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Venerdì 10 Aprile 2020

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TEATRALIA

2000 - 2020: Quando il teatro d'arte scorreva lungo il Po

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Nicola Arrigoni

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Vent’anni dall’inizio del XXI secolo e un gioco: cosa tiene la memoria di due decenni di teatro? La tentazione di andare a sfogliare giornali o a vedere nelle cartellette gli spettacoli divisi stagione per stagione è stata forte. Niente da fare, non si può barare. Ciò che rimane impresso nella memoria vive, indipendentemente dagli archivi perché diventa parte di te. Così ho cercato di capire cosa la memoria ha trattenuto, cosa risuona ancora di spettacoli visti, incontri fatti, serate trascorse a rincorrere la possibilità di vivere lo stupore poetico. Tutto questo vorrebbe cercare di far luce su cosa in questi primi vent’anni di terzo millennio rimanga del teatro passato sul territorio cremonese degno di essere ricordato o che ha portato una ventata di nuovo, che  ha rappresentato una visione. Tutto ciò ha un senso, se ce l’ha, tenendo per valida (ma non è detto che lo sia) la memoria di chi scrive.

Ecco la parola chiave sembra essere: visione. E questa visione è legata non tanto agli spazi tradizionali, ma allo scorrere del fiume, del Grande fiume. Cremona e il suo territorio hanno rappresentato per una quindicina d’anni con gemmazioni e filiazioni diverse uno spazio di incredibile e inattesa vetrina teatrale, legata soprattutto ai festival che sono nati e morti lungo le sponde del Po, dell’Adda e dell’Oglio. Il Grande fiume – in primis – ha dato vita ad un’utopia che la miopia della politica e delle amministrazioni non hanno saputo sfruttare: usare il palcoscenico del Po per farne un motivo di turismo culturale, con i grandi della scena contemporanea come protagonisti. Il Grande fiume, diretto da Luigi Ronda della Cooperativa Il Ramo d’Oro e fortemente sostenuto da Franco Albertoni, allora sindaco di Motta Baluffi, L’opera galleggiante festival fra Po e Oglio, diretto da Giuseppe Romanetti, Odissea, kermesse lungo l’Oglio, diretta da Marco Zappalaglio ed Enzo Cecchi (l’unico festival ancora esistente) hanno rappresentato lo scenario di un teatro fluviale capace di animare le estati della Bassa, ma anche in grado di offrire quanto di meglio il teatro contemporaneo italiano ha proposto nel primo quindicennio del nuovo secolo.

Senza nulla togliere agli altri festival, è comunque Il Grande fiume che con grande visione estetica ha regalato al territorio una panoramica di quella scena contemporanea che oggi ha i suoi protagonisti nelle grandi istituzioni teatrali. La memoria allora non può non tornare a mPalermu, oppure a Carnezzeria e a un poeticissimo Michelle di Sant’Oliva di Emma Dante, non può non ricordare le polemiche sorte dopo la messinscena de La scimia, sempre di Emma Dante. E ancora affiorano nella memoria: il Pericle di Shakespeare per la regia di Antonio Latella ebbe la meglio su una serata da tregenda a Isola Serafini, Pippo Delbono con Gente di plastica e La rabbia, Arturo Cirillo con Don Fausto di Petito – nell’unico anno in cui Cremona sembrò volere far parte della partita teatrale , Massimiliano Civica con Grand Guignol, La Parigina e nella strepitosa e intima replica in una notte di rara e ventosa bellezza Attraverso il furore dai sermoni di Meister Eckhart. Davide Enia, Fanny & Alexander con Him, Franceca Mazza con West, la forza narrativa e narrante di Ascanio Celestini, Finale di Partita di Beckett con un giovanissimo ma già unico Paolo Pierobon, diretto da Lorenzo Loris, o ancora Note di cucina di Rodrigo Garcia nel parco del Lago Scuro, oppure il teatro solitario di Roberto Latini con Lucignolo, Titanic, I Giganti della montagna, il Teatro delle Albe con Luigi Dadina e i suoi raccontatori, Il Teatrino Clandestino con Madre assassina, piuttosto che la drammaturgia beckettiana di Scimone e Sframeli del Cortile, Maria Paiato con la Maria Zanella, Veronica Cruciani, Valter Malosti con una indimenticabile Federica Fracassi nella Corsia degli incurabili di Patrizia Valduga… ed è incredibile come nel riemergere dalla memoria di quanto visto lungo il Po si delinei l’Olimpo, la geografia di un teatro italiano che oggi ha in molti degli artisti transitati nelle estati de Il Grande fiume quanto di meglio la scena italiana ha dato e sta dando.

In tutto questo c’è la conferma che quell’esperienza festivaliera è stata fondante, unica, ha portato lungo le sponde del Po il meglio del teatro presente, il meglio degli artisti che oggi sono conferme autorali della scena italiana. E mentre la memoria inanella nomi e titoli in ordine sparso si ha la certezza che quella stagione festivaliera è stata l’ennesima occasione mancata. E allora le parole di Antonin Artaud possono aiutare a capire perché la memoria mantenga ricordo di ciò che l’anima stupisce e ferisce: «Si può dire che esistono attualmente due teatri: un falso teatro facile e fittizio, il teatro dei borghesi, militari, benestanti, commercianti, mercanti di vino, professori di acquerello, avventurieri, passeggiatrici (…) e un altro teatro che si sistema dove può, ma che è il teatro concepito come il compimento dei più puri desideri umani. Piccole compagnie di giovani attori si raccolgono un po’ ovunque con fede ardente». Ecco la memoria tiene conto di queste piccole compagnie che si raccolgono un po’ ovunque e che vivono di una fede ardente perché – ed è ancora l’autore del Teatro e il suo doppio a suggerircelo: «Bisogna credere in una concezione della vita rinnovata dal teatro, dove l’uomo divenga impavidamente signore di ciò che ancora non esiste e lo faccia nascere». Questo accade o meglio è accaduto nei primi vent’anni del secolo nuovo lungo le sponde del fiume Po, mentre le istituzioni teatrali cremonesi preposte all’arte consumavano riti di svago e intrattenimento.

31 Dicembre 2019