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IL PERSONAGGIO

Antonio Cabrini: 'Quella maledetta sera all'Heysel, non ha perso il calcio ma l'uomo'

La storia del ragazzo nato in cascina a Castelverde e arrivato a vincere la Coppa del Mondo del 1982

Giorgio Barbieri

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redazione@laprovinciacr.it

01 Dicembre 2021 - 08:27

Antonio Cabrini: 'Quella maledetta sera all'Heysel, non ha perso il calcio ma l'uomo'

CREMONA - «Mio padre Vittorio non voleva che giocassi a calcio, in me vedeva il suo successore a capo della azienda agricola di famiglia. Quando arrivai alla Cremonese chiamò Domenico Luzzara, un suo grande amico, e gli chiese di lasciarmi andare perchè aveva bisogno di me in campagna. Il presidente gli rispose ‘Tuo figlio è bravo, Vittorio. Diventerà un giocatore importante, non lo mollo’. Quella risposta fu la mia fortuna, perchè il calcio è stato ed è ancora la mia vita». Erano i primi Anni ‘70. Quel ragazzino, che si chiama Antonio Cabrini, sarà l’unico cremonese a vincere un campionato mondiale di calcio (Spagna, 1982), oltre a una Coppa Intercontinentale, una Coppa dei Campioni, una Coppa delle Coppe, una Coppa e una Supercoppa Uefa, due Coppe Italia e sei scudetti. Tutti con la maglia della Juventus.

Una lunga carriera.
«Sono nato a Cremona l’8 ottobre 1957, ma ho sempre abitato nella cascina Mancapane, frazione di Castelverde vicina a Casalbuttano. Agli albori l’azienda agricola, mille pertiche di terreno, costruzione seicentesca simile a un castello, si chiamava Marcapane. Quando passò alla mia famiglia la r venne sostituita con la n, una scelta per indicare forse un momento di particolare difficoltà economica. Sono cresciuto in cascina seguendo il passare delle stagioni attraverso i vari periodi dei raccolti, fra animali di vario genere. Insomma, un bambino di campagna. Papà Vittorio gestiva l’azienda, mamma Graziella teneva in piedi la casa e seguiva me e mio fratello Ettore, tre anni più vecchio. Purtroppo nel giro di pochi mesi papà e fratello se ne sono andati, Vittorio alla fine del 2019 e Ettore nel luglio 2020. Mamma Graziella vive ancora a Mancapane, una volta alla settimana vengo a trovarla. Adesso abito a Milano».

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La passione per il calcio come è arrivata?
«Ho cominciato a giocare con gli amici all’oratorio di Casalbuttano, il prete era don Angelo. Facevo l’attaccante, segnavo tanti gol partendo dalla sinistra visto che il mio piede era il mancino. Fra l’altro anche per scrivere ho sempre usato la mano sinistra. La mia prima maglia è stata quella azzurra del San Giorgio, la squadra dell’oratorio di Casalbuttano, nel campionato Csi. Anche mio fratello giocava, era un portiere. Ero il più giovane di quella formazione, giocavo con la maglia numero 11 come ala sinistra. Siamo arrivati alla finale provinciale contro il Castelleone. L’allenatore mi dice: ‘Stavolta Antonio vai in panchina’. Il Castelleone va in vantaggio e a 20 minuti dalla fine mi butta nella mischia per recuperare il risultato. Vorrei rifiutare ma entro e ce la metto tutta senza riuscire a ribaltare il risultato. A fine partita restituisco la maglia al mister e gli comunico che con il San Giorgio ho chiuso».

Qui arriva la Cremonese.
«Per la verità avevo saputo che a San Sigismondo c’era un provino dei grigiorossi. Per giorni rompo le scatole a mia mamma Graziella perchè mi porti a Cremona. Mi presento in campo con altri 40 ragazzi con una maglietta colorata, pantaloncini di basket e scarpe da ginnastica. Ivanoe Nolli, detto ‘Babo’, allenatore e talent scout della società, capisce che ho qualche qualità e spinge per il tesseramento. Un giorno Babo mi dice: ‘So che a te piace fare l’attaccante di sinistra, a me però serve un terzino in mancina’. Gioco la prima partitella in quel ruolo e me la cavo benissimo. Alla fine devo dire che Nolli, che poi sarà il mio allenatore nelle giovanili, aveva visto giusto su quella che poi sarebbe stata la mia posizione in tutta la carriera. Non un terzino marcatore, ma un uomo di spinta. Un fluidificante, come si direbbe oggi».

