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31 ottobre

Lettere al Direttore (1)

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emanzini@laprovinciacr.it

02 Novembre 2017 - 04:05

IL CASO
Morti per tumore al seno nel cremasco. Quali i punti deboli dell'Ospedale?
Egregio direttore,
mi permetta qualche osservazione in merito all’articolo di mercoledì 25 ottobre nel quale si riportavano i dati di una ricerca in merito al numero di decessi, per tumore al seno, nell’anno 2016, ed erano messe a confronto tre aree (cremasco, cremonese e mantovano). Il territorio cremasco ne esce male tant’è che il titolo dell’articolo gli assegna la maglia nera. Confesso che, data l’importanza dell’argomento, mi sarei aspettato un certo seguito di interventi sul giornale, che invece non ho visto. Per comune memoria riporto i dati numerici usciti della indagine: Mantovano, abitanti 414 mila, decessi per tumore al seno 40; Cremonese abitanti 199 mila, 43; Cremasco abitanti 164 mila, 49.
Per facilità di comprensione riproporrei i dati in questo modo: nel Mantovano 1 morto ogni 10mila abitanti; nel cremonese 2,2 ( il doppio); nel cremasco 3 (il triplo) con l’aggravante che l’incidenza generale della patologia è inferiore. Il primario dell’Oncologia dell’ospedale di Crema attribuisce uno scarso valore a questo confronto, in quanto ritiene che i dati sono relativi ad un periodo troppo breve (un anno), trascurando forse il fatto che la differenza è rilevante. Lancia però un messaggio di speranza annunciando la costituzione della ‘breast unit’ (tradotto: un team multidisciplinare rivolto alle pazienti affette da tumore al seno). Certo è che, il fatto che si sia pensato di dare vita a questa nuova equipe, proprio in occasione della diffusione di questi dati, fa pensare ad una consapevolezza un po’ tardiva.
Rimane comunque una domanda in sospeso: quali sono i punti deboli dell’ospedale cremasco? Diagnosi tardive o non sufficientemente approfondite? Strumentazione inadeguata? Terapie non sufficientemente efficaci? E nelle altre patologie, a quale livello si pone il nostro ospedale? Ci si augura che il suo giornale ci vorrà tenere informati.
Ivan Dognazzi
(Crema)

Lo faremo, come sempre.

