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Lunedì 13 Luglio 2020

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29 giugno 1969

La fiera di S. Pietro alla fine del '700

Restaurato in fotografia il vecchio sipario del Filodrammatici

La fiera di S. Pietro alla fine del '700

Molti cremonesi nel tempo hanno manifestato il loro desiderio di rivedere il vecchio sipario del Filodrammatici, eventualmente restaurato.

Il dipinto era stato donato dall'ex teatro al Civico Museo e rintracciarlo non fu arduo come fu, invece, prenderne visione: il sipario infatti, che originariamente era teso ed inchiodato su un'intelaiatura di legno, fu ritrovato arrotolato nelle soffitte del museo: la polvere aveva completamente impregnato la tela, che per esser stata strappata dai supporto, in corrispondenza degli antichi chiodi presentava irreparabili ulcerazioni; la pittura era quasi completamente scrostata in seguito all'arrotolamento; infine la pulitura del dipinto, «extrema ratio» per tentare di capirci qualcosa, per quanto effettuata con ogni cura, non giovò certo alle scaglie superstiti dei vecchi colori.

Si provvide conseguentemente a fare l'unica cosa possibile: Elia Santoro incaricò il per. ind. Ezio Quiresi di fotografare il sipario. Un'ulteriore testimonianza delle disperate condizioni del dipinto ci viene dal fatto che non fu possibile trarne decenti fotografie a colori: solo una fotografia in bianco e nero, con un contrasto di toni sapientemente dosato, poté rivelare ciò che lo stesso occhio umano stentava ormai a discernere.
Quantunque il risultato fosse un capolavoro fotografico, non giovò tuttavia granché alla comprensibilità del contenuto del dipinto: dei cani, un'architettura frammentaria, vaghe figure umane e qualche bimbo che reggeva un bastone adorno di escrescenze biancastre, era tutto ciò che si riusciva scorgere della originaria «Fiera di San Pietro».

Il presidente dell'A.P.V.A., Giuseppe Poli, sentì come dovere (e diritto) dell'Associazione far sì che il soggetto del dipinto tornasse perfettamente comprensibile mediante una paziente e fedele ricostruzione di tutti i dettagli.

Il restauro, si preannunciava più difficile  del consueto, in quanto il restauratore avrebbe dovuto operare su una riproduzione in scala ridotta, senza l'ausilio dei colori originari e senza la possibilità di intuirli attraverso le diverse tonalità di grigio, che la necessaria nettezza del contrasto fotografico aveva annullate.

In più, il restauratore doveva essere un cremonese: solo il rispetto per la propria città gli avrebbe imposto di agire da vero «detective», deducendo il soggetto dagli scarsi elementi disponibili: non una caccia ai dettagli per riempire gli spazi vuoti, ma una caccia al soggetto (che si doveva fingere ignoto) per ripercorrere fedelmente l'iter creativo dell'autore.

Il professionista più adatto sembrò essere il prof. Sereno Cordani che in effetti accettò di buon grado, dando fra l'altro prova di encomiabile disinteresse. A giudicare dal risultato, ci è lecito arguire che insieme alla sua consueta e consumata perizia il pittore dovette profondere nell'opera una pazienza che solo eufemisticamente potrebbe definirsi certosina.

Sulla destra del dipinto figura la facciata della chiesa di S. Pietro (davanti alla quale in passato la fiera aveva il suo svolgimento); le architetture digradano per l'attuale via Cesari, si concludono sul fondo con una fugace veduta di alcuni edifici dell'odierno corso Vittorio Emanuele, risalendo poi per il lato opposto della via Cesari sino ad occupare il centro del sipario, e proseguendo in una efficace fuga di tetti sulla sinistra a delimitare la piazza della fiera.

Sulla sinistra del dipinto la fiera: notabili e popolani fanno ordinata ressa intorno alle bancarelle del piccolo commercio, ai giocolieri ed ai girovaghi. Due bancarelle decorosamente adornate, avamposti della qui invisibile teoria di mercanti affollati sulla piazza, fan bella mostra di sé all'ombra di due frondose piante (è interessante a questo proposito osservare la predilezione quasi simbolica, tuttora vivissima, dei commercianti ambulanti per gli alberi e per il verde in generale: naturale ricorso all'unica forma di asilo e di frescura permessa dalle loro condizioni economiche).
Alcuni cani circondano affettuosamente i loro cuccioli, che giocano indisturbati (chiara riprova che a quel tempo l'«auri sacra fames» comunale non aveva ancora iniziato la tradizione di medagliette).
Giostrano qua e là dei bimbi reggendo lunghe canne sulle quali sono confitti grossi cialdoni a forma di ciambella. Questi strani trofei sono le «pampare» o «castelli»: apparvero per la prima volta nel 1214 a ricordo della vittoria cremonese dell'anno precedente sui Milanesi presso Castelleone, persero nel corso degli anni il primitivo significato e divennero semplice simbolo dell'importanza sociale vuoi del fanciullo che le riceveva, vuoi del donante; la classe ed il censo venivano appunto magnificati dalla maggior lunghezza della canna e dalla quantità di dolciumi e degli ornamenti ad essa fissati; in tale guisa, veri e propri «castelli» di ciambelle e girandole, perdurarono a lungo e la consuetudine scomparve solo nel 1914, a ben 700 anni dalla loro prima comparsa.

La realizzazione del sipario vien fatta risalire al tardo '700 se non ai primi dell'800: la manifestazione raffigurata sarebbe dunque all'incirca la seicentesima edizione della cremonesissima Fiera di San Pietro, destinata a ripetersi oltre 150 volte da quell'epoca ad oggi.

25 Giugno 2020