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Martedì 15 Ottobre 2019

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INTERVISTA ESCLUSIVA

Rolfi: «Tutta la zootecnia al centro della nuova Pac»

L’assessore regionale all’agricoltura analizza le sfide che attendono il comparto: «La Lombardia vuole difendere la sua autonomia nella costruzione dei bandi Psr»

Rolfi: «Tutta la zootecnia al centro della nuova Pac»

L'assessore regionale Fabio Rolfi

Fabio Rolfi, 42 anni, figlio di agricoltori, già vicesindaco di Brescia, storico e convinto esponente della Lega, dal 29 marzo 2018 è l’assessore regionale all’Agricoltura, all’Alimentazione e ai Sistemi verdi, un ruolo importante che svolge con dedizione assoluta (in Regione è noto per essere il primo ad arrivare e l’ultimo ad andar via, fin da quando era semplice consigliere), sempre disponibile al dialogo e al confronto pur essendo un decisionista, anzi, un pragmatico, un pubblico amministratore che basa il suo lavoro su atti concreti, più che sui proclami. Per gli agricoltori cremonesi (e di tutta la Lombardia) un sicuro punto di riferimento, come emerge dall’intervista esclusiva che ci ha rilasciato.


Assessore Rolfi, a un anno e mezzo dall’assegnazione delle deleghe “verdi” da parte del presidente della Regione Attilio Fontana, quale è il suo bilancio?
«Sono molto soddisfatto perché ho potuto raggiungere molto obiettivi concreti, come l’anticipo della Pac, che già da quest’estate ha garantito la necessaria liquidità a molti agricoltori, così come lo sblocco di alcuni fondi Psr che erano bloccati, l’incremento della spesa attraverso diversi bandi, il giro di vite sui fanghi in agricoltura e la nuova legge sugli agriturismi che ha rivoluzionato il settore all’insegna della semplificazione e della caratterizzazione territoriale. Tutte queste misure danno il segno di una gestione molto concreta e molto attenta al dialogo con le associazioni di categoria, che per me rappresentano un riferimento molto importante. In questo mi ha molto favorito il fatto di aver avuto una formazione agricola e di essere figlio di agricoltori: i miei genitori sono titolari di una delle poche aziende agricole che sopravvivono alle porte di Brescia, la mia città. E questa sintonia di valori mi ha sicuramente facilitato, anche se l’agricoltura è un mondo vasto e variegato, fatto di diverse filiere, ognuna con le sue esigenze e la sua peculiarità».


Quale è la questione più complessa che ha dovuto affrontare finora?
«Sicuramente la direttiva nitrati, con la revisione del piano d’azione di concerto con l’Unione Europea e con i ministeri dell’Agricoltura e dell’Ambiente. Il tema è di straordinaria importanza per la zootecnia lombarda, e cremonese in particolare. Il primo obiettivo è la semplificazione, il secondo una deroga più alta, con lo sdoganamento dell’utilizzo della materia organica per nutrire il suolo. Purtroppo, a volte mi devo confrontare con visioni ideologiche dal punto di vista ambientale, che poi in realtà fanno danno all’agricoltura e all’ambiente, perché obbligano gli agricoltori a usare la chimica, i prodotti di sintesi di qualche multinazionale, anziché il letame che nel corso dei secoli ha reso fertili le nostre pianure. È un problema annoso, l’Italia è in infrazione per l’inquinamento delle falde e una delle cause viene indicata nella zootecnia intensiva, per un eccesso di distribuzione di liquami. Negli studi che abbiamo inviato all’Europa per motivare la nostra richiesta di maggior flessibilità, però, abbiamo dimostrato come le falde in ambito agricolo negli ultimi anni sono migliorate, perché l’agricoltura si è evoluta dal punto di vista tecnologico. Molte aziende, per esempio, oggi usano gli iniettori per distribuire i liquami, anziché spargerli all’aria aperta, o altre tecniche per minimizzare la dispersione. Per l’inquinamento delle falde si guardi piuttosto alle grandi industrie o ai tanti centri abitati ancor privi di fognature. Mi chiedo perché colpevolizzare sempre e soltanto l’allevatore agricolo e pretendo un approccio nuovo, che valorizzi l’impresa, soprattutto quella che investe di più, anziché punirla, come avvenuto finora».


