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Venerdì 10 Luglio 2020

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4 giugno 1963

Il Papa è morto

Stringendo tra le Sue mani il Crocifisso e mormorando l’ultima preghiera

Il Papa è morto

Giovanni XXIII si è spento santamente, dopo quattro giorni di dolorosa ma serena agonia

Papa Giovanni XXIII è morto questa sera alle 19,49. Fulminea, rapidissima, la notizia ferale è andata per il mondo, trasmessa con la velocità del lampo: «Il Papa è morto... Il Papa è morto... Il Papa è morto». Per un attimo, è sembrato quasi che il mondo trattenesse il respiro, immoto prima di scatenare l'ondata irreprimibile della commozione. E molti piangevano quando,  alle 19.53, la Radio Vaticana ha trasmesso: «Con l'animo profondamente commosso diamo il seguente triste annuncio: il Sommo Pontefice Giovanni XXIII è morto. Il Papa della bontà è spirato religiosamente e serenamente dopo aver ricevuto i Sacramenti di Santa Romana Chiesa nel suo appartamento del palazzo apostolico vaticano, alle 19.49 di oggi 3 giugno, assistito premurosamente dai collaboratori più intimi e dai medici curanti. Il morbo inesorabile, che si era aggravato negli ultimi mesi e che tuttavia non avevo impedito al vicario di Cristo di espletare con indomita volontà e pastorale zelo gli ardui compiti del suo alto ufficio ha stroncato la sua forte fibra». L'annuncio, pronunciato con voce commossa dallo «speaker», è stato diffuso subito dopo in altre trenta lingue: e il mondo così lo ha appreso. 

Il padre delle genti di Fiorino Soldi
È morto Papa Giovanni XXIII ed il cuore avverte una commozione profonda che è poi l'angoscia degli umili, il dolore dei fedeli, la tristezza di quanti, in ogni parte del mondo, di ogni fede, di ogni lingua, in questi giorni hanno pregato nell'alternarsi di speranze purtroppo senza luce. Eppure questa morte è essa stessa la più grande luce che rischiara la notte del nostro tempo. Quando mai l'agonia di un Papa è diventata, in un modo tanto umano e commovente, un po' come l'agonia del mondo?

Tutti gli uomini ben a ragione si sentono oggi uniti intorno al Papa morto che è più vivo di ieri: un Papa che adesso, nella maestà dell'estremo distacco, appare veramente come il «Padre di tutte le genti». Il suo sacrificio, la consapevole ultima sua dedizione perchè tutti noi fossimo un'anima sola («ut unum sint», come per Cristo avviato al Calvario), la sua testimonianza sublime di una morte accettata come estremo strumento di «vita», e qualcosa che mirabilmente incorona un Pontificato non a caso paragonato con i secoli eroici della Chiesa.

Altri, dopo di noi, lo diranno meglio. Altri, più di noi, lo scriveranno con maggior concretezza. Ma già pur noi possiamo dire d'essere stati testimoni di una vicenda che era già storia quando ancora sembrava cronaca: Papa Giovanni XXIII ebbe il merito grande di aver saputo interpretare il «segno dei tempi» nella forma più impegnativa e più costruttiva, nel modo più generoso e più umano.

Per trovar raffronti con simile Papa bisogna risalire al periodo apostolico quando il Vescovo di Roma era ad un tempo presidio di civiche libertà e centro di fede eroica; bisogna riandare ai tempi di Leone e di Gregorio quando il Vicario di Cristo seppe fermare le barbarie e dominare le selvagge pretese della forza brutale; bisogna ricordare i tempi dei grandi Concilii quando la Chiesa seppe resistere alle offensive del cesarismo allargando l'inesausta lotta per l'unità del mondo cristiano.

Sembra quasi un paradosso: nel secolo dominato dalle più spaventose guerre mondiali Papa Giovanni predicò la pace ad oltranza: nell'epoca del progresso tecnico spaziante nei cieli il Papa ravvivò l’umile sentimento dell'umana pietà tra gli uomini in terra; nel tempo del materialismo inalberato a metodo di vita e di governo, il Papa ricordò gli invalicabili confini dell'umana dignità e della genuina libertà che «ci fa figli di Dio».

Seppe plasmare il volto di questo secolo sotto l'incubo atomico; ebbe il coraggio di ammonire e di resistere, nella trincea millenaria di quel Vaticano dove i destini delle genti trovano racchiusi i sigilli del futuro. Giovanni XXIII visse tutto per gli altri, cattolici e protestanti, musulmani e buddisti: persino gli atei, i comunisti, i pagani delle tribù africane ebbero da questo Papa un accento commosso di preghiera per la pace, la bontà, la serena dolcezza propria di chi sa vivere senza odio, senza ingiustizia, senza cattiveria.

Un esempio di vita. Senza di esso la mirabile enciclica «Mater et Magistra» non sarebbe tanto grande e la sublime «Pacem in Terris» non sarebbe così meravigliosa. Papa Giovanni ha saputo dare, in un mondo così pieno di cupidigie, di scandali e di corruzioni, l'esempio di una santità che ha riscattato il genere umano come per novella Redenzione.

Per questo Papa il Concilio ecumenico Vaticano II avrà nella storia un significato che farà meno indegnamente ricordare questo secolo e gli orrori delle guerre e le abominazioni razziali e le distruzioni bolsceviche: è il suo immortale testamento; questo Concilio che un altro Papa chiuderà quasi a simboleggiare la continuazione delle speranze umane, resterò senza dubbio come l'estrema testimonianza di una fede che sola può assicurarci un avvenire di pace e di progresso.

Un esempio di vita: le umili virtù domestiche, la costante opera di persuasione nei vincoli di una fraterna tolleranza, la generosa bontà che comprende e che perdona, la fiducia nell'opera dell'uomo, la carità che non chiede nome o partito, la preghiera silenziosa che avvicina l'anima a verità senza tramonto, la grande persuasione che facendo del bene agli altri ne trae vantaggio la causa di tutti gli uomini...

Giovanni XXIII fu un esempio sublime: in vita ed in morte Egli tu un maestro indimenticabile. Ha nobilitato l'animo umano, lo ha ravvivato con il calore della verità e della carità. Possiamo dirci testimoni fortunati di un grande evento storico che la morte di un Papa non chiude: oltre la bara di Papa Giovanni c'è una luce che si proietta sul futuro. Ed è come in quel Venerdì Santo sul Calvario quando, morto Cristo, sull'orizzonte dei colli della Giudea già si preannunciava l'alba della Resurrezione. 

03 Giugno 2020