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Domenica 11 Aprile 2021

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5 aprile 1979

Pakistan: impiccato ieri all'alba Ali Bhutto

Inascoltati tutti gli appelli alla clemenza

Pakistan: impiccato ieri all'alba Ali Bhutto

ISLAMABAD, 4 — L'ex Primo ministro pakistano, Zulfikar Ali Bhutto, è stato impiccato all’alba di stamane nel carcere distrettuale di Rawalpindi dopo che il capo dello Stato pakistano, generale Zia Ul-Haq, aveva respinto gli appelli alla clemenza pervenutigli da mezzo mondo. I giornali, che sono usciti in edizione straordinaria per annunciare l'impiccagione, hanno rivelato che egli, pallido ed emaciato, è stato condotto al patibolo con le mani legate dietro la schiena. Prima dell'esecuzione, lo statista pakistano ha letto — secondo la tradizione musulmana — alcuni passi del Corano, poi è intervenuto il boia. Quest'ultimo, un commerciante di Lahore, ha percepito per la lugubre operazione un compenso pari a duemila lire.

Le spoglie di Bhutto sono state quindi inumate nel cimitero di Nowdera, nella natia provincia di Sind e sulla tomba, a recitare le preghiere funebri, erano alcuni membri della famiglia dell'ex Primo ministro; non erano però presenti la moglie di origine iraniana, Nusrat e la figlia, Benazir, in quanto entrambe sottoposte agli arresti domiciliari in un edificio  della polizia, presso Rawalpindi.

«La sua pelle o la mia»: queste parole, pronunciate qualche tempo fa dal suo giustiziere, il generale Zia Ul-Haq, tornano di attualità nel momento in cui la vicenda ha raggiunto l'epilogo, per indicare con chiarezza che la sorte di Bhutto era ormai segnata e che gli appelli alla clemenza inviati da autorevoli personalità — da Carter a Brezhnev, dal Papa a Waldheim, da Giscard a Pertini — erano destinati a cadere nel vuoto. Accusato di essere il mandante di un assassinio politico, avvenuto nel 1974, nel quale rimase ucciso il padre di un suo oppositore — Reza Kasuri —, Ali Bhutto fu dichiarato colpevole e condannato a morte, malgrado si fosse proclamato innocente e ci fossero forti dubbi sulle sue responsabilità. Sino all’ultimo l’ex ministro pakistano ha rifiutato la domanda di grazia al suo «grande nemico»  generale Zia, volendo evitare, forse, l'estrema umiliazione.

«Hanno seppellito un martire», ha dichiarato il figlio maggiore dell'ex Primo ministro a Londra, non appena gli è stata comunicata la notizia. Mir Bhutto, che vive nella capitale inglese con il fratello, ha poi aggiunto «Per due anni hanno cercato di spezzare la resistenza di mio padre, lo hanno torturato e hanno cercato di rovinare la sua reputazione politica ed ora lo hanno ucciso». L'esecuzione ha provocato dure reazioni di condanna in numerosi Paesi i cui leader, fino a ieri, avevano invocato clemenza. Anche Amnesty International e il segretario dell’ONU, Waldheim, hanno appreso con «profondo rincrescimento» la notizia della impiccagione di Ali Bhutto mentre manifestazioni sono avvenute nella capitale pakistana, a Lakarna e Lahore, ma senza incidenti.

Chi era però Ali Bhutto? È un delitto politico quello di cui è rimasto vittima o solo un brutale regolamento di conti? Cinquantuno anni, bell'uomo, elegantemente vestito, colto, era figlio della aristocrazia terriera della provincia di Sin. Cresciuto nella tradizione islamica — compreso un matrimonio combinato, quando aveva tredici anni con una cugina che di anni ne aveva ventitre — aveva ricevuto, tuttavia, una educazione occidentale, maturata dapprima a Berkley in California e poi a Oxford. Fu subito attratto dalle idee progressiste della sinistra libertaria, idee che cercò di conciliare con la propria radice islamica. Entrato poi in politica nel 1958, come collaboratore del dittatore Ayub Khan, rinunciò temporaneamente ai principi democratici e si fece le ossa in vari dicasteri, finchè, nel '67, non cadde in disgrazia.

Allora fu imprigionato ma, dopo qualche anno, sulla scia della sanguinosa guerra del Bangladesh — l’ex Pakistan orientale creato artificialmente dagli inglesi e proclamatosi indipendente con l'aiuto indiano - riuscì a riemergere alla guida del suo partito, «Il partito del popolo». Divenuto presidente e amministratore della legge marziale nel dicembre del 1971, egli avviò un programma di profonde riforme: nazionalizzò una ventina di industrie, lanciò una campagna per il controllo delle nascite e fece approvare una riforma fondiaria che gli costò, tra l’altro, alcune migliaia di ettari di proprietà personale e l'ostilità di molte delle «22 famiglie» che controllavano gran parte della ricchezza del paese.

In quel periodo cercò anche di rompere l’isolamento diplomatico del Paese, instaurando buoni rapporti con la Cina, l’Iran e l’Arabia Saudita.

Per ottenere rapidamente risultati sul piano interno non esitò a servirsi di strumenti poco ortodossi: legge marziale, repressione degli scioperi, intimidazioni. Nel marzo del 1977 indisse le elezioni che vennero vinte dal suo partito, ma i suoi avversari lanciarono contro di lui un movimento di opinione, accusandolo di «brogli elettorali». Il 3 luglio dello stesso anno, i militari, alla guida del generale Zia, lo estromisero dal potere; cadde così in disgrazia e venne messo in prigione. Da quel momento non ne sarebbe più uscito.

03 Aprile 2021