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Domenica 22 Settembre 2019

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17 agosto 1969

Ferragosto a Cremona

Ferragosto a Cremona

In cielo erano rimaste soltanto tre stelle, la rossa Sirio, l'azzurra Venere e Aldebaran, la polare.

Anche nel buio della notte si intravedevano le grosse nuvole e ricominciava a cadere la pioggia. «Ahimè, l'estate sta per finire».
Ma venerdì c'è stata la rivincita dell'estate. Nell'aria tersa, un ferragosto limpidissimo, ed un cielo violetto. Ventiquattro ore di tregua all'offensiva dell'autunno. Ecco questo magico ferragosto, un punto d approdo, a metà dell'intera estate.
Un Natale di sole, con malinconia dell'addio.

Di Ferragosto siamo andati lungo il Po, per la città, a goderci questa Cremona soleggiata, questi tetti rossi di cotto e di calore. Siamo andati per l'umida oscurità dei boschi, lungo il Po, ancora silenziosi, tra qualche ramo abbattuto e con le prime foglie secche. Sul fiume, a guardare l'acqua faceva male agli occhi: il Po cangiava al sole — come direbbe Pasternack — di volta in volta concavo e convesso, come una lamina d'acciaio. È nato così, quest'incontro con il Ferragosto; a metà di cronaca, a metà sentimentale.

Nei pressi di Spinadesco, proprio di fronte alla «Maginot» ci sono due strisce di sabbia, di un bianco abbagliante, in certi punti sottili come trampolini sull'acqua. È qui che abbiamo incontrato il Ferragosto. Il signor Ferragosto. Aveva i calzoncini a fiori, una bottiglia di barbera sulla sinistra ed in braccio, si proprio in braccio, come un bambino, un enorme trombone (dicono, i miei amici musicologi, che esattamente si chiami basso). Il suono del trombone risvegliava echi inconsueti per i boschi e per l'acqua. Tremava la calura. E lui lo impugnava come una spada, come l'arma della sua rivincita. Il signor Ferragosto è di Milano. Si chiama G. D. ed abita in un enorme caseggiato di cemento. Entra di soppiatto in casa, con l'enorme trombone. Le sottili pareti non potrebbero reggere al suono del basso, la passione del signor Ferragosto. Così lui si prende la sua rivincila in queste giornate assolale, su spiagge deserte. Il sole picchia forte, ma lui disperde ogni sensazione con il suo suono immane (e con una bottiglia di barbera). È rimasto per buona parte della giornata ad abbracciare il basso (ed a scolare il suo vino). Il signor Ferragosto si è allontanato alle prime ombre della sera, finalmente soddisfatto, riponendo gelosamente in una custodia l'enorme strumento. Aveva il passo un po' traballante, per il fiato speso, ma anche per altro. La sua presenza sul fiume diventa un simbolo della liberazione dalla città, dalle convenzioni, dalle abitudini e anche dai vestiti, insomma tutto ciò che in fondo è l'anima del Ferragosto.

Il Ferragosto sul fiume è la consuetudine di chi resta a Cremona. Ma il Ferragosto non e per tutti vacanza. Facile elencare le persone che lavorano di Ferragosto. Potrei anche compiangermi, io con la macchina fotografica. Ma gli allenamenti della Cremonese sono una consolazione. Nello stadio vuoto, Silvano Moro è diventato un alleato prezioso. Tassi e compagni sudano come me, come i militi della stradale, come i due infermieri dell'autoambulanza del servizio di rianimazione che sosta in piazza Libertà, come l'autista della radiale che in certe ore deserte corre su e giù per la città.
Sul fiume, figurine nere si stagliano sulla sabbia resa abbagliante dal controluce. L'acqua, uscendo dal bosco, emerge tra le foglie luccicante, come il sugo di un'anguria, quando si fa il taglio di assaggio.

L'ultimo incontro del Ferragosto l'abbiamo fatto al "Ponticello". Compassato, distinto, con le mutande a fiori lunghe fino al ginocchio, andava alla conquista della spiaggia, animatissimo. Anche lui aveva conquistato Ferragosto. E si sentiva fusto. Prima della sera è restato il tempo, soltanto, per una birra ghiacciata e per una discussione sotto gli alberi del secondo «baracchino». Le tradizioni sono dure a morire. Come un Ferragosto di sole. Ieri, infatti, è ritornata la pioggia.

Antonio Leoni

11 Agosto 2019