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Lettere al Direttore

Betty Faustinelli

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bfaustinelli@laprovinciadicremona.it

21 Marzo 2016 - 11:08

IL CASO
Fare fallire un referendum non è esercizio di democrazia
Signor direttore,
ora prima del merito della questione (se votare SI o NO) c’è un problema di democrazia. Per un partito che nasce dalla esperienza del centrosinistra indicare di non partecipare al voto è, a mio avviso, una scelta sbagliata perché ‘depotenzia’ uno strumento di partecipazione fondamentale che la costituzione affida al ‘popolo sovrano’.
Ecco la dichiarazione della Serracchiani e di Guerini che considero sbagliata: ‘Questo referendum è inutile. Non riguarda le energie rinnovabili, non blocca le trivelle (che in Italia sono già bloccate entro le 12 miglia, normativa più dura di tutta Europa), non tocca il nostro patrimonio culturale e ambientale. Ci sono alcune piattaforme che estraggono gas. Ci sono già. Vi lavorano migliaia di italiani. Finché c’è gas, ovviamente è giusto estrarre gas. Sarebbe autolesionista bloccarle dopo avere costruito gli impianti. Licenziare migliaia di italiani e rinunciare a un po’ di energia disponibile, made in Italy’.
Insomma in altre parole è lo stesso invito che fece Craxi in un lontano referendum e che allora lo politicizzò al massimo tanto che gli italiani non andarono al mare ma ai seggi.
Il tale contesto ha ragione Emiliano, Presidente della Regione Puglia, che dichiara: ‘Chiedo agli italiani di andare a votare perché è la prima volta che nove regioni italiane — ai sensi della Costituzione — chiedono un referendum’.
Renzi gioca la carta che giocò la CEI sulla legge 40. Infatti essendo il referendum abrogativo valido se ottiene il 50% più uno degli aventi diritto se non raggiunge il quorum il tutto decade.
Ecco io ritengo che questa indicazione di voto sia profondamente sbagliata in quanto da sponda ai fautori della ‘democrazia senza partecipazione’.
Unaltro tema è invece il merito. Se votare SI (ovvero per l’abrogazione della norma di quella legge ‘liberalizza’ lo sfruttamento dei pozzi petroliferi e/o gas) o NO ovvero mantenere i contenuti del cosiddetto ‘Sblocca Italia’.
Ma su questo c’è tempo fino al 17 aprile per decidere. Io ad esempio non ho ancora deciso.
Incredibile è che il Pd punti al fallimento del referendum. Non mi pare questa modalità consona alla sua storia e così facendo si sta delineando un futuro politico ‘senza partecipazione’ dove chi decide è in sostanza il governo che con grande facilità chiede in voto di fiducia in parlamento e conunpartito che dovrebbe essere di centrosinistra che svuota il significato democratico del referendum abrogativo.
Gian Carlo Storti
(Cremona)

In effetti la posizione assunta dal Pd appare in contrapposizione rispetto a quello che è —o dovrebbe essere — lo spirito dem che intende la democrazia come partecipazione. Non è un caso che in queste ore le polemiche, non solo quelle della sinistra interna, si stanno facendo pressanti.