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Intanto Cabrini, che ha fatto tutte le scuole (asilo, elementari e medie) a Casalbuttano, deve scegliere a quale istituto iscriversi a Cremona.
«Per seguire la tradizione di famiglia opto per lo Stanga, istituto di agraria di via Palestro. Il primo anno io e mio fratello avevamo la sveglia alle 6,15 per poi prendere il treno da Casalbuttano per Cremona. In città le nostre strade si dividevano, lui andava al Liceo e io allo Stanga. Il secondo anno mi sono trasferito a casa di nonna Lina in città, il sabato tornavo a Mancapane. Non ero uno studente modello, erano gli anni delle ‘bigiate’ con tappa fissa o al bar Montecarlo o al Bonys, delle polpette e delle patatine da Cinto, delle vasche in Galleria, delle festine, dei primi innamoramenti. Non ho finito la scuola a Cremona, però mi sono diplomato a Torino».

Dopo Babo Nolli ad allenare Cabrini nella Berretti grigiorossa c’è Aristide Guarneri.
«Un maestro, è stato lui ad insegnarmi alcuni trucchi del mestiere. In quella squadra ci sono giocatori che poi finiranno in serie A. Io, il portiere Malgioglio, il difensore Azzali, il centrocampista Prandelli, la punta De Gradi e il mediano Gozzoli. Con alcuni di loro vinco il ‘Trofeo Albertoni’ organizzato dalla Cremonese. In finale battiamo la Juventus ai rigori, uno lo segno anch’io. Allora io ero tifoso del Milan, cresciuto nel mito di Gianni Rivera. L’uomo che dovevo marcare dei bianconeri era Paolo Rossi, quello che poi diventerà il migliore amico negli anni della nazionale».

Nel 1974 l’esordio in prima squadra.
«Mi chiama Titta Rota e mi aggrego ai grandi. Tre partite l’ultima delle quali a Rimini da titolare, vinta 2-1 con doppietta di Mondonico, uno dei talenti più forti con cui ho giocato. Mi ricordo ancora quella formazione: Venturi, Cesini, Cabrini, Sironi, Bellotti, Cassago, Mazzoleri, Novellino, Mondonico, De Gradi, Quartieri. L’anno dopo divento titolare. Questa la formazione base: Bodini, Cesini, Cabrini, Sironi, Cassago, Barboglio, Minini, Delledonne, Mondonico, Finardi, Chigioni. In porta Bodini, che poi diventerà mio compagno di squadra alla Juventus».

Lei e Prandelli, una rincorsa terminata nella Juventus.
«Lui è sempre stato un passo dietro di me. Quando ho esordito in C con la Cremonese lui ha giocato l’ultimo anno nelle giovanili. Quando sono andato all’Atalanta allenata da Cadè in B lui era alla Cremonese in C. Quando mi ha chiamato la Juventus in serie A, lui era titolare nell’Atalanta. L’anno dopo ci siamo ritrovati finalmente insieme in bianconero».

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Una bella stagione a Bergamo, ma dietro c’era già la Juventus.
«Ero praticamente in compartecipazione fra le due società. Alla Juventus ho passato tredici splendidi anni in cui si è vinto praticamente tutto».

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Quattrocentoquaranta partite con la Juventus, 52 reti segnate, capitano nel 1988 e 89. Cosa chiedere di più?
«Nulla, sono stati anni splendidi, indimenticabili. Il mio allenatore? Giovanni Trapattoni, che per dieci anni è stato alla guida tecnica della squadra. Un uomo intelligente, un allenatore concreto, un grande lavoratore. Dietro una società straordinaria fatta da uomini competenti di calcio. Gli Agnelli certamente, ma anche Boniperti. Il giocatore sente la pressione di questi personaggi, sa che deve dare sempre il massimo».

