il network

Martedì 01 Dicembre 2020

Altre notizie da questa sezione


TEATRALIA

Se Don Giovanni vuole sedurre la propria madre

Se Don Giovanni vuole sedurre la propria madre
Nicola Arrigoni

Nicola Arrigoni

Biografia

tutti i post dell'autore

Calendario dei post

Don Juan di Johan Inger impone due considerazioni: una che ha attinenza con il coraggio produttivo e l’altra che ha ovviamente uno specifico di carattere estetico. La doppia riflessione è sollecitata, si crede, dal periodo di difficoltà che si sta attraversando, dal rischio che di nuovo i teatri chiudano a causa del Covid.

Don Juan di Johan Inger è – in questo senso - una boccata d’ossigeno, è la concreta e forte dimostrazione che osare si può e si deve. Applicando il pensiero calcolante si può dire che sedici danzatori in scena sono una rarità in tempi normali, figuriamoci oggi. Don Juan è un lavoro che per complessità compositiva e creatività coreografica assomiglia a una sorta di kolossal cinematografico e  non solo riempie gli occhi dello spettatore, ma dice che è ancora possibile pensare in grande, che la danza non si deve ridurre ad assoli o a pas de deux, che può mostrare i muscoli e regalare un respiro ampio, un abbraccio avvolgente e caldo che si riflette in quello che il teatro Romolo Valli ha tributato alla produzione dell’AterBalletto, che dice come fare danza sia azione corale oltre che coreutica. Si gode un fracco a spaziare con lo sguardo nella scena nera ma non cupa, modulata da delle sorti di materassi/blocchi che compongono luoghi, che fanno da barriera, che sono muri che crollano, giacigli di un amore bulimico.

Qui tenta di fare capolino il pensiero meditante su don Giovanni, su Zerlina che è una sorta di Lolita, con quella cicca che si tira fra i denti e che sa di sfida sessuale, di trionfo sul povero don Giovanni, non conquistatore di donne ma uomo che si adatta alla donne, uomo che è in cerca sempre e comunque di quella figura femminile per eccellenza che è la mamma. E sì, perché tutto parte da lì: dalla potenza materna, dal grembo di donna, dal figlio oggetto di mamma cara. Il Don Giovanni di Johan Inger parte così, parte col seduttore in fasce, cullato, allattato da mamma/Zerlina e da quel cordone ombelicale e sessuale che è destinato a perpetuarsi e farsi sentire in ogni conquista seduttiva. Ecco che la fame seduttrice di don Giovanni – se/ducere ovvero condurre a sé – altro non è che il desiderio di ritrovare nelle altre donne la figura materna, ma al tempo stesso offrirsi come desiderio dell’ultima avventura erotica per Zerlina prima del matrimonio, di presentarsi come amante sottomesso per Tisbea, come oggetto di passionalità per Donna Ana, insoddisfatta del marito Ottavio. Tutto questo sulla scena accade con energia, con sfida, con un disegno coreografico che sa tener conto della tradizione ballettistica di Don Giovanni come della lezione della contemporaneità. In controluce  si legge l’eredità di Mats Ek, ma la narrazione coreografica di Inger mostra una sua autonomia di stile che pur mantenendo fede alla scansione del grande balletto narrativo va in cerca di un pensiero agito che fa della scrittura del movimento, dei corpi nello spazio non solo un supporto al racconto, ma la traduzione fisica di un pensiero sull’amore, sulla seduzione, sul rapporto fra uomo e donna, sulla fame di amore, sul confronto con la morte, sul buio che circonda l’esistenza non solo di don Giovanni, ma di tutti noi. In questo la partitura musicale Marc Álvarez, la drammaturgia di Gregor Acuña-Pohl e la coesione del corpo di ballo di Fondazione Nazionale della Danza /Aterballetto compartecipano a dare vita a un Don Juan che appaga cuore e testa. E non è cosa da poco.

23 Ottobre 2020