L'OPINIONE
Profughi, la sconfitta della fuga e la totale assenza di una resistenza
Egregio direttore,
la libertà, si conquista combattendo, lottando non fuggendo dai propri Paesi in guerra.
Comemai questamassadi persone,donne e bambini, vittime certo diun mondoche li ha resi disumani, fugge senza nemmeno lottare per la loro patria?
Come se durante la prima guerra mondiale il Belgio che era neutrale, quando venne oltraggiato e attaccato spietatamente dagli eserciti tedeschi, in massa fosse fuggito in Italia! I Belgi hanno combattuto e poi la Francia è così il resto dei paesi Europei, insieme hanno conquistato la loro dignità democratica combattendo in nome di una sola ragione: la libertà.
Migliaia di disperati afgani, africani, siriani oggi fuggono da continenti che non sono in guerra e da altri che sono coinvolti in strane guerre, con cellulari in mano, diretti verso paesi a loro sconosciuti per idealità e cultura che non li vogliono e chi è finalmente arrivato nelle terre democratiche del diritto si fa mantenere a pochi euro al giorno o al mese senza domandarsi perché?
Possibile che nessuno di loro non senta il peso della sconfitta di fuggire? Possibile che nessun occidentale avverta il peso schiacciante di questa doppia fuga, quella dei ‘senza democrazie’ e quella di noi europei che, in silenzio, fuggiamo esattamente come loro dalla ricerca della verità? Chi ha causato questa guerra? Chi l’ha fomentata e guidata? Perché? Possibile che in nome di interessi economici inauditi si rendano cosi incomprensibili e fumose verità palesi? In questa doppia diaspora della disperazione, che si tramuta in una reciproca rassegnazione, dimora una strana verità che andrebbe svelata.
Diverso sarebbe unirsi coralmente per chiedere ai paesi occidentali un vero aiuto, uno slancio vitale volto a ristabilire la vera pace, che dovrebbe essere tutelata dalle norme internazionali, urlata a gran voce qui inEuropa! Macosi non è, questo è il vero nodo di tutta questa vicenda!
Come mai si tace, come mai non si alza la voce sulle vere responsabilità nascoste in questo dissesto sociale che non conosce fine? L’esodo inaudito di folle disperate e il tramonto degli ideali dell’occidente sono oggi a confronto.
Il pensiero và ai treni che partivano dall’Italia diretti nei campi di sterminio tedeschi, quei vagoni avevano una rassegnazione diversa, terrificante per chi sapeva che non sarebbe mai più uscito da quei recinti di filo spinato e di morte ma poi la storia decise per tutti, lo sbarco in Normandia ci fu e i russi entrarono nei campi di sterminio a liberare i deportati!
In questa guerra dove sono e cosa sono diventati gli americani? Dove sono i russi? E gli italiani?
Con quei cellulari nei Cara siculi o sulle spiagge d’Abruzzo, dove alcuni ospiti africani stazionano senza far nulla da tre anni, mangiando, dormendo e girovagando in bicicletta in cerca lavoro in una regione che non ha lavoro per gli italiani, potrebbero organizzarsi, mettersi a capo di una rivolta pacifica per una domanda non d’asilo ma di democrazia nei loro Paesi!
Rassegnati e vinti vanno invece a patire moralmente in Paesi che sono troppo diversi da loro e che non riusciranno mai ad integrarli.
E’ questa un’impresa ardua, quasi impossibile per i siriani o per chi ha figli piccoli, famiglie disperate e al limite della sopravvivenza? Certamente si. Ma ciò che colpisce è l’assenza di una coscienza e di una resistenza, è il chiedere asilo e non giustizia, chiedere di fuggire e non di lottare, atto questo di passione sociale che sia pur esso inconcepibile, dovrebbe almeno congiuntamente all’ atto del fuggire guidare verso unadenuncia collettiva, verso un sollevarsi e lottare per non abbandonandosi al nulla, per non piangere moralmente in Paesi con culture, identità storiche, religioni che mai potranno dar loro vera libertà.
Carolina Manfredini
(docente di Scienze Umane Ghedi - Brescia)

I repubblichini contro tutto il mondo democratico
Signor direttore,
di tutto mi sarei aspettato di leggere sul suo quotidiano tranne la replica del signor Geo Monti, che tra l’altro stimo moltissimo e, non è ironia la mia — lo giuro — condivido spesso quanto da lui espresso nelle sue lettere. Intanto in italiano, nell’uso comune di ‘replica’ è inteso rispondere a qualcuno e a qualcosa per cui si viene chiamati in causa. In questo caso non vedo il nesso. Voglio essere telegrafico nella risposta per non rubare spazio.
È mia intenzione esprimermi meglio, qualora ce ne fosse bisogno. I bombardamenti su città italiane (a Napoli, a Torino, a Milano ed anche a Cremona) hanno causato vittime civili, questo è vero. Ma la guerra è guerra! Perché non parlare, allora, delle V1 e V2 che i nazisti, alleati di Mussolini, hanno lanciato su Londra, provocando la morte di migliaia di civili.
La scelta di combattere per un ideale è rispettabilissima e la comprendo, sbagliata o giusta che sia. Ma i repubblichini non si sono opposti solo all’America, accusata da certe persone di avere aggredito la Germania, l’ Italia e, perché no, il Giappone, ma a tutto il mondo democratico, oltre che a tutti quegli italiani che hanno contribuito e restaurare la democrazia.
Chi è in confusione? Ripeto: essere coerenti è rispettabilissimo, ma stravolgere e interpretare la storia a propria immagine e somiglianza, non lo tollero.
Massimo Pelizzoni
(Gussola)

Chi difende la famiglia tradizionale non è fascista
Egregio direttore,
non ho ovviamente nessun titolo — non conoscendo, né avendo affatto intenzione di conoscere, i signori di ‘Lealtà azione’ che hanno tenuto giovedì scorso un convegno a Crema —per mettere in dubbio il giudizio che ne dà il suo giornale allorché li definisce neofascisti. Nè mi interessa farlo.
Quello che invece mi sento di dover contestare al giornalista che ha scritto l’articolo è quando, dopo aver riferito le parole di un tizio del gruppo, ovvero: ‘Siamo a difesa della famiglia tradizionale contro lo strapotere degli omosessuali’ e ‘certe ideologie stanno minando alla base la centralità della famiglia nella patria’, aggiunge un suo perentorio giudizio, scrivendo che queste affermazioni sono ‘argomentazioni tipicamente fasciste’.
A parte il fatto che nella cronaca di un avvenimento risultano un po’ stonati i giudizi personali dei giornalisti su ciò che dovrebbero oggettivamente raccontare, io, che certo fascista non sono (e neppure bigotto, nè reazionario, per chi fosse interessato a saperlo), condivido completamente le affermazioni sopra riportate.
È abbastanza plateale infatti che, in questo momento storico, gli omosessuali abbiano dalla loro buona parte dei media e della classe politica; così come ritengo sia giusto affermare che certe ideologie (leggi: gender) stiano minando alla base la centralità della famiglia. O forse è stato il termine ‘patria’ a scatenare il giudizio del giornalista? Spero proprio di no.
Intendo dire, insomma, che in questi tempi troppo spesso — sui media, su internet — vedo dare giudizi spesso assai duri quanto gratuiti, scagliati contro chi la pensa diversamente dal pensiero unico dominante, che utilizza l’ipocrita linguaggio politicamente corretto.
‘Omofobo’, ‘razzista’, ‘islamofobo’ e, ovviamente, ‘fascista’ sono all’ordine del giorno nelle dichiarazioni di tanti politici e tanti intellettuali, o presunti tali. Siamo sicuri che tutto ciò faccia bene alla democrazia, che dovrebbe nutrirsi del confronto sempre rispettoso tra le diverse parti, anziché di linciaggi morali?
Guido Antonioli
(Pandino)