LA POLEMICA
Io, del Sud e laureato, costretto ad emigrare
Signor direttore,
sono un italiano: fin qui, nessuna colpa. Appartengono alla ‘classe 1984’: nemmeno questa una colpa. Una ‘sfiga’ forse sì: quella di appartenere ad una generazione di mezzo, quella generazione ‘Y’ nata a cavallo tra gli anni ’80 e ’90: né ‘figli dei fiori’ (per lo più ‘figli di papà’ in lotta per superbi ideali, almeno finché non entrati in banca o ottenuto un posto fisso); né figli della globalizzazione (svezzati a pane e smartphone e quanto mai ‘cittadini del mondo’). Una generazione ibrida cresciuta in un mondo jurassico ormai estinto, dopato da un benessere diffuso e indottrinato dal mito della crescita felice.
«Studia e farai strada», dicevano in tanti; «una laurea in Legge è meglio di un’assicurazione sulla vita», aggiungevano altri. Ed eccomi qui, a 33 anni, crocifisso dal mercato del lavoro, con una laurea (cum laude) in tasca e tanti sogni in un cassetto che non si aprirà mai. Il miraggio resta sempre lo stesso: né la fama, né il successo, né la ricchezza, nemmeno il famigerato posto fisso.
Semplicemente un lavoro, un dignitosissimo lavoro, che consenta finalmente di esclamare: «Ce l’ho fatta!». Una doverosa puntualizzazione -per tutti i tastieristi seriali pronti a sparare giudizi come sentenze-: non datemi del ‘choosy’ o ‘kippers’ o ‘neet’, per favore! In primis, perché odio l’esterofilia imperante: quantomeno usiate un epiteto nostrano (‘sfaticato’, ‘fannullone…); in secundis, poiché non mi sono di certo adagiato sugli allori. La laurea è stata un traguardo raggiunto dopo anni di fuori corso, ma al costo di mantenersi a tutti i costi da solo, alternando lavoretti in nero e tirocini ‘aggratis’ (anzi, a proprie spese): per definire al meglio la mia posizione, conierei il neologismo di ‘diversamente occupato’!
Dimenticavo: oltre ad esser figlio degli anni ’80, sono un figlio del Sud: la medaglia al petto di sfigato, dunque, me la sono meritatamente conquistata! Cosa vuol dire, per un giovane -non raccomandato e senza un’impresa di famiglia alle spalle- cercare lavoro al Sud?
Il più delle volte, un gioco al Lotto: con la differenza, in questo caso, di giocare sulla propria pelle! Arrivati al primo bivio della propria vita (i trent’anni), così, è facile voltarsi indietro ed accorgersi di aver sprecato i propri anni migliori tra cumuli di libri e lavoretti eternamente precari, temporanei, a scadenza… Il prezzo necessario da pagare per non essere scavalcati da chi gioca al rialzo nella disperazione!
Si superano i trent’anni, poi, e si scopre d’improvviso di esser troppo presto invecchiati per il mondo del lavoro: bonus a go-go per l’assunzione di under-29, con buona pace per chi non è né tanto giovane né tanto vecchio!
Allora ci si ributta nuovamente a capofitto negli studi, preparandosi per un concorso pubblico. Peccato che, eliminati tutti quelli per i quali vige il solito dolente limite d’età, di corposi ne restano ben pochi. E quando per mesi ti prepari per uno dei pochi concorsi a cui aspirare (si veda quello per assistenti giudiziari), ti ritrovi a tirare le somme con altri 300 mila candidati per poche centinaia di posti. Giunge inesorabile, così, il momento di pensare alla fuga, a scappare all’estero.
Quale meta migliore della vicinissima Svizzera (e dell’italianissimo Canton Ticino)? Ripensi ai tanti che ce l’hanno fatta, trovando la loro fortuna tra la Svizzera, il Belgio e la Germania, e molli tutto -gli affetti e le amicizie di una vita- per partire, pronto a sfidare la sorte per un tozzo di pane. Passano i mesi, e ti rendi però conto che il Paradiso non è di questa Terra. Cerchi un lavoro attinente ai tuoi studi? Ben presto ti accorgi che qui la tua laurea è fondamentalmente carta straccia. Cerchi un qualsiasi lavoro, pur umilissimo, che ti permetta di vivere dignitosamente? Nella migliore delle ipotesi, qualora non si richieda il tedesco madrelingua (un’oscenità per qualsiasi italiano medio), o uno dei tanti attestati federali immaginabili (anche per un posto di lavapiatti) o un permesso di soggiorno (un miraggio senza prima un contratto in mano), ti rispondono: «ma lei è sprecato per questa posizione…».
Col morale a terra, continui ancora a cercare la tua strada, tra cartelloni pubblicitari che raffigurano gli italiani come ratti e, un po’ ovunque, giornali che sfoggiano titoli a tutta pagina del tipo ‘Costretti ad emigrare’ (riferiti, stavolta, ai ticinesi, a causa dell’immigrazione italiana). Sconfortato, sull’orlo di una crisi di nervi, chiudi gli occhi, e ti accorgi di vivere con un pugno di mosche in mano, ma un tesoro inestimabile attorno: la tua famiglia, gli affetti più cari, sempre al tuo fianco, comunque pronti a sorreggerti. Ed è in questi momenti che un dilemma, come una preghiera, ti scuote brutalmente la coscienza: si può certamente vivere ‘per’ la famiglia; ma fin quando si può sopravvivere ‘di’ famiglia?
Gaspare
(un italiano in Svizzera)

Viaggio allucinante a Ispica
Solo gli organizzatori sapevano dei due scali
Signor direttore,
con sorpresa ho ricevuto (mediante raccomandata indirizzata a me, anziché al quotidiano ‘La Provincia’ come avrebbe dovuto essere) la risposta alla lettera, da me inviata, il 5/10/2017 circa il viaggio allucinante a Ispica, Sicilia, organizzato da Mareando Tour dell’AssociazIone culturale Eridano. Mi permetto di inviarla per esteso, facendo presente che non è firmata né datata; in essa si conferma analiticamente il tempo necessario per raggiungere la meta, cioè invece delle 11,50 ore per l’arrivo solo 10,50. Quindi solo Mareando ed Eridano erano a conoscenza dei due scali tecnici. Allego la documentazione (peraltro ricevuta una settimana prima della partenza) riguardante luogo, orari e compagnia aerea. Preciso inoltre che alcuni partecipanti sono venuti a conoscenza dello scalo tecnico la mattina della partenza sul bus, altri all’aeroporto. Fidarsi è bene, non fidarsi è meglio!
Seguono 5 firme
(Cremona)

