il network

Venerdì 29 Maggio 2020

Altre notizie da questa sezione


17 maggio 1999

Cremona è 'invasa' da 400.000 penne nere arrivate da tutta Italia

Cremona è 'invasa' da 400.000 penne nere arrivate da tutta Italia

CREMONA — «La città che più piatta non si può», come l'ha definita il sindaco Paolo Bodini, ha ospitato circa 400 mila penne nere arrivate da tutta l'Italia e con ogni mezzo per partecipare alla 72a Adunata nazionale degli alpini. La città per tre giorni ha subito un'invasione pacifica, anche se un po' rumorosa, di veci e bócia, culminata nella sfilata lungo il viale principale tra due ali di folla, prodiga di applausi al passaggio dei vari gruppi, scandito dalle note di una fanfara, tra lo sventolio di moltissime bandiere tricolori. 

Esodo biblico dopo la festa
L'imponente sfilata di macchine e pullman in uscita da Cremona è cominciata intorno alle due del pomeriggio. E con il passar delle ore le code, specie sulla tangenziale e sull'A21, si sono fatte lunghissime tanto che alle sette di sera quella sull'autostrada, all'innesto con la Serenissima, ha raggiunto i sette chilometri. Ma a tarda sera tutto è tornato nella normalità.

Migliaia di cittadini «rapiti» dalla sfilata
Applausi e lacrime

L'ammassamento, in gergo militare si chiama così, era per i centomila  alpini che dovevano sfilare. Ed invece ammassati lungo tutto il tragitto, da porta Milano e porta Venezia, c'erano i cremonesi: non tutti settantamila, ma comunque molti. E se sul palco delle autorità mancavano, incredibilmente, alcuni nostri parlamentari, in strada nessuno ha voluto perdere la straordinaria opportunità di dire: «Ciao alpini!». E l'hanno fatto davvero con il cuore in mano. Ma non sono mancati quelli, davvero fortunati, che hanno potuto assistere alla sfilata dalle finstere di casa: molti hanno lanciato, insieme agli applausi, anche qualche fiore. E mentre i centomila sfilavano, altre migliaia di alpini scoprivano la città e le sue bellezze tanto che, a mezza mattina, la fila per salire in palazzo comunale raggiungeva dimensioni impressionanti. Nonostante qualche maleducato, la festa è stata davvero unica ed indimenticabile.  

Un fiume a difesa della naia
Su, in tribuna d'onore, il prefetto applaude, il questore si sporge e si sbraccia, ì vertici militari salutano a ripetizione, la marchesa Cavalcabò lancia garofani rossi.

Giù, in porta Vene zia, il corteo non è neanche a metà. Dal balcone al primo piano del Continental i quattro speaker si danno il cambio per raccontare tutta la sfilata minuto per minuto. Si è appena allontanato verso via Mantova un altro striscione con il nuovo grido di battaglia «La frana è in movimento, politico attento», che già sullo sfondo da via Trento e Trieste si indovinano le prime file di uno dei gruppi più numerosi e più combattivi, i veneti. Un fremito in tribuna: partiranno contestazioni al governo, come l'anno scorso e quello prima? No, tutto bene, e anche il radiocronista tira un sospiro di sollievo, «notati, gente, i tricolori che sventolano quelli del Nord est?». Molti sono arrivati da Treviso, la sezione di cui fa parte Pieve di Soligo, il paese di Massimilano Sech, morto cadendo dal pennone. Nessun segno di ricordo. Per lui spende una parola il sindaco: «L’ho saputo in piena notte dai vigili; è stato il momento peggiore di questi dodici mesi di preparazione».

Poi sbuca Roberto Formigoni. Tra lui e Rivera, dal palco, il capo di Stato di maggiore della difesa dell'esercito, Francesco Cervoni, ma anche una profonda diversità di opinioni, il sottosegretario apre delle parentesi il presidente della Regione Lombardia dice che «la leva deve restare», punto e basta.

Davanti a loro l'interminabile fiume degli alpini lombardi, alle spalle pochissimi politici e solo due dei cinque parlamentari cremonesi, Angelo Rescaglio (Ppi) e Sergio Trabattoni (Ds). I vuoti indignano gli alpini cremonesi che però ora devono andare a prepararsi. Tocca a loro, seguiti solo dal servizio d'ordine, chiudere il corteo. Aprono l'ultimo segmento due camionette con i reduci dalla Russia; dietro il presidente delle penne nere locali, Giangiacomo Chiarvetto, circondato da chi gli è stato più vicino in questi mesi. Sui loro volti si leggono stanchezza ma anche la soddisfazione del «ce l'abbiamo fatta». Dietro ancora lo striscione «Addio naia alpina, da sempre fucina d'italianità».

Infine, sommersi dagli applausi e bagnati da qualche lacrima, gli altri cinquecento alpini della pianura. Poi il rompete le righe. Baci, un fiume di «ti ricordi?», un sacco di arrivederci all'anno prossimo, a Brescia, dove, se l'aria non cambia, il mugugno che scende dalle montagne potrebbe non bastare più.

14 Maggio 2020