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Sabato 31 Ottobre 2020

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20 settembre 1989

Migliaia di fans allo stadio di Crema per il «mitico» Vasco

Migliaia di giovani al concerto di Vasco Rossi a Crema

L'una e trenta. Arrivano i primi  irriducibili, sostenitori del «grande Vasco». L'accesso in prima fila, quella a rischio svenimenti, sordità permanente e nausea da watt, è il penitenziale che si infliggono in nome di una suprema idealità: stare appresso a Vasco per misurarne ogni goccia di sudore.

Arrivano in total look, jeans e zainetto carico di «rosette » imbottite per affrontare la grande attesa. Dalle 16, orario di apertura cancelli, alle 21 sotto il sole di tardo settembre, sotto la prima umidità e sopra i piedi del vicino, pazienteranno, bombardati dalle prove audio, l'uscita del mito. I primi avamposti stazionano già dall'una davanti alle transenne.

Sono giovanissimi, qualcuno abita a due metri dallo stadio, qualcuno si è macinato, complice genitori o ferrovie dello Stato, 200 chilometri. Tanta invidiabile sollecitudine muove tenerezza, soprattutto valutando il fatto che alle 19 il tappeto umano dei fans stentava ad occupare lo spazio tra palco e mixer. Una levataccia quindi superflua, una schiera che coinvolge quindicenni, venti e trentenni, accomunati da ben precisi segni d'appartenenza: braghetta in jeans, giubbotto jeans o da duro metallaro, aria strapazzata e capelli sdruciti trattenuti ora dall'ultimo gadget, la fascetta kamikaze con esposte le generalità del divo.

Del resto è lui, Vasco, l'oggetto di consumo. Vasco con e senza occhiali, Vasco con e senza cappello, il Vasco-pensiero sul genere «vorrei morire giovane per diventare un mito alla James Dean».

Ed eccolo il «grande Vasco», antieroe dichiarato, trasgressore convinto, ma non particolarmente disdegnante il farsi mito, con mezz'ora di ritardo, giubbotto nero e jeans sdruciti. Libero da vecchi produttori, sciolto dall'ormai storica Steve Rogers Band, con un tour ed un album tutto nuovo, Vasco Rossi si è presentato ai quindicenni. Stanco forse, all'ultimo appuntamento di tournée, senz'altro meno carico e meno al massimo per l'inizio del concerto. Una serata che si è mossa piano, con un Vasco sottotono ed una band, nuova, sebbene collaudata, che ha iniziato a lievitare dopo un'ora di strimpelli.

Insomma il «grande Vasco» è partito «piattino», con le stanche emozioni dell' ultimo album, un po' gridate e un po' sopite, calibrate comunque su corde d'ordinario rockman. Dov'era trasgressione, anarchia, l'ironia frizzante, divertita e corrosiva ? «Blasco», «Deviazioni» e «Lunedì» sono scese mielate, nonostante la grandiosa e sconvolgente regia di luci.

Anche il pubblico ha sofferto: ordinatissimo, un po' sciapino ha sventolato, manine rade, moribondi coretti e qualche cuore, forse infranto.

Poi, all'improvviso, Vasco si è svegliato. Le prime emozioni, che scuotono platea pagante e irriducibili assiepati oltre cortina, calano elettriche alle 23. È la carica di centinaia di ragazzini entro lo stadio, marciata su di «Una vita spericolata»; ritorna la riscossa un brano dopo e si è, finalmente «Liberi liberi». L'ingranaggio si scioglie ora compatto. Fresco e caricato dall'attesa, il pubblico ritrova il mito: inneggiano i cori e l'emozione vola alta sui coni di luce. È l'inizio. Spara nelle repliche il mordente ironico di «Alfredo», si vibra sopra «Bollicine», tiratissima e gasatissima, cantata a lenti scure e carisma travolgente. Poi Vasco seduce, tutti, nicchiando sui lenti coreografici. «Vivere senza te» e «Alba chiara» segnano il silenzio.

Che chiedere di più al grande Vasco? Sofferenza di emozioni rimandate, tutte sciolte in un finale strabordante.

T-shirt e bandane abbandonano l'arena. Ordinatissime. Quanto poco è trasgressivo il pubblico di Vasco!

19 Settembre 2020