Dal suo osservatorio privilegiato, come giudica l’annata agraria 2019 che si avvia verso la conclusione?
«L’annata ha avuto luci e ombre. Per alcune filiere il bilancio è positivo. Il latte, per esempio, ha visto crescere l’export e il valore dei formaggi principali, Grana e Parmigiano, tiene bene, nonostante l’atteggiamento negativo di qualche industria. Anche i suini hanno ripreso bene dopo un inizio d’anno complicato. Le ombre sono legate soprattutto al maltempo, che ha flagellato molte aziende, e alla filiera dell’ortofrutta mantovana, colpita pesantemente dalla cimice asiatica che rischia di diventare la xylella del Nord. Anche l’olivocultura è stata penalizzata dal combinato disposto fra il maltempo e la cascola, una fitopatia che di fatto ha azzerato la produzione di quest’anno. Per questo a breve apriremo un bando per assumere 34 tecnici laureati in materie agricole con l’obiettivo di potenziare il servizio fitosanitiario, che nei prossimi anni sarà uno dei principali temi di politica agricola».


A proposito di maltempo, nei giorni scorsi lei ha visitato le aziende agricole cremasche che hanno subìto gravi danni durante l’estate: quali misure ha adottato o intende adottare per sostenerle?
«Ho condiviso con le associazione degli agricoltori un fondo di funzionamento, in pratica un fondo rotativo con il quale azzeriamo il tasso di interesse di finanziamenti bancari riservato alle aziende colpite dal maltempo, fino a un contributo massimo di 20 mila euro, per far fronte alle esigenze di liquidità o mettere a disposizione le risorse necessarie per riparare i danni subìti. Come Regione abbiamo deciso un primo stanziamento di 5 milioni e mezzo di euro, incrementabile, in attesa che il Governo riconosca e finanzi lo stato di emergenza».


A livello strutturale, come si possono ridurre i rischi del cambiamento climatico? Qualcuno ironizza sulle treccine di Greta Tunberg, ma bisogna convenire che la ragazzina simbolo del nuovo ambientalismo non ha tutti i torti…
«Vero, Greta non ha tutti i torti, ma l’emergenza clima non certo l’ha scoperta lei... Per noi è da tempo un tema di straordinaria attualità, non soltanto per il futuro del pianeta, ma anche per la competitivià delle nostre imprese, perché oggi il consumatore non richiede solo prodotti di qualità, ma anche salubri, sicuri, realizzati in modo sostenibile e rispettando il benessere animale. Il cliente non solo è sempre più attento a questi aspetti, ma è anche disposto a riconoscere un plus di prezzo se l’azienda produttrice inquina meno: questo significa che gli agricoltori più evoluti diventeranno anche i più competitivi. La stessa grande distribuzione oggi non si accontenta più del biologico, ma chiede un prodotto a garanzia di residuo zero, una sfida importantissima per un settore agricolo votato all’export come il nostro. Le nostre stalle sono già hotel a 5 stelle, ma per vincere questa sfida dovranno offrire sempre di più, non a caso il prossimo Psr andrà in direzione dell’innovazione, perché su questi temi non possiamo permetterci il lusso di stare fermi».


Da pochi giorni si è insediato un nuovo ministro dell’Agricoltura: cosa si aspetta dalla senatrice Teresa Bellanova o cosa intende chiederle?
«Su richiesta delle Regioni del Nord il nuovo ministro ha già fissato un incontro per giovedì 26: il tema principale del confronto sarà la cimice asiatica e la prima richiesta sarà l’istituzione di un fondo straordinario, perché i nostri agricoltori hanno il diritto di essere trattati come i colleghi della Puglia colpiti dalla Xylella: servono ricerche in campo aperto, sperimentazioni, indennizzi per le aziende danneggiate o che sostengono investimenti anche strutturali, come la posa delle reti anti-insetto. Il secondo tema che affronteremo sarà la nuova Pac: noi puntiamo al mantenimento dei protagonismi regionali, come Lombardia non voglio perdere la mia autonomia a causa dell’inefficienza altrui, visto che abbiamo sempre speso fino all’ultimo euro i soldi del Psr. Altra questione di importanza vitale è la scelta di mettere al centro della prossima programmazione la zootecnica, sia da latte sia da carne, perché è un driver dell’export agroalimentare che ha bisogno di politiche specifiche e di essere ben sostenuto. Bisogna smetterla di aiutare tutti, perché non tutti i settori sono così determinanti, concentriamo piuttosto le risorse sui comparti trainanti, come appunto la zootecnia. Quarta questione, gli arretrati che Roma deve alla Lombardia per le associazioni in campo zootecnico: aspettiamo da ben cinque anni i fondi per i consorzi di difesa, compreso quello cremonese. A livello regionale siamo in arretrato di ben 12 milioni di euro, tanto che oggi i consorzi sono alla canna del gas. Per questo chiediamo al nuovo ministro di inaugurare il suo mandato garantendo maggiore efficienza nei corridoi ministeriali...».


