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Venerdì 23 Agosto 2019

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Per fortuna si proclamano dalla parte dei cittadini!

Per fortuna si proclamano dalla parte dei cittadini!

Tira, tira, alla fine la corda si è spezzata. Difficile parlare di sorpresa, considerando gli insulti che da settimane si scambiavano gli esponenti delle due forze legate dal cosiddetto «contratto di governo»: da una parte il Movimento 5 Stelle, dall’altra la Lega di Matteo Salvini. A destare meraviglia, semmai, erano state le nozze contronatura celebrate il primo giugno 2018 da due formazioni politiche molto diverse fra loro da ogni punto di vista: storia, programmi, struttura, linguaggio, radicamento territoriale... Soltanto due i punti di contatto fra le due componenti del Governo gialloverde: l’aperta contestazione al «sistema» nelle sue varie declinazioni (la casta, Roma ladrona, i poteri forti, il fantomatico Partito unico del cemento...) e la capacità di sintonizzarsi sulla stessa lunghezza d’onda di milioni di italiani insoddisfatti, scontenti, arrabbiati (dagli imprenditori strozzati dalle tasse ai giovani senza lavoro, dai settentrionali «invasi» dai migranti ai meridionali oppressi dalla criminalità organizzata, dai cervelli in fuga oltreconfine ai sessantenni con il miraggio della pensione, dagli insegnanti perennemente precari ai poliziotti costretti a rischiare la vita per poco più di mille euro al mese). «Perché votiamo Salvini? Perché è l’unico politico che parla come noi, degli altri non si capisce niente», hanno felicemente sintetizzato nei giorni scorsi gli operai di un cantiere edile intervistati dall’inviato speciale de La Repubblica, Gad Lerner: muratori e manovali iscritti alla Cgil, ma incapaci di riconoscersi in un Pd sempre meno di sinistra, sempre meno attento alla base, sempre meno vicino ai bisogni degli ultimi, o quantomeno dei penultimi rimasti senza occupazione, senza prospettive e senza tutele.

Così poco più di un anno fa due terzi del Paese avevano inneggiato al cambiamento, sperando che la scopa nuova funzionasse meglio della vecchia. Alla prova dei fatti, il secondo miracolo italiano non è riuscito per almeno tre buone ragioni: 1) perché il movimento nato dal nulla per «aprire il Parlamento come una scatoletta di tonno» all’insegna della trasparenza, dell’onestà e dell’uno vale uno ha ben presto spento lo streaming, imparato a usare le auto blu e perso le storiche battaglie di bandiera (ultima trincea abbandonata: la Tav, con il doppio via libera di Governo e Parlamento al completamento dei cantieri nonostante la dichiarata contrarietà del ministro pentastellato alle Infrastrutture); 2) perché il partito fondato sulle sponde del Po da Umberto Bossi e dai suoi barbari sognanti si è ritrovato su una spiaggia dell’Adriatico a cantare Fratelli d’Italia fra cubiste leopardate e a dover giustificare strani rapporti con faccendieri russi, dittatorelli ungheresi e barbie nere francesi; 3) perché le sbandierate misure che avrebbero dovuto «abolire la povertà» - dalla fatidica quota 100 al reddito di cittadinanza - si sono rivelate quello che molti temevano che fossero: solo un pannicello caldo, come gli 80 euro di renziana memoria, e non già misure in grado di dare sollievo ai cittadini in difficoltà, tanto meno di rilanciare un’economia in stagnazione con tendenza al peggioramento, a rischio recessione. Con simili premesse, che il Governo prima o poi andasse a sbattere era inevitabile. Si trattava solo di capire quando. Poteva succedere dopo il trionfo di Salvini alle Europee dello scorso maggio e, invece, è successo alla vigilia di Ferragosto, quando il leader della Lega ha capito che il continuo braccio di ferro con gli alleati rischiava di trasformarsi in un boomerang e di affievolire il vento che in questo momento gli gonfia le vele. Meglio rompere subito, ha pensato Salvini, e capitalizzare il consenso che i sondaggi gli attribuiscono per il ricorrente desiderio degli italiani di consegnarsi a un uomo forte che tutto regola e tutto decide («salvo poi appenderlo a testa in giù a piazzale Loreto», ha osservato qualcuno) e sfruttare il momento di massima debolezza dei principali avversari politici: in crisi d’identità e di leadership il M5S; sempre dilaniato dalle faide interne e privo di una propria visione del futuro il Partito Democratico; in progressiva disgregazione Forza Italia. Richiamando alle urne gli italiani in autunno Salvini conta di ottenere consensi sufficienti per governare senza dover discutere e contrattare ogni passo con alleati così diversi da lui e dalle sue idee. E in questo senso va evidentemente intesa la sua richiesta di «pieni poteri» che ha spinto qualcuno a paragonarlo addirittura ad Adolf Hitler, in realtà una possibilità impraticabile in Italia semplicemente perché esclusa dalla Costituzione. Tutto bene, dunque: la democrazia non è in pericolo. Peccato lo siano il potere d’acquisto e i risparmi degli italiani, se i giochi di potere della politica - come probabile - finiranno per far salire l’Iva al 25 per cento e per imporre drastici tagli alla spesa pubblica (quindi ai servizi di cui godiamo tutti, dalla sanità all’istruzione, dalle pensioni agli investimenti alla manutenzione delle infrastrutture), senza contare i 15 miliardi di euro già bruciati dalla Borsa venerdì al solo annuncio di una nuova crisi di governo. Alla faccia del cambiamento, i politici continuano a farsi gli affari loro, tanto sarà qualcun altro a pagare il conto. E per fortuna si proclamano a ogni piè sospinto difensori del popolo e dei cittadini...

10 Agosto 2019