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30 ottobre 1990

Volley 1990: gli azzurri schiacciano il mondo

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Volley 1990: gli azzurri schiacciano il mondo

A Lucchetta il titolo di miglior giocatore

RIO DE JANEIRO — Julio Velasco comincia a parlare e sembra di sentire Louis Armstrong. Una lunga notte di festa per la vittoria dell'Italia nel mondiale l'ha reso roco. Ha vinto tanto questo 38/e argentino nella sua carriera. Dal maggio dell'89 sulla panchina azzurra si è preso tutte le soddisfazioni possibili, ma già pensa al prossimo obiettivo: le Olimpiadi del '92.

«Da oggi — esordisce Velasco — preparo Barcellona. Per questo vi annuncio che la prossima stagione sarà di transizione, nonostante, gli Europei. Vedrete una rotazione tra i giocatori della nazionale, ci saranno in pratica due squadre. Voglio continuare a lavorare con una programmazione saggia. Quella che ho scelto finora e soprattutto il carattere della squadra sono state le armi vincenti del mondiale. Questi giocatori hanno vinto contro tutto e tutti: contro l'arbitro coreano e l'Argentina, contro i 25.000 del Maracanazinho ed il Brasile, contro Cuba e i suoi fuoriclasse». Ma c'è stato un momento in cui Velasco ha temuto di non farcela: «Quando — precisa — durante la tournée estiva con Cuba l'ambiente era euforico e rischiava di contaminare la squadra, ho temuto veramente. Io cercavo concentrazione ed esperimenti, la gente si aspettava solo spettacolo. Eravamo diventati come un gruppo, rock, dovunque ci trovassimo le ragazzine si strappavano i capelli ed urlavano. Per fortuna Merano, dove vanno solo gli anziani, ci ha ridato la dimensione giusta».

Anche su Cuba Velasco non perde il senso della misura. «Non è proprio come la racconta Despaigne, lui fa l'uomo politico e dice di giocare per il popolo cubano. Allora anche noi giochiamo per il popolo italiano, certo che poi dalle nostre vittorie otteniamo anche dei guadagni rilevanti. Ma, pure Despaigne nella sua società non ha il tenore di vita di quelli che tagliano la canna da zucchero». Velasco non si attribuisce meriti eccezionali nella confezione del «miracolo» azzurro nella pallavolo. Si vede che ritiene importante il suo lavoro, ma riconosce di aver operato soprattutto sulla psicologia dei giocatori «non ho inventato niente — spiega — i metodi di allenamento sono più o meno gli stessi in tutto il mondo».

Il fondamentale decisivo con Cuba? «L'attacco, con il 65 per cento di conclusioni positive abbiamo ottenuto un rendimento superiore a quello degli Usa nel 1986, e quella è stata la squadra più forte di tutti i tempi». 

 

A Lucchetta il titolo di miglior giocatore
RIO DE JANEIRO — Il titolo mondiale ha portato agli azzurri 70 milioni netti. Il capitano azzurro Lucchetta ha vinto il premio per il miglior giocatore del torneo. «In genere — ha osservato — questi premi vanno a chi gioca in ruoli appariscenti. A chi schiaccia, o magari agli alzatori. È la prima volta che premiano un centrale. Vuol dire che il lavoro nero è stato capito». Lucchetta tiene molto al suo ruolo di capitano, ed ha sottolineato che gli ha riservato molto lavoro in questi mondiali. «Prima quando Zorzi era triste per un paio di esclusioni dal sestetto iniziale, poi, quando ho dovuto tenere a freno i miei compagni che litigavano con gli avversari sotto rete. Soprattutto Bernardi era difficile da controllare nei suoi battibecchi con Despaigne».

Anche Zorzi ha riconosciuto le qualità di leader di Lucchetta: «È stato bravissimo — ha detto — su due fronti, quello psicologico ed in campo, tanto che è anche risultato il miglior giocatore del torneo». 'Zorro' ha raccontato di nuovo anche la sua vendetta: «Dopo la fine della partita sono andato da Despaigne e gli ho detto che lui è bravo, ma i campioni del mondo siamo noi. Poi a Samuel, il loro tecnico, ho ricordato quando dopo la vittoria cubana in coppa del mondo ci fecero il gesto dell'ombrello. Ho sempre sofferto molto con i cubani, perché loro sembravano aver un fatto personale contro di me. Ogni volta che mi 'muravano' o sbagliavo punto, mi prendevano in giro. Da mesi sognavo di battere Cuba». Zorzi ha spiegato anche come sia riuscito a recuperare dopo il brutto avvio in questo mondiale: «Dopo la partita con Cuba — ha detto — ho parlato per tre ore con Velasco. Lui mi ha fatto capire che dovevo fare le cose semplici come avevo sempre fatto in precedenza. Poi ha dimostrato di credere in me mettendomi in squadra contro la Cecoslovacchia».

29 Ottobre 2020