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Sabato 15 Agosto 2020

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12 luglio 1967

Baracca: l'eroismo di uno dei più audaci piloti di guerra

Baracca: l'eroismo di uno dei più audaci piloti di guerra

Il 20 giugno 1917, l'asso dell'aviazione militare italiana Francesco Baracca, si immolava eroicamente sul Montello con il suo apparecchio «Spad» che recava dipinto in rosso sulla fusoliera un cavallo rampante.
Baracca, sino al giorno dell'eroico sacrificio, aveva strenuamente combattuto dall'aria contro il nemico, conseguendo smaglianti vittorie e conquistandosi a buon diritto il titolo di asso della nostra aviazione militare, di primo grande asso sulla cui scia tanti altri temerari aviatori si sarebbero posti non solo durante il primo conflitto mondiale, per esempio Gabriele D'Annunzio, ma anche e soprattutto durante il secondo, quando la potenza offensiva e difensiva del mezzo aereo divenne addirittura micidiale.
Le giornate che precedettero la fine furono per Baracca e per i suoi compagni di lotte e di eroismi particolarmente intense e pericolose. Durante le giornate del 12 e del 13 giugno di quell'anno 1917 si fanno sempre più insistenti le voci che ormai il nemico è stremato e che non resta che infliggergli il colpo di grazia per ricacciarlo definitivamente al di là del Piave. Intanto le missioni aeree proseguono: qualche apparecchio torna alla base con le sforacchiature e le «sdruciture» delle granate nemiche. Tuttavia, i piloti per fortuna sono incolumi. Anche Baracca l'ha scampata un'altra volta per puro miracolo, anche se un proiettile gli ha tagliato di colpo il colletto del giaccone di cuoio.

Le missioni aeree proseguono sempre più frequenti e drammatiche nelle giornate del 16 e del 17: l'aereo di Baracca sorvola a volo radente la superficie del Piave, si spinge fino a San Donà, mitraglia una colonna di soldati austriaci, scova alcune postazioni nemiche che da posizioni occultate sparano con pezzi di grosso calibro sulle strade di comunicazione.

Il 19 e il 20 la battaglia assurge a toni di epica violenza. Le nostre truppe si spingono decisamente all'offensiva, ma il nemico oppone una tenace resistenza. È necessario l'intervento dell'aviazione per spezzare l'opposizione avversaria con i tiri delle mitragliatrici di bordo. La rischiosa impresa viene affidata a tre assi: Baracca, Costantini ed Osnaghi.
Baracca controlla le due mitragliatrici di bordo ed assicura i nastri delle pallottole. Una leggera ombra di turbamento, quasi un presentimento, gli sfiora il volto. Ma poi indossa risoluto il casco, prende posto nella carlinga e sorridente e sicuro scaglia il suo apparecchio verso l'alto.

La missione fatale è cominciata. Lo Spad dal cavallo rampante scende a bassa quota diretto verso il Montello.
Poi l'apparecchio si dilegua verso l'orizzonte. Ma sinistra giunge l'eco del bombardamento dell'artiglieria nemica. Ad un tratto, verso Nervese, sullo sfondo di una fitta boscaglia si accende una vampata improvvisa. Poi più nulla.
Però, quella sera del 20 giugno di quel 1917 l'apparecchio di Baracca non torna, come al solito, alla base. I commilitoni guardano sgomenti il posto vuoto nell'hangar. All'ora della mensa la sedia del comandante resta melanconicamente deserta e sulla bianca tavola non c'è più il suo coperto. Nessuno sa ancora nulla di preciso sulla sorte dell'eroico aviatore, ma in tutti è il triste presentimento della sua tragica fine.

Intanto, la fanteria smantella le teste di ponte austriache sul Piave ed il nemico è costretto a ripiegare in fretta al di là del fiume. Il 24 giugno tutta la zona del Montello è in nostra mano mentre i campi, le pendici scoscese del monte, le rive del fiume recano drammatici e sanguinosi i segni della cruenta battaglia.

È allora che giunge notizia dal comando del 112° Fanteria che nei giorni precedenti un aeroplano era stato visto precipitare nella zona del Montello. Lo avevano visto i fanti della Brigata Piacenza, i «figli» del colonnello Biancoli, che avevano assistito impotenti e commossi al rovente olocausto di quell'aviatore per il momento sconosciuto.

I piloti Ranza e Osnaghi si mettono allora alla ricerca dei rottami e del corpo di Baracca. Sfidano il fuoco a distanza delle artiglierie nemiche, percorrono lunghi camminamenti disseminati di morti, affondano gli scarponi nelle buche lasciate dalle granate sul terreno. Ad un certo momento la voce di Ranza si leva alta e rotta dal singhiozzo. Ha scorto tra un ammasso di alberi divelti la carlinga dello Spad ormai incenerita e attorcigliata come uno scheletro preistorico. Il carrello, il motore, le mitragliatrici sono incastrate nel terreno. L'apparecchio è stato colpito al serbatoio da due pallottole incendiarie.
Il rogo ha illuminato la zona circostante per una notte intera. Ma per fortuna non ha lambito il corpo riverso di Baracca il quale giace ora a terra supino con le braccia aperte, gli occhi socchiusi e con sulla fronte marmorea infisso il proiettile che lo ha ucciso.

Oggi, cinquantenario di questo sublime fatto d'armi e di eroismo, il cippo che sulla cima del Montello ricorda ai posteri l'olocausto del comandante Baracca è méta incessante di reventi pellegrinaggi e di austere rievocazioni. Sono combattenti della prima guerra, sono specialmente aviatori in congedo, alcuni compagni di Baracca avanti negli anni ma ancora freschi nello spirito, sono vecchi grigioverdi mutilati che ascendono le rampe del Montello martoriato per rivedere ancora una volta in un colloquio spirituale il compagno caduto, l'aviatore vinto ma non domo.

10 Luglio 2020