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Mercoledì 21 Aprile 2021

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TEATRALIA

La mia battaglia, Elio Germano e l'arte della persuasione fra palco, video e pagina scritta

La mia battaglia,  Elio Germano e l'arte della persuasione fra palco, video e pagina scritta
Nicola Arrigoni

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La mia battaglia non è solo uno spettacolo, ma è quasi un esperimento sociale oltre che di comunicazione mediatica. Elio Germano nei panni di una sorta di attore, tribuno della plebe dialoga con i suoi spettatori, ipotizza una rinnovata società, chiede alla platea di partecipare alla sua battaglia. L’attore ha una storia di impegno politico/civile molto marcata, Elio Germano è capace di muovere le persone, è forse uno dei pochi attori del nuovo cinema che può vantare un’aura personale «divistica», ma nel senso positivo del termine. Germano piace, sa fare opinione, sa porsi come attore pensante, paradossalmente antidivo eppure pienamente inserito dello star business. Per questo aderire alla sua battaglia sembra naturale. Ma cosa succede quando il suo argomentare finisce col tingersi di razzismo, col mettere in dubbio la rappresentatività della democrazia, col parlare di competenze mai prese in considerazione per il cambiamento del Paese e di lavoro che gli stranieri tolgono agli italiani? Accade che la platea reagisce, grazie anche alla presenza di comparse figuranti in sala che incoraggiano la partecipazione. È questa la provocazione de La mia battaglia di Elio Germano e Chiara Lagani, un esperimento di partecipazione politica ed estetica che ha girato per i teatri nel 2018, che ha messo a confronto gli spettatori con un discorso che fino ad un certo punto appare condivisibile, discorso fatto da un attore che negli anni si è caratterizzato come attore contro, impegnato, sensibile alle problematiche sociali.  La mia battaglia fa in modo che alcune prese di posizione condivisibili, nello svelamento della loro origine: il Mein Kampf di Adolf Hitler mettano in crisi chi ha finito per condividere alcuni punti del ragionamento di Elio Giordano, anche rassicurato dall’immagine impegnata e socialmente corretta dell’attore. Il libro di Hitler sta all’origine del testo scritto a quattro mani da Elio Germano e Chiara Lagani e ora pubblicato da Einaudi. La fonte è svelata solo alla fine, la costruzione drammaturgica è tale che nel disvelamento dell’origine testuale si gioca la choccante messa in discussione di una condivisione di punti di vista, di alcuni passaggi che spiazza e inqueta.

Ne La mia battaglia c’è poi l’aspetto più strettamente attoriale – come racconta Germano nell’intervista a margine del libro – legato all’interrogarsi dell’interprete sul suo ascendente sul pubblico: «Lo spettacolo nasce anche per demolire in me la tentazione terribile di farmi ascoltare e seguire dalla gente, magari andando in televisione a esprimere opinioni di fronte a milioni di spettatori». In un certo senso la battaglia è duplice: politica e teatrale, di pensiero e di azione. «Il testo è l’attore, il testo è Elio – spiega Chiara Lagani -. Appena entra in sala Elio ha subito il pubblico dalla sua parte, perché gli spettatori sono venuti proprio per lui, apposta per ascoltarlo e per applaudirlo, qualunque cosa possa dire». Da qui la provocazione e l’esperimento: quanto può essere seguito uno che ad un certo punto – dopo un prologo rassicurante e piacione – comincia a dire cose inascoltabili? Quella fiducia si rompe, c’è chi si guarda intorno, chi non capisce, chi cerca conferme alla sua perplessità da parte del vicino di poltrona…

Quell’esperienza teatrale – oggi affidata alla pagina scritta – vive non solo nella memoria di chi ha partecipato, ma anche nella versione in realtà virtuale che restituisce la partecipazione in sala allo spettatore che indossa un visore ad hoc. L’iniziativa – sostenuta e prodotta da Infinito produzione srl di Pierfrancesco Pisani – ha permesso di far circuitare La mia battaglia in altra forma e sotto il titolo: Segnale d’allarme. Come spiega Elio Germano si è trattato di un modo per non far morire l’esperimento e al tempo stesso misurarsi con un altro mezzo di comunicazione. Ora l’uscita del testo per i tipi di Einaudi chiude il cerchio e lo fa partendo dal cuore stesso del teatro quella parola che scritta vive nel corpo dell’attore, che chiama in causa la partecipazione attiva dello spettatore. E in merito osserva Chiara Lagani sintetizzando le fasi di partecipazione del pubblico: tutta pro Elio Germano, poi percorsa da imbarazzo, dissenso fino a che «lo spettatore si ritrova inebetito e solo ad applaudire di fronte alla svastica, cercando ancora di capire quel che è successo, e sconcertato dal suo stesso stupore».

La messinscena de La mia battaglia è la messa alla prova, potente e simbolica del rito assembleare che è insito nel teatro, quel qui ed ora che fa del dialogo fra attore e pubblico un flusso di emozioni che difficilmente può compiersi da remoto. In questo cortocircuito la versione teatrale (affidata alla memoria individuale), quella in VR che si compie nella solitudine della visione e nell’immersione delle riprese in 3D e infine la lettura del testo, pubblicato da Einaudi, offrono al lettore/spettatore o allo spettatore/lettore la possibilità di confrontarsi, riflettere, disvelare la potenza della parola, l’azione persuasiva a cui ci abbandoniamo affidandoci a persone o testimonial di cui ci fidiamo e forse l’autonomia di esegesi nell’azione della lettura. Un bel percorso per un lavoro teatrale che, complice la voglia di mettersi in gioco di Elio Germano, sa raccontare della necessità di acquisire consapevolezza dei meccanismi della comunicazione, della seduzione, della potenza dei leader, dell’elaborazione dei nostri convincimenti in base alla comunità in cui siamo inseriti. Tanta carne al fuoco e che cerca di rispondere all’interrogativo: chi di noi può dirsi libero di pensare con la propria testa?

Elio Germano – Chiara Lagani, La mia battaglia, Einaudi, Torino, 2021, pp. 74, euro 10.

07 Marzo 2021