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11 dicembre 1983

Nobel a Lech Walesa

Consegnato alla moglie e al figlio

Annalisa Araldi

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aaraldi@publia.it

11 Dicembre 2020 - 07:00

Nobel a Lech Walesa

OSLO, 10. — È il polacco più popolare al mondo dopo Papa Wojtyla. E il secondo cittadino di un Paese dell'Est a conquistare il Nobel per la pace (Andrei Sakharóv lo ottenne nel 1975). Ma oggi, Lech Walesa, 41 anni, non era presente nell'aula magna dell'Università di Oslo alla consegna del premio che l'Accademia norvegese gli ha attribuito quale «ricompensa per un uomo che tenacemente, contro forze più grandi, ha lottato in favore della dignità umana». Al suo posto c'era la moglie Danuta, accompagnata dal primogenito Bogdan, di 13 anni. Lui è rimasto a casa, a Danzica ad accudire agli altri sei figli. Lo ha fatto in segno di solidarietà per gli undici prigionieri politici di «Solidarnosc», e poi, perchè temeva di trovare chiuse le frontiere del suo Paese al ritorno. «Un Walesa all'estero rappresenta per le autorità polacche una persona più comoda di un Walesa qui nel Paese», aveva detto.

E così, nelle stesse ore in cui Danuta riceveva dalle mani di Egil Aarvik, presidente del Comitato norvegese per il premio Nobel, il documento e la medaglia d'oro (insieme ad un assegno di circa 300 milioni di lire), il leader del disciolto sindacato libero — salito ora al livello di Martin Luther King e di madre Teresa di Calcutta — assisteva ad una messa nella chiesa di Santa Brigida, di fronte ai cantieri Lenin. Nel corso della cerimonia religiosa, è stato letto il discorso di ringraziamento che lo stesso Walesa avrebbe dovuto pronunciare ad Oslo. Nella capitale norvegese lo ha letto Danuta, davanti al re Olaf, a numerosi membri della famiglia reale e agli altri insigniti del Nobel.

«Desideriamo la pace, ed è per questo che non abbiamo fatto e non faremo ricorso alla forza», scrive il leader di Solidarnosc. «Siamo assetati di giustizia, ed è per questo che perseveriamo, nella lotta per i nostri diritti. Esigiamo il rispetto della libertà d'opinione ed è per onesto che non abbiamo forzato e non forzeremo mai la coscienza di nessuno». «Lottiamo per i diritti dei lavoratori di associarsi — si legge ancora nel testo — e per la dignità del lavoro. Rispettiamo la dignità e i diritti di ciascun uomo e di ciascuna nazione». Quindi, Walesa — che si è presentato come «presidente di Solidarnosc» — ha espresso tutta la sua «profonda gratitudine» per chi ha confermato la vitalità e la forza» della loro idea, assegnando il Premio Nobel per la pace a lui. «Penso con dolore — scrive poi il leader sindacale polacco — a quelli che hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Solidarnosc, a quelli che si trovano tra le mura delle prigioni, alle vittime della repressione». Alla fine del discorso Walesa ha ricordato uno dei suoi predecessori, lo scrittore polacco Henryk Scienkiewicz, premio Nobel per la letteratura nel 1905 (autore del famosissimo «Quo Vadis»).

Scienkiewicz in quell'occasione — quando cioè la Polonia era stata cancellata dalla carta geografica — aveva detto: «Era stata proclamata morta ed ecco una delle prove che essa vive. Era stata dichiarata incapace di pensare e di lavorare, ed ecco che essa prova di agire. Era stata dichiarata vinta ed ecco la prova che essa è vittoriosa». «Oggi — ha concluso Walesa — nessuno più dichiara morta la Polonia, ma le parole di Scienkiewicz hanno acquistato un nuovo significato».

 

Assieme a Lech alla radio nella sacrestia di S. Brigida
Tra abbracci e lacrime, grida e spumante è stata ascoltata la radiocronaca fatta dalla «Voce dell'America»
DANZICA. 10. — Il «Premio Nobel per la pace» Lech Walesa, come gli altri concittadini che hanno voluto seguire l'avvenimento, ha dovuto sintonizzarsi con l'emittente «La voce dell'America» per poter seguire in diretta la trasmissione della cerimonia di premiazione alla quale ha delegato sua moglie Danuta. Per seguire la cerimonia, con i suoi amici più intimi, il presidente del disciolto sindacato ha scelto la sacrestia della chiesa di Santa Brigida, presso i cantieri navali «Lenin» di Danzica. Insieme al suo amico Padre Henryk Iankowski e ad alcuni compagni di lavoro e tra una folla di giornalisti e fotografi il leader sindacale di Danzica ha seguito la trasmissione con evidente emozione.

Quando la voce di Egil Aarvik, il presidente del Comitato norvegese del «Premio Nobel», spiega i motivi per cui è stato attribuito a Walesa questo riconoscimento, il leader sindacale ascolta in silenzio, approva con la testa i passaggi salienti del discorso e sembra rattristarsi quando viene fatto riferimento alla «seggiola vuota».

Un attimo, perchè subito ritorna l'emozione e la gioia quando si ode la voce incerta di Danuta Walesa che legge il testo affidatole dal marito. «È questo testo» esclama il sindacalista levando dalla tasca un foglio, con numerose correzioni. Quando Danuta legge la lista dei premi Nobel polacchi Walesa si rende conto che ci sono delle improvvisazioni e per un attimo pensa che il suo intervento sia stato cambiato. Tuttavia il sindacalista ha un sospiro di sollievo quando, la moglie riprende il testo originate e si rende conto che si è trattato soltanto di «una piccola e doverosa aggiunta».

La cerimonia è finita e subito nella piccola stanza succede il finimondo. Abbracci, gente con le lacrime agli occhi, frasi di elogio per il comportamento di Danuta, fino a quando non irrompe una delegazione di operai della fabbrica di materiale ferroviario «Cegielski» di Poznan che innaffia di champagne i presenti per festeggiare, «anche se in ritardo», lo storico avvenimento. Nel suo abito grigio, quello delle grandi occasioni, Walesa ha messo i segni di «Solidarnosc» ed un distintivo della Madonna nera di Czestochowa. Il presidente del disciolto sindacato afferra un bicchiere, si versa dello champagne e brinda: «Beviamo all'idea invincibile di Solidarnosc».

 Intanto non si perde il controllo della «Voce dell'America» e quando il presentatore ricorda che l'umile Danuta Walesa, moglie del piccolo elettricista dei cantieri navali «Lenin», è stata ricevuta dal re Olaf di Norvegia nel palazzo reale di Oslo, il sindacalista non può fare a meno di esclamare: «Un re, adesso si monta la testa ed al suo rientro avrò dei problemi con lei, non si potrà più trattenerla».

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