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ANATOMIA DELLA VERGOGNA

Al Ponchielli il silenzio dei salvati, quando la memoria fa ancora male

Letture sceniche e analisi critica hanno riportato al centro uno dei nodi più laceranti dell’esperienza concentrazionaria, tra colpa, sopravvivenza e impossibilità di restituire l’orrore. Un dialogo intenso tra voce e pensiero ha riaffermato l’urgenza contemporanea dell’opera di Primo Levi

Luca Muchetti

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28 Gennaio 2026 - 13:46

Al Ponchielli il silenzio dei salvati, quando la memoria fa ancora male

Marco Belpoliti e Federica Fracassi

CREMONA - È una anatomia della vergogna quella che Federica Fracassi e Marco Belpoliti hanno portato sul palco del teatro Ponchielli martedì sera in occasione della Giornata della memoria.

Organizzata dal Comune di Cremona e la Fondazione Teatro Ponchielli, in collaborazione con la rivista culturale Doppiozero e la Fondazione Hapax, la serata - intitolata «I sommersi e i salvati. La vergogna» - ha proposto alcune letture tratte dall’ultimo libro pubblicato da Primo Levi nel 1986.

Se Fracassi ha dato voce ad alcuni brani del testo dello scrittore torinese, è stato il critico Belpoliti ad affiancare riflessioni, spunti, e a tracciare linee di continuità fra le pagine scelte.

Belpoliti, tra i massimi studiosi dell’opera di Levi, è anche curatore della sua Opera omnia per Einaudi.

Righe nelle quali Levi descrive con una lingua cristallina e una precisione chirurgica il sentimento della vergogna dei sopravvissuti, la vergogna del salvato, il peso di essere rimasti in vita al posto di altri, l’impossibilità di restituire fino in fondo, attraverso il racconto, la degradazione e l’annientamento subiti.

«Levi e i suoi compagni non si sentono sollevati. Se il senso di colpa è fondato sulla memoria, la vergogna è fondata sul presente. E poi resta».

Un filo conduttore che accompagna le letture di Fracassi. «La vergogna di essere sopravvissuto lo tallona da presso - annota Belpoliti riprendendo un articolo pubblicato su Doppiozero pochi giorni fa -: si trova tra i salvati, ‘e perciò alla ricerca permanente di una giustificazione’, davanti ai propri occhi e a quelli degli altri: ‘Sopravvivevano i peggiori, cioè i più adatti; i migliori sono morti’. Il suo senso di colpa è senza dubbio il risultato della razionalizzazione della propria angoscia, mentre è la vergogna a costituire il nucleo duro dell’angoscia stessa».

La platea è silenziosa e per circa un quarto composta da studenti. «Anche l’ufficio della testimonianza è vano - continua -: cerca di colmare un sentimento di vergogna e insieme di colpa, che non potrà mai colmare. Anzi: proprio la testimonianza accrescerà quest’angoscia, perché non può fare nulla contro ciò che è accaduto. Non c’è espiazione per questa colpa di essere sopravvissuto, la vergogna è totale, come accade a K., il protagonista del Processo di Franz Kafka con cui Levi finisce per identificarsi. La scrittura appare, dunque, a Levi l’unico modo per alleviare il suo senso di pena, per riparare al torto di essere sopravvissuto all’immane massacro».

Per concludere, più in là: «La lezione di Primo Levi non solo è necessaria, ma oggi più ancora di ieri è assolutamente indispensabile».

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