Semafori al Maristella
Inutili e pericolosi. Rimpiango l’autovelox
Signor direttore,
la vorrei mettere al corrente della situazione arrivo a dire drammatica in cui siamo caduti con ľinstallazione dei nuovi semafori al quartiere Maristella, il primo via Vallerana, completamente inutile visto che rimane sempre verde e i pedoni che lo utilizzano sono praticamente inesistenti, il secondo via S. Cristina un impianto che definire allucinante è fargli un complimento: ben 10 semafori inutili i quattro della ciclabile completamente ignorati dai ciclisti che transitano costantemente col rosso, gli automobilisti che transitano sulla via Persico capito il funzionamento pure, da via Santa Cristina una volta saliti sulla famigerata striscia gialla quando scatta il verde .....se scatta dura ben 5 secondi neanche il tempo di immettersi che sulla via persico è già verde, con i ciclomotori devi attraversare col rosso perché la linea gialla non li legge. Mi piacerebbe sapere quel genio che a regolato ľimpianto forse guida un jet e quindi la tempistica gli sembrava fin troppo esagerata. Come rimpiango ľautovelox dove tutti andavano ad una velocità adeguata e si attraversava in sicurezza, per far intervenire qualcuno dobbiamo aspettare ľincidente col morto? Mi scusi se mi sono dilungato ma con ľ arrivo della stagione invernale (nebbie) la situazione potrebbe degenerare. Chiedo a lei di sollecitare un intervento immediato che risolva il tutto.
Diego Fumagalli
(Cremona)

Aveva preso i voti del partito
Grasso fuori dal Pd. Elettori truffati
Egregio direttore,
vorrei commentare la decisione di Pietro Grasso di uscire dal Pd . E’ ovvio che ciascuno fa la scelte che ritiene per se opportune, ma un politico deve sempre rispettare gli elettori e la correttezza. Uscire da un partito dove siamo stati votati, non ci dà diritto ad entrare in un’altra coalizione, è una truffa morale e politica: chi mi dice che sarebbe stato votato in un altro partito? E’ una furbata all’italiana, senza contare che si è mantenuto il suo stipendio, seconda furbata all’italiana . Doveva uscire dal Pd e poi presentarsi in un altro partito alle prossime elezioni, con la speranza di essere votato . Ma nella nostra politica sperare nella correttezza è come vincere alla Lotteria di Capodanno.
Renato Verini
(Cremona)

Cremonese, consiglio a Tesser
Mokulu è veloce. Va messo in campo
Signor direttore,
sono Vitali, detto Cie, collaboratore del roseo cremonese, ex calciatore (portiere a livello di Eccellenza). Non mi permetterei di criticare il signor Tesser, ma io sono convinto che sbaglia non mettendo in campo Mokulu perché il suo gioco veloce e confusionario mette in difficoltà qualsiasi difesa. Dopo, fatto il risultato, va bene tutto.
‘Cie’ Vitali
(Cremona)

In memoria di un amico
Il corista Gianni allegro e generoso
Gentile direttore,
scorrendo le necrologie , la mia attenzione si è soffermata sulla frase dedicata all’anniversario di un giovane cremonese: oltre la morte c’è pace, sono sicuro, e so che non ci saranno più lacrime in Paradiso...
Tanta commozione nel scorrere queste parole, commozione che si è associata alla perdita di un caro amico : Gianni Scalzi. Gianni era un corista del Ponchielli Vertova di Cremona, talvolta solista, che con la sua voce rallegrava anche le rimpatriate con gli amici del cuore. Allegro, disponibile, generoso apriva la sua casa a tutti e a tutti offriva un sorriso, un invito a sedere alla sua tavola, dove la moglie Clara imbandiva manicaretti e specialità della loro amata Sardegna . Sono convinta che gli occhi di Gianni si siano spenti portando con se lo splendido azzurro di quel mare , perdendosi nell’azzurrità simile di quel cielo che catturerà le limpide note del suo canto per diffonderle ovunque. Non potrà più intagliare , creare statue, oggetti bellissimi ricavati dal legno raccolto sulle spiagge del suo Po, teatro delle più belle esperienze giovanili, ma certamente con Tullio, l’amato fratello troppo presto scomparso, ricomporrà la complicità dei tanti felici anni condivisi ed insieme scopriranno quell’angolo di Paradiso dove le loro doti più belle aiuteranno da lassù chi ora li piange e non si rassegna alla loro scomparsa.
Clara Rossini
(Cremona)

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