Gli stranieri più forti?
«Su tutti ovviamente Platini. Poi metterei Brady e Boniek».

La gioia più bella?
«La vittoria della Coppa Intercontinentale a Tokyo contro l’Argentinos Juniors ai calci di rigore nel 1985. Anche in quella occasione ho segnato dal dischetto».

Il momento più brutto?
«Certamente la vicenda dell’Heysel. Quel giorno non hanno perso solo il calcio e lo sport. Ha perso l’uomo».

Torino e il derby.
«La sfida fra Juventus e Torino non è una partita come tutte le altre. La vittoria in città vale quasi come un campionato».

Gli avversari che l’hanno messa più in difficoltà?
«Daniel Bertoni e Odoacre Chierico».

Il mondiale del 1982, una avventura straordinaria.
«Ho cominciato a fare parte della nazionale quando ancora ero Juniores. Ho vestito la maglia azzurra dell’Under 18, dell’Under 21, dell’Italia militare e poi della squadra maggiore. Ho giocato 73 partite e segnato 9 gol, il difensore che ha fatto più reti della storia. In Spagna siamo partiti male ma poi abbiamo fatto gruppo, con il mister Enzo Bearzot in testa, e siamo cresciuti sino a battere in finale la Germania 3-1. Era una nazionale in cui tutti mettevano un piccolo mattoncino, non c’erano rivalità personali».

La grande amicizia con Paolo Rossi?
«Piango la scomparsa di un grande bomber, di un compagno di camera per una decina d’anni. Eravamo in sintonia sul campo e nella vita di tutti i giorni».

Due stagioni al Bologna e poi nel 1991 la decisione di smettere di giocare.
«Ho avuto parecchi problemi alle ginocchia, non riuscivo più ad allenarmi. Così ho deciso di smettere e di dedicarmi a una vita più tranquilla».

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La parentesi di Cabrini allenatore.
«Ho cominciato nel 2000 ad Arezzo. Poi ho allenato Crotone, Pisa, Novara, Siena e anche la nazionale siriana. Per cinque anni, dal 2012 al 2017, sono stato il ct della nazionale italiana femminile. Sono soddisfatto del mio lavoro con le ragazze, ho posto le basi per la ripresa della nostra nazionale. Adesso lavoro per la Federazione come coordinatore della squadra ‘Legends’, sono quasi 500 i giocatori che hanno vestito almeno una volta la maglia azzurra. Partecipiamo a tornei e manifestazioni benefiche. Inoltre sono mental coach in alcune aziende».

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Come è cambiato il calcio?
«Oggi è un altro tipo di sport, si privilegia il fisico alla tecnica. Non c’è paragone con quello dei miei tempi».

Cabrini vive a Milano con la seconda moglie Marta.
«Mi ero sposato con Consuelo, una ragazza di Milano Marittima, nel 1981. Siamo stati insieme per 18 anni e abbiamo due figli: Martina nata nel 1984 che fa la mamma e Edoardo nato nel 1988 che lavora a Bologna. Sono nonno di Leonardo e Ludovica, i figli di Martina. Io e Consuelo abbiamo divorziato e due anni fa mi sono sposato con Marta, una donna di Avezzano. Non abbiamo figli, viviamo una vita tranquilla. Oltre agli impegni di lavoro mi sto dedicando al padel, uno sport che diverte e mantiene in forma. Non sono un mangiatore e un bevitore, ma quando torno a casa porto spesso i miei amici a pranzo o a cena a Livrasco da Corrado o a Casalbuttano da Scolari. Possono assaggiare i marubini, i tortelli di zucca o il risotto con la liquirizia o con le scaglie di cioccolato, il cotechino e i bolliti. In tivù guardo un po’ di tutto ma a volte quando una partita di calcio non mi entusiasma cambio anche canale. Per quanto riguarda la musica sono legato a quella degli anni ‘80, senza preferenze particolari».

Però scrive libri.
«Ne ho scritti tre di calcio, raccontando le mie esperienze di calciatore e un giallo, ‘Ricatto perfetto’, che è stato presentato anche a Crema. Ho voluto scrivere un giallo senza violenza e sangue, avevo tempo libero e mi sono divertito».

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