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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il rischio di concedere i pieni poteri

L’invasione dell'Ucraina dimostra quanto sia pericoloso affidare le scelte e le sorti di un intero Paese a un solo uomo

Marco Bencivenga

Email:

mbencivenga@laprovinciacr.it

27 Febbraio 2022 - 05:25

Il rischio di concedere i pieni poteri

Quando in politica si invoca l’Uomo Forte, a volte si dimentica che poi l’Uomo Forte diventa depositario di un potere quasi assoluto e contrastare le sue decisioni - se necessario - si complica parecchio. Passi (si fa per dire…) finché si tratta di politica interna, ma il problema diventa estremamente serio quando le sue decisioni varcano le frontiere e infrangono le regole della comunità internazionale, propria come giovedì ha fatto Vladimir Putin occupando un Paese straniero con i propri carri armati. In fondo, perché stupirsi? Cosa potevamo aspettarci di diverso da un presidente al quarto mandato che già nel 2014 si era «ripreso» la Crimea e nel 2020 ha cambiato la Costituzione per garantirsi la possibilità di restare in carica fino al 2036, quando avrà ormai 84 anni? Altro che il bis di Sergio Mattarella al Quirinale!

L’ex funzionario del KGB che pratica le arti marziali, vive con cinque cani e ama le canzoni degli Abba, dal 1999 è il padrone assoluto della sesta potenza economica al mondo dopo Cina, Usa, India, Giappone e Germania. A tutti gli effetti, è un nuovo Zar, che nel giorno in cui ha invaso l’Ucraina ha dichiarato apertamente di voler ricostituire l’ex impero sovietico, quell’Urss che è implosa nel 1991, dando vita a numerose repubbliche indipendenti. Per i nostri figli l’Unione Sovietica è archeologia di un passato che non c’è più, da studiare sui libri di storia, esattamente come l’ex impero romano (27 avanti Cristo-284 dopo Cristo, da Lisbona a Costantinopoli) o l’ex impero britannico (1607-1997, dal Canada all’Oceania, passando per Sudafrica e India).

«Putin è dalla parte sbagliata della storia», hanno commentato i leader del G7 dopo che i primi soldati russi hanno varcato i confini ucraini. Peccato che il Nuovo Zar abbia risposto con un’alzata di spalle. D’altra parte, mica l’ha improvvisata la campagna di Kiev: la progettava da anni e la stava preparando da mesi, partecipando ai minuetti delle diplomazie solo per guadagnare tempo. Con grande cinismo Putin ha calcolato che la risposta degli Stati Uniti e dell’Europa al suo atto di forza non potrà mai essere militare, pena lo scoppio della Terza (e ultima?) Guerra Mondiale.

E ha messo in conto anche il costo economico delle sanzioni che dovrà subire: al massimo, ha fatto capire, sposterà i suoi affari in Cina, la grande potenza già pronta a offrirgli un salvagente e una sponda. Mal che vada, il leader del Cremlino si arrangerà, fedele al motto che ama di più: «La Russia ha due soli alleati: il suo esercito e la sua flotta». Copyright di Alessandro III, lo zar cui Putin ha dedicato una statua di bronzo alta quattro metri, personalmente inaugurata a Yalta, la città sul Mar Nero che nel 1945 ospitò il celebre incontro fra Stalin, Churchill e Roosevelt in cui fu deciso l'assetto politico internazionale al termine della Seconda Guerra Mondiale.

È proprio vero che la storia, come certi amori, fa giri immensi e poi, a volte, ritorna. Ora Putin vuole riscriverla e i presidenti di Lituania, Estonia e Lettonia hanno già lanciato l’allarme: dopo l’Ucraina, temono, toccherà a loro. Neppure in Polonia, in realtà, si sentono tranquilli e questo la dice lunga sulla portata del pericolo Putin, improvvisamente deflagrato a livello planetario. Le fonti di intelligence definiscono il presidente russo un uomo sempre più solo, autoritario, ossessionato dal potere e dal sospetto. I due anni di pandemia pare abbiano accentuato il suo isolamento: Putin li ha vissuti in una bolla quasi impenetrabile, distante - non solo fisicamente - perfino dai suoi più stretti collaboratori.

La politologa russa Tatiana Stanovaya ne ipotizza addirittura una deriva mistica. Vladimir IV si sentirebbe investito di una missione divina: riunire «i fratelli russi» separati da quella che considera «la più grande tragedia geopolitica del XX secolo», la dissoluzione dell’Unione Sovietica, appunto. Quale che sia la verità, una cosa emerge con grande evidenza: democrazia e libertà non vanno a braccetto con l’Uomo Forte. Soprattutto, mai affidare a un solo uomo i «pieni poteri». Del resto, non hanno mai portato grande fortuna neppure a tutti quelli che li hanno pretesi. O semplicemente evocati...

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