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Sabato 11 Luglio 2020

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24 maggio 1992

Strage contro lo stato

Massacrati Falcone, la moglie e 3 agenti di scorta

Il giudice Giovanni Falcone, la moglie e tre poliziotti della scorta trucidati dalla mafia con mille chili di tritolo

PALERMO — Mille chili di tritolo, fatti esplodere in autostrada, alle 6 del pomeriggio, con un telecomando azionato da una delle villette che si affacciano sulla carreggiata che collega l'aeroporto di Punta Raisi a Palermo.
Così Cosa nostra ha massacrato il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della sua scorta.
Altri quattro poliziotti sono rimasti feriti, insieme ad almeno altre cinque persone.

Un pezzo di autostrada è stato letteralmente cancellato dall'esplosione, per chilometri e chilometri tutto è rimasto bloccato
mentre accorrevano polizia, carabinieri, magistrati. Una scena terribile si è presentata agli occhi dei soccorritori, per molte ore non è stato neanche possibile rimuovere né cadaveri né macerie.

È arrivata una rivendicazione con una telefonata in una agenzia di stampa, da parte del gruppo terroristico «Falange Armata» ma i magistrati danno pochissimo credito alla chiamata. Come viene ritenuta di scarso interesse la telefonata ricevuta a tarda sera dal Giornale di Sicilia: qualcuno ha detto che l'attentante era il dono di nozze per Salvatore Madonia, che ieri si è sposato in segreto all'Ucciardone e che è figlio di quel Ciccio accusato dell'uccisione di Libero Grassi.

C'è invece un particolare assai inquietante. Falcone era atterrato all'aeroporto di Punta Raisi qualche minuto prima delle 18.00 a bordo di un aereo del Sisde, il servizio segreto civile. Tutti gli spostamenti, dunque avrebbero dovuto essere coperti dal massimo segreto. Ma evidentemente i movimenti di Falcone erano spiati, controllati: gli attentatori sapevano del suo arrivo, del suo percorso, della sua destinazione.

I mille chili di tritolo erano stati cosi sotterrati ai margini della carreggiata, e poi fatti esplodere con un comando azionato a distanza.

Nell'89 scampò a un primo attentato
Impressionanti le analogie con l'esecuzione di Rocco Chinnci e l’agguato a Carlo Palermo
Con una carica di esplosivo volevano ucciderlo mentre nuotava in mare
ROMA — Speravano che Giovanni Falcone morisse già in quel terribile attentato del 22 giugno dell'89. Era da otto anni il primo della lista. Ma allora il direttore generale del ministero di Grazia e Giustizia scampò per un pelo a quella esecuzione barbara, spietata, macabra, alla libanese come è nelle abitudini di Cosa nostra.

La mafia voleva ucciderlo come Chinnici, come tentò di fare con il giudice Palermo con la carica di esplosivo telecomandata a distanza. L'esplosione sarebbe dovuta avvenire mentre Falcone faceva il bagno in mare fra le rocce dell'Addaura a cinque minuti di macchina da Palermo. Sapevano che aveva la buona abitudine, quando era in vacanza, di immergersi la mattina appena sveglio in quell'acqua limpida che circondava la sua villa che prendeva ogni anno in affitto. E lo aspettavano lì, appostati su un natante muniti di un telecomando pronti a far esplodere 50 chili di gelatina contenuti in una sacca impermeabile depositata nella notte fra le rocce.

Cosa nostra voleva un massacro. Un piano studiato nei dettagli vanificato solo dal frettoloso controllo di un agente che, accortosi alle otto del mattino di quello stesso giorno della sagoma di un involucro di plastica, diede prontamente l’allarme. Da allora il giudice Falcone cominciò a girare con una scorta più rinforzata. L'attentato è rimasto impunito.

Carlo Palermo. Neo deputato eletto nelle liste della Rete, Palermo trema ancora al ricordo. In stile Mediorientale fu anche il suo attentato il 3 aprile 1985. Lo scenario fu sempre la Sicilia, questa volta però ad Erice a pochi passi da Trapani. L'esecuzione mortale sarebbe dovuta avvenire con una «Golf» piena di tritolo sistemata all'occorrenza dalla mafia nel punto in cui sarebbe dovuto passare il giudice.

Destino volle che al momento dell'esplosione passasse oltre a Palermo anche una mamma che portava a scuola i suoi due gemelli. Di lei e dei suoi figli rimase ben poco. Carlo Palermo sulla sua 132 blindata fu colto di striscio dalla deflagrazione della bomba. Rimase solo ferito al braccio, anche la scorta scampò per un pelo all' attentato.

Dopo pochi mesi dalla strage furono incriminati 20 persone quasi tutte condannate all'ergastolo in primo grado. Ma in secondo grado ci fu la sorpresa: dopo due ore di camera di consiglio il giudice assolse tutti e le tre vittime rimasero senza giustizia.

Rocco Chinnici. «Una spietata condanna» fu definito l'assassinio del giudice Chinnici il 30 luglio 1983.

Alle otto del mattino il giudice fu avvertito per citofono da uno sconosciuto. Scese di casa dal quarto piano del suo palazzo. Un'Alfasud bloccò immediatamente la strada sulla destra, un'Alfetta sulla sinistra. Tra le due macchine proprio dinanzi l'ingresso dello stabile la sua autoblindata.

Chinnici non fece a tempo a fare due passi che una 126 posteggiata lì davanti saltò in aria. Morirono anche i due uomini di scorta e il portiere del suo stabile. L'assassino un istante prima pigiò un pulsante collegato ad una prima carica che a sua volta fece innescare una seconda carica. «Un' esecuzione perfetta di matrice mafiosa», sentenziò subito la polizia accorsa dopo l'attentato.

22 Maggio 2020