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Venerdì 10 Luglio 2020

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La peste, il teatro e la nascita

La peste, il teatro e la nascita
Nicola Arrigoni

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Riccardo aspetta un secondo figlio…. Spettacolo! E’ il proseguire della vita, malgrado tutto, è la drammaturgia di un’esistenza che non si arrende al virus. Lo spettacolo è nel contatto, nell’amore, è nella quotidianità infranta, è nel desiderio di essere insieme, è nella voglia di vedersi e vedere il mondo attraverso lo schermo, è nell’assenza del corpo, è nella voglia di abbracci.

Spettacolo ha in sè la stessa radice di specchio, è un luogo e un tempo dove si guarda e si è guardati, in cui ci si riflette. Ed è quello che stiamo facendo tutti: riflettere e rifletterci negli schermi, considerare un altro tempo e un altro spazio, costretti allo scenario domestico e all’esplosione del mondo che ti entra in casa. In questo senso ad andare in scena – nei giorni della peste – è la vita, una vita sotto vetro, che è vita e che pulsa, comunque, più forte del distanziamento, virtuale eppure reale. «La peste coglie immagini assopite, un disordine latente, e spinge d’improvviso fino a gesti estremi; e anche il teatro prende dei gesti e li spinge al limite: come la peste ribadisce il legame fra ciò che è e ciò che non è, fra la virtualità del possibile e ciò che esiste nella natura materializzata». Sono parole di Antonin Artaud e sembrano essere scritte per noi, per la nostra fame di teatro, per la nostra fame di vita nei tempi sospesi e gravidi di silenziosa tragedia del Covid-19. Eccoci spettatori della vita: la natura che si riprende gli spazi della città, noi dietro le finestre che osserviamo, l’indifferenza dei ritmi naturali e i nostri sguardi dietro le mascherine, spettatori di noi stessi e dell’altro. Intenti a scrutare chiunque ci incroci in fughe in avanti nella realtà, pronti a rispecchiarsi nell’altro, nel vedere nell’altro lo spettacolo della nostra paura e il timore di un contatto letale, insieme alla voglia di quel contatto.

Ecco è forse questo il senso dei teatri chiusi in tempi di pestilenza. Il rischio dell’assembramento è quasi accessorio, una scusante, c’è di più. In tempi di pandemia la funzione del teatro si esaurisce perché si riflette, meglio si compie pienamente nella realtà che viviamo. «Il teatro è come la peste, non perché è contagioso, ma perché come la peste è la rivelazione, la trasposizione in primo piano, la spinta verso l’esterno di un fondo di crudeltà latente attraverso il quale si localizzano in un individuo o in un gruppo, tutte le possibilità perverse dello spirito», scrive sempre Antonin Artaud. In questo caso le sue parole sanno di prospettiva, di profezia, sono la sintesi di quei conflitti che il teatro fa emergere, mette in scena, denuncia con inaudita crudeltà. Ed è Emma Dante a spiegare come la soluzione per la riapertura dei teatri in fondo non spetti a un artista, perché gli artisti veri – come Emma Dante – non danno risposte, ma pongono domande, non risolvono i problemi, ma li pongono nella loro drammatica urgenza. Per questo il teatro è come la peste: è lo specchio ustorio delle nostre debolezze ed è ancora Artaud a venirci in aiuto dicendo che il teatro: «scioglie conflitti, sprigiona forze, libera possibilità, e se queste possibilità e queste forze sono nere, la colpa non è della peste o del teatro, ma della vita».

Il theatron è questo, è il luogo della visione e in alcuni frangenti della visionarietà. In tempi in cui il theatron ha rinunciato, suo malgrado, al corpo, alla presenza e svapora nella visione, la riflessione si stempera nel sogno, nell’incubo di una lenta e inesorabile agonia, ma anche nella voglia di resistere di molti per partecipare a una rinascita possibile, per rileggere e riformulare il rito del teatro, quando alla visione si affiancherà il dramma, il drama, l’azione, l’agire. Allora all’immagine fantasmatica del video sarà possibile ridare respiro con la forza corporea della poesia incarnata che essendo poesia è un fare nuovo e rivelato, è un emergere lustrale. E sì perché «l’azione del teatro, come quella della peste, è benefica, perché spingendo gli uomini a vedersi quali sono, fa cadere la maschera, mette a nudo la menzogna, la rilassatezza, la bassezza e l’ipocrisia; scuote l’asfissiante inerzia della materia che deforma persino i dati più chiari dei sensi; e rivelando alle collettività la loro oscura potenza, la loro forza nascosta, le invita ad assumere di fronte al destino un atteggiamento eroico e superiore che altrimenti non avrebbero mai assunto».

E allora nel tempo della visione, del rifugio mediatico, il teatro che perpetua il suo rito sotto vetro è il primo tassello di un percorso che deve vedere ancora la rabbia, il furore, la morte e il dolore, un furore in cui le parole del tragico saranno corpi senza spettatori, visioni in loop, chimere di emozioni, fino a quando – non migliori, ma forse più consapevoli – sarà possibile cercare e creare un dialogo vero, intenso, poetico, in una nuova piazza da cui partire per ricostruire la città del teatro o forse semplicemente la città. E quei nuovi cittadini saranno i ragazzi senza scuola, i bambini senza giochi, la vita congelata dal Coronavirus, ma soprattutto la nuova vita del secondo figlio di Riccardo.

06 Maggio 2020