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Gervaso torna agli aforismi, suo grande amore

Piccoli pensieri di saggezza per godersi la vita così com’è

Gigi Romani

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01 Dicembre 2015 - 14:58

Piccoli pensieri di saggezza per godersi la vita così com’è

Roberto Gervaso
‘La vita è troppo bella per viverla in due’
Mondadori
276 pagine, € 19

‘Il radical-chic solidarizza con i proletari per non diventare come loro’, ‘La Chiesa vorrebbe farmi credere in quel Dio che da millenni la tollera’, ‘Oggi, con me, le occasioni le donne le perdono solo a letto’. ‘L’ottimista ama la vita, il pessimista la conosce’, ‘L’amore a prima vista spesso non è che una svista’, ‘Quanto tempo ho perduto nel cercar di recuperare il tempo perduto’, ‘Di tutte le forme d’orgoglio, l’umiltà è la più calcolatrice’, ‘I vent’anni sono più belli a quaranta che a venti’. ‘Ciò che mi trattiene dallo scrivere un capolavoro è il timore che me ne chiedano subito un altro’: sono alcuni «pensieri di saggezza per godersi la vita così com’è firmati da Roberto Gervaso. Un po’ Seneca, un po’ Jules Renard, un po’ Karl Kraus e un po’ Oscar Wilde, Gervaso torna al suo primo amore, gli aforismi’, con ‘La vita è troppo bella per viverla in due. Breve corso di educazione cinica’, una raccolta di pensieri pungenti e spiazzanti, amari ma saggi, una lezione di vita da uno che l’ha vissuta e che la sa raccontare. Storico, giornalista, grande seduttore ormai in pensione per sua stessa ammissione, Gervaso riflette e invita a riflettere sulle cose della vita con ben tremila aforismi. Uno sterminio. «Un Niagara, un’Iliade, una Pleiade», ammette, giustificando, però tanta carne al fuoco: «L’aforisma, o aforismo, dal greco aphorismòs, significa definizione, una sentenza, un motto, una massima, un proverbio firmato. Ma non è solo questo: è anche una legge morale, un oracolo corto e conciso, come diceva Bierce; non una verità, ma una mezza verità, o una verità e mezzo per dirla con Kraus».
Per lei?: «Una pillola di vera o presunta saggezza, una riflessione perentoria, anche se cinica, sull’esistenza».
Un genere antico... «Già fra il V secolo e il IV a.C. Ippocrate affidò alla massima i principi fondamentali della sua ars medica».
Qual è stato il grande secolo dell’aforisma? «Il Seicento. Soprattutto francese. Merito del duca François de la Rochefoucauld che, nelle sue celebri e celebrate Massime, mise a nudo con scultorei tratti di penna l’uomo e il suo sentimento più imperioso e permaloso: l’amor proprio. Un suo aforisma per tutti: la riconoscenza è solo attesa di nuovi favori».
E dopo di lui? «Sempre in Francia: La Bruyère, Vauvenargues, Chamfort; in Inghilterra Jonathan Swift nel Settecento e, nel secolo successivo, Oscar Wilde e George Bernard Shaw. Nei tre terribili irlandesi l’aforisma ha il gusto e l’accento del paradosso, di una verità acrobatica o, se preferite, vista a distanza. Le loro battute sono fuochi d’artificio, piroette irresistibili, funambolismi dell’intelligenza, motti impertinenti fino all’iconoclastia.
E in Italia a chi dobbiamo guardare? «A Flaiano, Maccari, Longanesi, che fece scrivere sulla sua tomba: ‘Torno subito’».
L’aforisma è un’esercitazione letteraria facile? «No. Richiede un certo talento, la capacità di guardarsi dentro senza indulgenze, di autoanalizzarsi senza compiacimenti, di mettere, insomma, a nudo, con la giusta dose di cinismo, l’uomo e noi stessi. L’uomo con i suoi vizi e le sue virtù, le sue passioni e le sue debolezze, i suoi eroismi e le sue codardie».
L’aforisma, insomma, come una microscopica lezione di vita, una scheggia di filosofia pratica, una goccia di benefico elisir che allarga il cuore e dilata la mente. Controindicazioni, rischi? «Solo quello di diventare più saggi. O, forse, più pazzi».

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