzato in quanto un po’ effeminato e infine, all’Istituto d’arte di Venezia, comincia un altro tipo di calvario, perché il mio corpo viene usato da un prete nel collegio... E stavo male sia psicologicamente che fisicamente: se una persona non rispetta il tuo corpo, forse puoi anche superarlo, ma psicologicamente sapere che stai facendo una cosa per non essere cacciato e ti fanno stare zitto e devi comunque portare a casa il diploma, quello diventa un sacrificio continuo. Poi, finalmente, è arrivata la consapevolezza di chi sono e di chi voglio essere. Qualche anno fa, con il distacco dalle cose terrene, dalla ricerca del successo e della notorietà. Lo dico perché può essere utile a tutti saperlo: questa consapevolezza mi ha portato inevitabilmente verso la serenità, alla gioia anche nelle piccole cose, nel sorseggiare lentamente un caffè piuttosto che guardare attentamente le fronde di un albero scosse dal vento. ».
Ogni capitolo ha un titolo, si affrontano emozioni e sensazioni che che si vivono nel corso della nostra esistenza, la solitudine, l’amore, il sesso. Per ognuno una riflessione introduttiva e molti aforismi. Quale è stato quello più complicato da comporre di di capitolo con i relativi aforismi?
«Gli aforismi sui quali tentenno, sembrerà strano, sono proprio quelli in relazione alla bellezza, che vince su tutto, che è così potente. Non parlo solo di quella fisica, ma dico in generale: la bellezza del mondo, la bellezza geografica, la bellezza del creato, la bellezza di quel Dio che è la natura, perché io ho una visione pagana di Dio. E mi chiedo: com’è possibile che tanta bruttezza stia attanagliando il mondo quando la bellezza è assai più ristoratrice e appagante?».
Una delle riflessioni più coinvolgenti è relativo al destino: c’è nel nel mondo così come nelle vite di tutti noi? Ci crede o bisogna costruirselo?
«Le rispondo parlando della mia esperienza. Ero giovane, mi sentivo fallito. Mi sono anche prostituito perché non volevo tornare a casa da mia madre e mio padre. Mi sono prostituito per mangiare. Ovviamente subito dopo ho capito il disvalore e l’orrore del prostituirsi e sono immediatamente tornato indietro. Anche perché mi è accaduta una cosa stranissima e bellissima. Più volte mi ero presentato dalla direttrice della sezione costumi della Rai di Milano e sempre ero stato respinto: non abbiamo bisogno di nessun scenografo e di nessun costumista. L’ultima volta esco affranto. Il destino vuole che sia rotto l’ascensore che appena dieci minuti prima era perfetto. Vado a cercarne uno funzionante lì vicino, sto scantonando in fondo al corridoio, quando mi sento chiamare da Maud Studthof, che mi offre di lavorare con Corrado Mantoni, all’epoca un big della Rai. Solo più tardi ho saputo che lei ha avuto pena di me perché aveva un figlio della stessa età. Faccio un programma che si chiama ‘Un’ora per voi’ per i lavoratori italiani in Svizzera. Quell’ascensore guasto ha permesso che io iniziassi una carriera meravigliosa, che poi si è orientata verso la cosmetica, il settore che che mi ha dato di più in relazione non solo dal punto di vista economico ma anche per l’animo, per il mio volo personale, chiamiamolo così, perché ognuno di noi ha dei voli da fare, no?»
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