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Giovedì 21 Gennaio 2021

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2 dicembre 1990

Saddam a Bush: parliamone

Dall'Iraq tormentato sì alla colomba di Bush

Saddam a Bush: parliamone

Usa, tutti contenti tranne Kissinger

BAGHDAD — Dopo una notte insonne, agitata, il «Consiglio del comando della rivoluzione», la più alta istituzione irachena controllata direttamente da Saddam Hussein, ha detto sì alla inattesa proposta di dialogo, offerta dal presidente Bush: «Accettiamo l'idea dell'incontro. Attendiamo ora un invito ufficiale per stabilire tempi e modalità per uno scambio di visite nei due paesi», questa la dichiarazione diffusa dall'agenzia ufficiale «Ina». In altre parole: Tareq Aziz, ministro degli Esteri, sta preparando le valigie per recarsi a Washington, a condizione che Bush sia disponibile a parlare anche dei palestinesi. Saddam Hussein quindi ha preferito per il momento restare dietro le quinte, facendo rispondere a Bush dal suo «Consiglio rivoluzionario». Intanto, le emittenti locali hanno fornito due diverse versioni sullo stato d'animo del presidente iracheno.

Secondo la prima versione, da giorni la diplomazia dei paesi terzi, quella silenziosa e segreta, avrebbe lavorato, in costante contatto con Washington e con Baghdad, su una ipotesi di dialogo diretto tra le due parti, mettendo a disposizione di Saddam Hussein gli argomenti e, persino, una precisa agenda dei lavori di eventuali colloqui tra Usa-Iraq. Alla base di questa ipotesi, l'Iraq accetterebbe di ritirarsi dal Kuwait a due condizioni: che siano negoziabili alcune concessioni territoriali all'Iraq e che, soprattutto, venga inserita nelle trattative di pace la questione palestinese e il conflitto libanese. E, su questa ultima condizione, Washington ora sembrerebbe un po' più flessibile.

La seconda, invece, vorrebbe il dittatore iracheno all'oscuro di tutto: Bush — dicono le fonti mediorientali — avrebbe atteso l'approvazione dell'ultima risoluzione del Consiglio di sicurezza e avendo avuto via libera per un attacco militare contro l'Iraq, avrebbe offerto una ultima occasione di pace a Saddam, dopo la quale, ogni azione di forza diverrebbe legittima, anche agli occhi dei più severi critici interni ed esterni del presidente americano. Ecco, quindi, una spiegazione a tanta agitazione l'altra notte al «Consiglio del comando della rivoluzione» a Baghdad, prima del sofferto «sì» alla proposta di Bush: «Accettiamo la proposta americana, anche se l'arrogante presidente degli Stati Uniti George Bush — recita il comunicato iracheno—ha sempre respinto il dialogo, in disprezzo agli arabi, ai mussulmani e a tutti coloro che credono in dio e nei valori umani. Accettiamo comunque un dialogo serio e approfondito e non incontri formali, come desidera il presidente Bush». Contemporaneamente il regime iracheno ha organizzato ieri nelle maggiori città del paese violente manifestazioni anti-americane per ribadire che l'Iraq non teme l'attacco militare, rifiutando le risoluzioni del Consiglio di sicurezza. Ma Saddam ha anche deciso un gesto distensivo nei confronti degli americani, liberando 15 cittadini Usa che lasciano Baghdad insieme all'ex puglie Cassius Clay.

La stampa irachena comunque ha commentato l'offerta del dialogo del presidente americano come una «vittoria» di Saddam Hussein. Dell'offerta di Bush sono soddisfatti anche i palestinesi. Più articolata la posizione dell' Egitto, comunque favorevole alla proposta di Bush. A Damasco, invece, la possibile svolta nella crisi del Golfo persico è stata accolta con l'annuncio dell'invio nel Golfo di altri mezzo milione di uomini: «Utilizzeremo tutte le nostre truppe necessarie per arrivare alla liquidazione di Saddam Hussein», ha detto il ministro della Difesa siriano, generale Mustafa Tlass. Nessuna reazione, ufficiale, infine, a Gerusalemme, dove gli uffici del governo di Shamir erano chiusi per sabato ebraico. La radio israeliana comunque ha commentato l'offerta di Bush a Saddam con qualche segno di preoccupazione: «Speriamo che la pace non si faccia ai danni degli israeliani».


Una voce contro nel coro di lodi per il presidente
Usa, tutti contenti tranne Kissinger
WASHINGTON—Tutti contenti meno Henry Kissinger. L'invito di  George Bush al ministro degli Esteri iracheno Tarek Aziz e l'incarico dato a James Baker di andare a «guardare negli occhi» Saddam Hussein ha sorpreso favorevolmente i politici americani non meno di quelli stranieri. Ovunque è un coro di lodi, di attenuazione delle durezze passate. Tranne, si diceva, da parte di Kissinger. Allo stratega del colpo di Pinochet in Cile e del disimpegno americano dal Vietnam, artefice dell'apertura alla Cina e inventore della «politica della spola» in Medio Oriente (questo per dire che i suoi trascorsi ne fanno un personaggio ancora molto ascoltato), la svolta di Bush non è piaciuta per niente. Con tono pacato è andato alla tv e ha detto cose terribili.

«Questo gesto mi procura brutti presagi, in decenni non sono mai stato preoccupato come adesso», il rischio che gli Stati Uniti stanno correndo è di «perdere la possibilità di adottare l'opzione militare proprio dopo avere ottenuto dalle Nazioni Unite il diritto di adottarla». Da dove viene questa grande paura di Kissinger? Dal fatto che con la sua svolta Bush mette a repentaglio proprio il suo obiettivo principale, e cioè il ritiro delle truppe irachene dal Kuwait. A questo punto infatti, secondo Kissinger, sarà pressoché impossibile impedire agli altri paesi che formano la coalizione anti-irachena di intraprendere in proprio dei tentativi di negoziato col presidente iracheno, ogni volta che le speranze di soluzione sembreranno esaurite ci sarà regolarmente qualche nuovo elemento a ravvivarle e la confusione che ne seguirà porterà inevitabilmente a un compromesso con Saddam Hussein. E se si arriverà a questo, è la conclusione di Kissinger, «non solo l'aggressione sarà stata premiata», ma risulterà anche chiaro che «400 mila soldati americani saranno stati mandati in una zona del mondo e ne saranno ripartiti in cambio di qualcosa che si sarebbe potuto ottenere anche senza lo spiegamento di tutta quella forza».

Una posizione «guerrafondaia», quella di Kissinger, ma anche una posizione che sul piano della pura logica appare difficile da controbattere.

01 Dicembre 2020