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Mercoledì 21 Aprile 2021

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IL PUNTO

8 marzo, il nostro impegno e la parola nuova

8 marzo, il nostro impegno e la parola nuova

Fra tutti i colori possibili che condizionano la nostra vita (l’allarme zona rossa, l’ipocrita arancione rafforzato, il giallo speranza e il bianco Sardegna) oggi - 8 Marzo, Festa della donna - dovrebbe essere il turno del rosa. Peccato che non sia granché come colore: esprime delicatezza, è vero, trasmette eleganza, non c’è dubbio, ma nel 2021 poco si intona allo stile deciso delle donne cui è dedicata una Giornata speciale (che poi così speciale non è, visto che nel corso dell’anno si fa anche per cani, gatti, mamme, papà, nonni, infermieri, sonno, tubercolosi, acqua, poesia, tartarughe, memoria e chi più ne ricorda più ne metta). Non a caso, il simbolo della Festa non è la rosa (declinabile in mille tonalità), ma un fiore giallo, la mimosa. E nell’immaginario collettivo è stato ormai soppiantato da scarpe e panchine rosso sangue, emblemi della battaglia contro i femminicidi e la violenza di genere. Nell’arcobaleno delle icone servono colori forti. E il rosa è ormai fuori moda, anche se un modo diverso per chiamare l’universo femminile ancora non è stato inventato (ci avevano provato con «l’altra metà del cielo», ma la definizione figlia di un proverbio cinese non ha resistito a lungo: in fondo sottintendeva una subalternità alla prima metà, occupata dall’uomo). Quarant’anni fa rosa era il colore del fiocco che le nostre compagne di asilo o di scuola indossavano sul grembiule nero, in contrapposizione al nostro fiocco azzurro.

Ora in classe non si usano più né i fiocchi né i grembiuli. La distinzione è rimasta solo nelle nursery degli ospedali: fiocco rosa se nasce una bambina, azzurro in caso contrario (e per fortuna fuori dalle sale parto nessuno più urla «è maschio!» come se fosse una vittoria o un vantaggio). Più dei colori, oggi contano le vocali: «Il mio mestiere ha un nome preciso: si chiama direttore d’orchestra», ha orgogliosamente rivendicato sul palco di Sanremo Beatrice Venezi, un’orchestrale del Festival che non gradisce essere chiamata direttrice. La provocazione ha subito aperto un dibattito, l’Accademia della Crusca è intervenuta per ricordare che in Italiano la regola prescrive la declinazione di ogni parola al femminile, senza alcuna accezione negativa; i sostenitori della rivoluzione lessicale obiettano che la nostra lingua è talmente intrisa di testosterone da modificarne il significato se una parola finisce con «O» piuttosto che con «A». Un esempio? Maestro indica sì un docente della scuola primaria, ma anche e soprattutto un modello, un fuoriclasse, un numero 1, il più grande interprete di un’arte o di un mestiere (Gesù, Aristotele, Giotto, Abbado, Pavarotti, Pirlo...). Al contrario, maestra definisce «solo» un’insegnante dell’asilo o delle elementari. In materia gli esempi potrebbero essere infiniti. Qualche anno fa fui invitato a un convegno promosso da un’associazione di professioniste operanti nel campo della giustizia, unico maschio presente sul palco e nell’affollatissima platea. Fui chiamato come esperto di comunicazione e «processato» perché i giornali scrivevano (e ancor oggi scrivono) «magistrato» e «avvocato», anziché «magistrata» e «avvocata». Invocai tutte le attenuanti del caso e me la cavai con una generosa assoluzione, in cambio dell’impegno a non farlo più. Onestamente, non ho rispettato la promessa. Anche se (o forse proprio perché) ho un’altissima opinione delle donne, che considero la parte migliore della razza umana: più forti, più intelligenti, più sensibili, più resistenti, più generose, più tutto. Ma la loro valorizzazione, più che da una vocale o da un mazzo di fiori (sempre a Sanremo bene ha fatto Francesca Michielin a girare il suo bouquet a Fedez: «Perché regalarlo solo a me e non anche lui?», si è chiesta, riscrivendo le regole del galateo in mondovisione), credo passi dalla reale attuazione delle pari opportunità, dall’abbattimento di quel «tetto di cristallo» che consente alle nostre colleghe di far carriera, sì, ma solo fino a un certo livello; non può prescindere dalla parità di genere nei salari, che in molte realtà è solo teorica, a parità di mansioni e di anzianità; deve necessariamente passare da nuove tutele del diritto alla maternità (non se ne parla abbastanza, ma è un’autentica emergenza nazionale); deve mobilitare l’Onu e tutte le nazioni evolute nella condanna di ogni forma di sopraffazione e umiliazione femminile (nel disinteresse generale ci sono Paesi fermi al Medioevo in cui una donna finisce in carcere se si mette al volante di un’auto o viene addirittura lapidata se scoperta a tradire il marito, naturalmente senza che all’amante venga contestato alcunché). Più di tutto, la donna va difesa - ogni giorno, non solo l’8 Marzo - in casa, per strada e sui luoghi di lavoro, da ogni forma di violenza fisica e psicologica da parte di uomini che non hanno l’intelligenza e gli strumenti culturali necessari per rispettarne la diversità, i bisogni, i desideri, le opinioni. Troppe sopraffazioni restano ancor oggi nascoste, taciute, non denunciate. Per questo anche La Provincia - orgogliosamente «La» Provincia, un giornale al femminile fin dal nome - si schiera ufficialmente dalla parte delle donne. Sempre. Non da oggi. Non solo oggi. Ma ancor di più, a partire da oggi. L’impegno è di celebrarne la grandezza, esaltarne il ruolo, difenderne le fragilità (se necessario), valorizzarne la sensibilità, raccontarne le storie, ospitarne le idee, tutelarne l’immagine e l’integrità. Più di tutto: riconoscerne l’insostituibilità. Magari alle nostre mogli, mamme, figlie, sorelle, amiche e colleghe, anziché «auguri», per l’8 marzo diciamo una parola nuova, definitiva nella sua semplicità: grazie! 

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08 Marzo 2021