Le ricordo che ‘Dio Patria e famiglia’ era slogan fondante del fascismo.

Quando guardo un pallone mi capita di pensare a Gesù
Egregio direttore,
quando guardo un pallone penso a Gesù: tutti dicono di amarlo ma poi tutti lo prendono a calci.
Pietro Ferrari
(Cremona)

L’Italia ha tante feste nazionali ma nessuna identifica il Paese
Gentile direttore,
nel nostro Paese non abbiamo una data, che da sola, sintetizzi la nostra Storia. Qualche giorno fa il 17 marzo si è ricordato l’Anniversario dell’Unità d’Italia.
Il 25 aprile, anniversario della Liberazione, è essenzialmente la data-simbolo dell’antifascismo e di una rinnovata indipendenza nazionale.
Il 4 novembre è un momento che mescola il culto della vittoria militare, col ricordo delle vicende storiche legate alla realizzazione dell’Unità Nazionale. In mezzo ecco il 2 giugno: emotivamente meno coinvolgente delle altre due ricorrenze, diciamo così, il momento ‘notarile’ della nascita della Repubblica.
Ma quale di queste date possiamo considerare a tutti gli effetti la nostra Festa Nazionale?
Michele Massa
(Bologna)

Oggi è la Giornata della felicità Basta un gesto semplice
Signor direttore,
il 20 marzo è la Giornata mondiale della felicità. Vi mando una breve riflessione sul tema intitolata ‘Due secondi regalati’:
Un sorriso, per far sentir, un
vecchio, come una volta, da tutti,
stimato; con un dito, una carezza,
per regalar, la felicità, ad un bimbo,
imbronciato; un saluto, ad un
immigrato, per ridargli, la dignità,
che, nel suo paese, da tempo, ha
perduto.
Laura Righi
(Torre de’ Picenardi)

Ammiro le persone che fanno calcio solo per passione
Signor direttore,
sono solidale e in sintonia con il gruppo Asacc di Crema rappresentato dal signor Mario Caccialanza. Ammiro queste persone che fanno calcio solo per passione.
Capisco la delusione di chi propone iniziative e idee nuove che vengono regolarmente non considerate creando malumore ed insoddisfazione. Normale che ci si ritrovi con idee contrapposte e distanti. Ma io mi chiedo: il mondo del calcio dilettanti non dovrebbe offrire un contesto di puro divertimento per tutti?
E allora signor Gian Carlo sia più aperto alle idee del gruppo del signor Mario. In fondo non è l’uomo che vince ma quell’uomo che con le sue idee riceve il consenso di tutti. Applichi questo concetto caro Gian Carlo e vedrà che nella sua associazione (Aiac) ci sarà collaborazione e sintonia perchè come tutti sappiamo con la collaborazione di ognuno c’è il vantaggio di tutti.
Enrico Bacchini
(Crema)

Per mostri come Breivik l’ergastolo mi sembra il minimo
Egregio direttore,
in accordo con Paulinich sulla pena, aggiungo mie considerazioni. Sono convinto che la Norvegia sia stata estremamente generosa nei confronti del massacratore Breivik. Non è il tipo di saluto che mi turba (avrebbe potuto anche essere diverso) l’azione criminale sarebbe stata dello stesso spessore. Gli esecutori di tanto scempio non debbono avere spiragli per il recupero che invece può interessare una lunga serie di altri reati.
Nei casi come quello in questione affermo che «contra malum mortis non est medicamentum». Vanno allontanati per sempre dal contesto sociale onde evitare recidività di cui ne abbiamo splendidi esempi per soggetti molto meno feroci. Però gli artefici della «messa in libertà» se ne sono lavati le mani.
Ed allora si riveda il codice penale quant’altro necessario. Quei Paesi che ritengono assai severa la pena di morte bene farebbero a «dare in dono» almeno l’ergastolo, senza fuga dal suo alveo così come le vittime non possono uscire dall’eterno riposo loro concesso dal criminale. Questa società offre troppe attenzioni a chi non le merita; questa nostra società è ingiusta e maligna.
Geo Monti
(Cremona)

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