Il nuovo ministro ha lavorato in gioventù come bracciante agricola e ha poi combattuto da sindacalista contro il caporalato: la Regione cosa fa in questo campo?

«Da sempre condanniamo e contrastiamo ogni forma di sfruttamento della persona umana. In Lombardia abbiamo la fortuna di avere un’agricoltura sana: non posso negare che qualche criticità esista, quando qualche operatore senza scrupoli riesce a sfuggire agli anticorpi del territorio, che spesso è il primo a segnalare alle autorità eventuali casi sospetti, ma nel complesso si tratta di un fenomeno marginale. Sia chiaro: l’allerta contro il caporalato resta massima, come la disponibilità a collaborare, l’importante è che la battaglia non diventi ideologica, perché altrimenti diventa negativa, basti guardare quanti problemi ha creato all’agricoltura l’abolizione dei voucher. Il mio avvertimento è di non buttare il bambino insieme all’acqua sporca».


Il precedente ministro era il suo collega di partito Gian Marco Centinaio: come giudica il suo operato?
«In 14 mesi non puoi fare tutto, mi spiace che Centinaio non sia riuscito a vedere la chiusura della nuova Pac, in compenso ha sbloccato gli arretrati sulle assicurazioni vegetali, davvero molto importanti nella nostra regione. Di rilievo anche l’attenzione che ha dedicato al decreto sulle quote latte, che ha consentito di affrontare l’emergenza di alcune cartelle in scadenza, e l’interlocuzione con il sistema delle Regioni. Il mio auspicio è che il successore continui così».

Anche in Europa è cambiato il referente istituzionale: cosa si aspetta dal nuovo Commissario europeo per l’Agricoltura, il polacco Janus Wojciechowski?                                                                                                              «Io e il presidente Fontana il 2 ottobre incontreremo tutti gli europarlamentari perché il negoziato sulla Pac entra nel vivo adesso: saremo attenti e vigili. Purtroppo, in Europa l’agricoltura italiana conta poco, tanto da essere sacrificata sull’altare di altri interessi, anche se per noi è un settore trainante visto che rappresenta il 12,5% del Pil. Ciò nonostante non abbiamo un italiano né come commissario europeo, né come presidente di commissione e neppure fra i 4 vicepresidenti, ed è molto grave considerato che la Pac vale da sola ben il 40% del bilancio comunitario. Come Italia abbiamo perso un’occasione, perché l’appartenenza territoriale dei commissari ha spesso un significato e proprio la Polonia è uno dei nostri principali competitor su maiscultura e latte, grazie a costi di produzione nettamente più bassi. La cosiddetta convergenza esterna dei prezzi, ovvero il tentativo dell’Europa di eguagliare il contributo Pac per ettaro fra Ovest, dove è più alto, ed Est, dove è più basso, finisce per favorire gli agricoltori di paesi come Polonia e Bulgaria: per questo mettere un commissario polacco non è di buon auspicio per noi, fermo restando che prima di dare un giudizio definitivo valuteremo i fatti».


Oltre che di Agricoltura, il Commissario deve occuparsi di “sviluppo rurale”: cosa significa esattamente? Nel XXI secolo una simile delega ha ancora un senso?
«Sì, ha un senso, perché non bisogna più vedere le campagne solo come un luogo di produzione del cibo, ma anche dal punto di vista del turismo rurale o del turismo lento, basti guardare al successo degli agriturismi. In questo la campagna toscana rappresenta un modello replicabile anche in Lombardia: lo sviluppo rurale ha il cuore nella produzione agricola, ma attorno al principio della food reputation il discorso si fa più ampio, per questo vanno sostenute le infrastrutture anche immateriali, come le connessioni internet perfino nelle aziende agricole più isolate».


Il nuovo Parlamento europeo dovrà portare a compimento l’iter della nuova Pac: quali sono le aspettative in Lombardia?
«Difendere l’autonomia regionale nella costruzione dei bandi Psr e contrastare i tagli di bilancio che qualcuno vorrebbe imporre all’agricoltura a causa dell’uscita dall’Ue di un contribuente attivo come la Gran Bretagna: non si capisce perché dovremmo essere noi a pagare il conto della Brexit....».


