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Domenica 22 Settembre 2019

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5 agosto 1972

Sabotaggio a Trieste: brucia il deposito di petrolio

Immane incendio provocato dall'esplosione di alcuni ordigni

Attentato al deposito petrolifero di Trieste

Un grande serbatoio è scoppiato ed altri tre sono preda delle fiamme - Il disastro al « terminal » del grande oleodotto transalpino - Gli attentatori hanno tagliato la rete di protezione per mettere a segno il loro piano - Minacciate numerose abitazioni -18 vigili del fuoco ustionati.

TRIESTE. 4 - Quattro esplosioni nella notte, tra le 3,41 e le 4,05, hanno scosso Trieste. Nella piana di San Dorligo della Valle, dove si trovano i 25 giganteschi serbatoi della «Tank Farm» (parco serbatoi) dell'oleodotto transalpino che unisce Trieste con Monaco di Baviera e con Vienna, si sono levate fiamme gigantesche, alta centinaia di metri, che con i loro, riverberi hanno tinto di rosso il cielo che si slava appena schiarendo, anticipo dell'alba non lontana.

La «Tank Farm», la più glande d'Europa, con una capacita di oltre un milione e 600 mila tonnellate di petrolio grezzo, a poco più di tre chilometri dal terminale marittimo della Siot nel vallone di Muggia, era stata presa di mira da un attentato terroristico che è stato condotto sicuramente da elementi espertissimi nel maneggio degli esplosivi ad alto potenziale: il serbatoio 21 nell'area numero 2 è stato il primo ad incendiarsi seguito nel giro di pochi minuti dal serbatoio 54 e dal serbatoio 11.

L'ipotesi di un sinistro accidentale è assolutamente improponibile, e ciò non soltanto per il fatto che tracce di una violenta esplosione sono state riscontrate alla base del serbatoio 44, nella zona tre, quello che non si è incendiato, e neppure con riferimento alla tranciatura della rete che delimita il complesso dei depositi.


Si è rivelato anche che i tre serbatoi in preda alle fiamme distavano tra di loro quasi un chilometro e mezzo in linea d'aria. Il 21 si trova a circa 350 metri dall'11 e questo a circa un chilometro dal 54. I serbatoi erano completamente indipendenti: nessuna tubazione li collega tra loro. Ci sono anche altri elementi. È stato rilevato dai tecnici dello SIOT, oltreché da polizia e carabinieri, che le esplosioni si sono prodotte in corrispondeva del punto più delicato, la valvola di immissione e di emissione.

Ciò dimostra, oltretutto, che gli ignoti attentatori non soltanto erano espertissimi nel maneggio di esplosivi (probabilmente cariche di due-quattro chilogrammi di plastico, ciascuna con un congegno percussore chimico o a orologeria), ma anche degli impianti. Il piano criminoso, perfettamente attuato, era stato dunque studiato sin nei minimi dettagli.

Niente, se non deduzioni, autorizza a dare per certo l'innesco chimico o a tempo: infatti si tende a scartare la miccia con accensione manuale solo per il fatto che tra la prima esplosione e le altre tre sono intercorsi parecchi minuti. Se il serbatoio 44 fosse stalo incendiato, è evidente che gli attentatori, restando nei recinto per quasi tre quarti d'ora, avrebbero corso il serio rischio di essere catturati.


Per il momento qualsiasi ipotesi sulle responsabilità dell'attentato è giudicata prematura. Il deputato triestino Renzo De Vidovich del Movimento Sociale Italiano ha accennato a presunte minacce che la società «Siot», che gestisce l'oleodotto transalpino, avrebbe ricevuto per lettera «da organizzazioni terroristiche di sinistra operanti nella Germania Federale, notoriamente collegale con l'organizzazione finanziala in Italia da Feltrinelli. Il segretario dei Consiglio di amministrazione della «Siot», avvocato Guido Gerin, ha affermato che «allo stato attuale mancano clementi per prospettare colpe dei "tupamaros tedeschi"».

27 Luglio 2019