L'ANALISI
01 Febbraio 2026 - 05:05
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».
(Vangelo secondo Matteo, Capitolo 5, versetti 1-12)
Gesù non era un politico né un sindacalista. Nonostante questo, Matteo ce lo presenta all’inizio del capitolo quinto per certi versi impegnato in un “comizio”. Proclama una specie di carta programmatica, un manifesto della sua azione e, di più, dello stile di quanti lo vorranno seguire. Siamo su di un’altura, Gesù fa mettere a sedere i suoi e quanti simpatizzano per lui o sono arrivati in quel luogo magari spinti dalla curiosità o dalla speranza di sentire cose nuove, convincenti, utili a reggere alla ricerca di senso della vita. Il momento ce lo immaginiamo solenne e magari abbiamo davanti agli occhi l’affresco di Giotto che immortala la scena, con le sue posture, le rocce dello sfondo, i colori dei personaggi. Il manifesto che Gesù propone è il primo passo di un ampio discorso che Matteo propone come parola programmatica del maestro: è il discorso del Padre Nostro, della casa costruita sulla sabbia o sulla roccia, del superamento di una lettura solo materiale della legge ebraica… insomma tantissime cose... una vera e propria miniera con cui Matteo fa sintesi ordinata di parecchi insegnamenti di Gesù.
Le Beatitudini sono conosciutissime, ma anche fatalmente destinate ad un grave fraintendimento: possono sconvolgere per la loro carica e al tempo stesso renderci sconsolati per la loro lontananza dal buon senso della vita; ci possono affascinare e farci dire: finalmente qualcosa di grande su cui investire; ma al tempo stesso spaventarci perché intuiamo che la bellezza di quelle parole passa inevitabilmente per una grande sofferenza, attraverso il dolore del mondo, dei popoli, dei singoli. Gesù sostiene che il regno non è uno stato di estasi scollegata dalla storia; piuttosto ha a che fare con un processo, con una lotta che altrove potremmo descrivere come lo scontro tra la luce e le tenebre. Qui le categorie della lotta fanno riferimento alla mitezza, alla pace, alla resilienza rispetto alle forze disgreganti del male che sembra avere già vinto. Come accade attorno a noi soprattutto in questi mesi: tutto sembra in vendita, tutto sembra soccombere alla logica del più forte, comprese istituzioni che pensavamo fossero solide, confermate dal buon senso e dalla razionalità. Invece no: il male schiaccia gli ultimi, gonfia di prepotenza i potenti, induce alla resa la gente di buon senso che sembra credere che ormai tutto è scritto e deciso.
Il contesto in cui Gesù pronuncia quell’elenco di persone felici non è così difforme dal nostro contemporaneo: all’epoca i Romani occupano la Palestina, il Giudaismo del primo secolo è carico di rigide regole che necessitano di consulenze e precisioni continue, la povera gente non se la passa bene, gli uomini (e le donne in particolare) sanno che la loro vita è appesa ad un filo e può cadere nel baratro della schiavitù. Gesù, tuttavia, gioca la carta dell’amore di Dio che tutto può trasformare: può dare senso alla lotta non violenta, alla costruzione della speranza, anche al pianto inevitabile davanti alle ingiustizie che vorremmo risolvere con la bacchetta magica. Le Beatitudini sono un manifesto di resistenza e di saggezza che si ostina a vedere il mondo secondo un’altra filigrana. Ed è comprensibile la contestazione di chi le giudica irrealizzabili, come pure l’adesione di chi si sente coinvolto. Le Beatitudini sono le regole del regno di Dio, l’altra storia, la critica radicale alla ragione del potere e della guerra, del più forte e del più furbo. Sono un elenco fatto per mandarci in crisi, per smuoverci e chiederci se ci accontentiamo della logica banale della violenza e della sopraffazione. Ci chiedono di cercare non l’obbedienza ad una religione, ma le condizioni di possibilità di una vera beatitudine. Posso essere felice senza violenza? Posso essere felice senza prepotenza? Posso essere felice se costruisco la pace? Se guardiamo anche solo i titoli delle pagine internazionali dei nostri giornali o guardiamo i notiziari in tv… queste domande non sono più quelle di una religione del passato: si trasformano in snodi urgenti e drammatici, su cui giochiamo il nostro essere adulti. Il nostro essere umani. Per Gesù c’entra anche Dio: l’ideatore e lo sponsor di una storia diversa che non anestetizza, ma genera un’altra forza, quella del bene.
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