A proposito di relazioni internazionali: l’Italia aderirà al Ceta?
«Il fatto che l’accordo sia già in vigore anche se l’Italia non lo ha ancora ratificato è un precedente pericoloso per la democrazia. Il Parlamento deve decidere e prendere una posizione definitiva: personalmente non sono né pro né contro, mi interessa solo che gli accordi siano fatti rispettando i nostri interessi nazionali».


I dazi danneggiano più chi li subisce o chi li impone?
«I dazi sono un problema per un’agricoltura votata all’export come la nostra: confido che si trovi una soluzione, perché l’esempio russo dimostra che la politica dei dazi ci danneggia. Dopo aver perso il mercato russo, sarebbe veramente grave se fra Hard Brexit e dazi Usa perdessimo quote su due mercati così importanti e in grande crescita per il nostro vino, i nostri formaggi e i nostri prodotti della terra».

Intervistato da La Provincia, il presidente nazionale di Confagricoltura Massimiliano Giansanti ha invocato un Piano agricolo nazionale, che in Italia manca da quarant'anni, dato che l’ultimo a farlo fu il ministro Marcora, «anche perché - ha spiegato - in Italia ci sono venti Regioni e ogni assessore regionale decide le politiche agricole a modo suo». Lei è d’accordo?
«Personalmente sono convinto che fare politiche territoriali sia necessario, basta farlo con buon senso. Certo, si possono prevedere azioni comuni, come il contrasto alla cimice asiatica, con misure convergenti per filiere sovraregionali: pensiamo per esempio a pomodoro coltivato fra Cremona e Piacenza, quindi fra Lombardia ed Emilia Romagna, così come il Lugana è un vino prodotto sia nei vigneti lombardi di Sirmione sia in quelli di Peschiera, che appartiene al Veneto. Questo va bene, per esser più efficaci; non è possibile invece pensare di centralizzare la zootecnia della pianura padana, le arance della Sicilia o l’olio della Puglia, perché ogni territorio esprime le sue filiere e ha caratteristiche ed esigenze differenti. La programmazione e la gestione delle misure di finanziamento devono essere territoriali: solo così può restare competitiva l’Italia come nazione, che ha nella biodiversità la sua carta vincente».

Quali prospettive occupazionali offre oggi l’agricoltura ai giovani? L’agricoltura 4.0, che prevede la digitalizzazione e la modernizzazione delle produzioni, può rendere più attraente il lavoro per un millennial?
«L’agricoltura è il futuro. In Lombardia nasce un’azienda giovane al giorno, perché i giovani sanno declinare al meglio l’innovazione, non solo al digitale, ma anche di tipo culturale, come la minima lavorazione, la fertirrigazione o l’irrigazione intelligente. Non a caso nella nuova Pac si parla di agricoltura intelligente e noi dobbiamo farci trovare pronti per vincere questa sfida, che significa anche sostenibilità, grazie alle nuove tecnologie».

Vale anche per lo sfruttamento dell’energia solare, eolica e delle centrali a biogas?
«Certamente! L’azienda agricola del futuro sarà sempre più multifunzionale: oltre a produrre cibo, trarrà reddito dal turismo, dal recupero e dalla valorizzazione del liquame, dal recupero energetico, dalla ricettività agricola, dall’attività didattica e dall’attività sociale. Ben venga tutto ciò che può valorizzare la terra, anche dal punto di vista economico».


Fra un mese Cremona tornerà a ospitare le Fiere Zootecniche internazionali: lei è annunciato fra i visitatori: con quali aspettative?                                                                                                                                                           «La mia sarà in pratica una presenza fissa per tutti i giorni della rassegna: mi piacerebbe trovare una fiera partecipata e vissuta, come è sempre stata in passato. Da questo punto di vista considero molto positivo il ritorno fra gli espositori del Consorzio agrario provinciale di Cremona».


Come sono i rapporti fra l’assessore regionale all’Agricoltura e la Libera, l’associazione degli agricoltori cremonesi?
«Molto buoni, e pressoché costanti, sempre all’insegna della concretezza. Dalla Libera ricevo spunti e segnalazioni sempre molto puntuali. È proprio il rapporto che avevo in mente di costruire un anno e mezzo fa, quando sono diventato assessore: un dialogo continuo all’insegna del lavoro sinergico per dare risposte efficaci e per cercare di soddisfare le esigenze dell’agricoltura lombarda e cremonese in particolare».

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22 Settembre 2019