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Mercoledì 03 Giugno 2020

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IL COMPLEANNO

Gli ottant'anni di Mina: da Monteverdi alla Tigre non sono solo canzonette

Estremi e cardini di un unico percorso-respiro artistico legato da un indissolubile filo rosso, nell’album di arie sacre Dalla terra reinterpreta Il pianto della Madonna del divin Claudio

Gli ottant'anni di Mina: da Monteverdi alla Tigre non sono solo canzonette

CREMONA (26 marzo 2020) - Anche se il superamento dei generi in musica è oggigiorno un fatto acquisito – il cosiddetto crossover ormai domina nei cartelloni delle stagioni concertistiche - l’accomunare il divin Claudio alla Tigre della canzone italiana potrebbe apparire quanto meno una forzatura, se non addirittura una provocazione. L’unico elemento comune, a una lettura superficiale, è che entrambi i soggetti sono cremonesi.

Un unico respiro
In realtà i punti di contatto sono sorprendenti e comunque tali da considerare il compositore de L’Orfeo e l’interprete di Grande grande grande come l’Alfa e l’Omega della canzone italiana, ovvero gli estremi e i cardini di un unico percorso/respiro artistico che si può sintetizzare nel titolo ‘da Monteverdi a Mina’. Una riflessione che ci piace sottoporre in occasione dell’80° compleanno dell’icona del nostro tempo ma anche simbolo di Cremona nel mondo, al pari appunto di Monteverdi e Stradivari. Il divin Claudio è universalmente conosciuto come l’inventore del recitar cantando, del melodramma, e il suo Orfeo, composto nel 1607 per la corte di Mantova, è considerato l’archetipo del teatro musicale, genere squisitamente italiano che il nostro paese ha esportato in tutto il mondo. Ma la più grande rivoluzione del musicista cremonese consiste nell’aver messo a punto la monodia accompagnata, ovvero il canto solistico sostenuto da strumenti, dopo che per secoli la civiltà musicale europea era stato dominata dalla polifonia, il canto di più voci sovrapposte. Una rivoluzione sperimentata attraverso le ultime raccolte di madrigali, soprattutto il Settimo e l’Ottavo Libro, che in senso lato possiamo considerare le prime canzoni italiane, espressioni di quella lirica che ha reso l’Italia il paese del bel canto per antonomasia. «Monteverdi e Verdi, un unico respiro», così aveva già scritto Riccardo Muti nel 2001 in occasione del centenario della morte del Cigno di Busseto, teorizzando un link tra autori che fino a qualche decennio fa erano visti come espressione di generi e stili lontani e diversi, l’uno campione del teatro musicale barocco l’altro beniamino del melodramma romantico.

Monteverdi e Verdi
In qualche modo anche Verdi può contribuire a riaffermare il concetto di cremonesità nello sviluppo della lirica italiana, sia per la predilezione che il compositore di Aida aveva per la nostra città sia perché quelle che oggi definiamo terre verdiane fino alla fine del Cinquecento erano legate a Cremona nel cosiddetto Stato Pallavicino, momento storico e politico che ha contribuito a creare un comune humus culturale. Basti pensare che uno dei più importanti compositori del tempo, Tarquinio Merula, nacque nel 1595 a Busseto, allora facente parte della diocesi di Cremona, e alla luce del suo talento musicale venne chiamato a esercitare il ruolo di maestro della Cappella delle Laudi nel duomo cremonese.

Le canzonette
Per tornare all’oggetto della discussione, ricordiamo che canzonette si definivano già all’epoca di Monteverdi i madrigali di testo più popolare e di estrazione meno aulica. In questa categoria si annoverano veri e propri capolavori, anche se oggi lo stesso termine viene curiosamente usato in modo dispregiativo per definire canzoni di scarso valore artistico. E se le arie più belle e famose del grande repertorio operistico vengono definite romanze, come non definire canzoni pezzi come La donna è mobile dal Rigoletto di Verdi, per la sua sintesi di popolarità e immediatezza?
il melodramma
Non è un caso che all’inizio del Novecento, quando la gloriosa stagione del melodramma stava arrivando al tramonto, in Italia fiorisce la grande stagione della canzone. Parliamo delle grandi canzoni napoletane, che all’inizio coinvolse musicisti e poeti di prim’ordine, sia delle canzoni italiane di autori come Bixio o del mantovano - al confine con Cremona - Gorni Kramer. Arriva poi il grande capitolo del cantautorato, che nel nostro paese ha messo in campo grandi autori. Nel suo lunghissimo percorso artistico e discografico, Mina ha in qualche modo testimoniato che la storia della canzone italiana è un unico grande respiro, dedicando album a tutti i campioni della canzone made in Italy, da Modugno a De André a Batisti, ma cantando anche, a modo suo, l’antico canto gregoriano nell’album Dalla terra del 2000, le arie d’opera nell’album Sulla tua bocca lo dirò del 2009, ma anche reinterpretando Monteverdi con Il pianto della Madonna, anch’esso nel 2000, brano contenuto nella Selva morale et spirituale, la grande raccolta del divin Claudio pubblicata postuma nel 1640 a Venezia.

La modernità
D’altra parte un senso di grande modernità ma allo stesso tempo di classicità si percepisce oggi nel vedere le ormai storiche trasmissioni di Studio Uno in cui una Mina in bianco e nero rappresenta ai nostri occhi la logica evoluzione dell’arte italiana, quella fatta di bellezza di proporzioni che ci ha resi famosi e ammirati nel mondo. Una perfezione che ha caratterizzato la Tigre fin dalle sue prime apparizioni, come lei stessa ha ricordato in un suo scritto pubblicato sul quotidiano La Stampa il 22 settembre 2008: «Cinquant’anni fa una lungagnona col vestito da cocktail sottratto di nascosto alla madre, saliva sul palco traballante di una balera lombarda». Il concerto in questione – una delle primissime esibizioni pubbliche dell’artista – avvenne il 23 settembre 1958 alla fiera di Rivarolo del Re, ma al di là di questo «si ricorda che l’abito era blu e bianco». Una bellezza classica, una perfezione aurea: come un madrigale (o una canzone, se si preferisce) di Monteverdi, come un violino di Stradivari.

26 Marzo 2020