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Domenica 15 Dicembre 2019

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13 novembre 1963

M. G. Vida compose l'inno di S. Omobono

"Beate pauperum Pater"... una solenne invocazione che dal 1535 echeggia nella Cattedrale

M. G. Vida compose l'inno di S. Omobono

La solennità patronale del nostro sommo concittadino Omobono, chiama oggi all'urna che ne conserva gli umani resti, il popolo cremonese. La Cattedrale si è vestita a festa, gli uffici, le scuole, i negozi sono chiusi: e chi si interessa delle tradizioni civiche, sente che questa di oggi, è una giornata di gaudio per la comunità cremonese. E in omaggio ad un antico ordinamento comunale dell'anno 1388, il Comune, dopo la ripresa del 1949, offre i due ceri alla tomba del Santo. («Corpus Statutorum: Statuta et ordinamenta Communis Cremonae» 1388 atto 124).

È una letizia per i concittadini: ed anche i più indifferenti in fatto di storia cremonese, si compiacciono del culto che viene prestato a chi è ritenuto ovunque  il patrono dei sarti e dei mercanti. Per le navate della nostra gloriosa Cattedrale si spandono oggi le melodiose note dell'inno liturgico: «Beate pauperum pater...» che il genio di Marco Gerolamo Vida compose verso il 1535, perché servisse alla ufficiatura odierna.

Chi era Marco Gerolamo Vida?
Fra i vescovi intervenuti  al primo Concilio provinciale di Milano, a far conora al giovane arcivescovo e metropolita Carlo Borromeo, attirava l'attenzione e la simpatia e la rispettosa venerazione un bel vecchio dall'alta statura, dall'ampia e fluente barba, dal volto spirante intelligenza e bontà. Lo precedeva la fama di una vita pastorale eletta e di grande letterato e di sommo poeta. Quello era Marco Gerolamo Vida cittadino cremonese e vescovo di Alba. Nato a Cremona (secondo il giudizio dei più) nel 1490, morì nella sua sede vescovile il 27 settembre 1566. Venne sepolto nella sua chiesa cattedrale, malgrado avesse talvolta espresso il desiderio di venire sepolto nella sua patria d'origine. Il suo maestro era stato un cremonese, Niccolò Lucari: che gli insegnò la grammatica: cioè, come diremmo oggi, fu alunno della scuola media. 

Il poema del Vida passa in rassegna tutta la vita di Omobono brevemente e per accenni, in forma di discorso diretto come se chi lo re cita senta di avere presente colui al quale si rivolge. Ed ecco l'inizio, che è simile al preludio di una grande opera musicale: «Beate pauperum pater, decus Cremonae, Homobone»... È una solenne invocazione, un appello, uno squillo come a ridestarlo perchè si compiaccia di ascoltare!... Un santo non è un sovrano, un capo, un dittatore, un banchiere, un politico: è un patrono che dai cieli eterni è pregato di volgere il suo sguardo alla terra che fu sua. Ed infatti l'appello ha la sua spiegazione: «Iuva tuos cives... vacantes tuis laudius». Aiuta i tuoi cittadini che sono impegnati oggi, nel lodarti. La lode si precisa nella parola «decus» cioè «decoro». Anche chi nel volgersi dei tempi, bene merito del plauso civico, questo suo benefizio è ormai svanito. Solo Omobono è ricordato per la sua qualità di padre dei poveri. Anche oggi, lo è e dopo il culto di Dio, e quello dovuto alla Assunta, i cremonesi non hanno altri, cui prestare in questo giorno il loro omaggio.

 «I nostri Padri, prosegue l'Inno, sentirono gli effetti della Tua presenza: e Tu, vinto dalla preghiera, di noi supplichevoli, sii presente ai nostri pericoli». Quanto sia stata vera questa fiducia, lo si vide durante l'ultima guerra, quando nella Cripta della Cattedrale si radunavano in folla i cittadini sgomenti dal duro perdurare di micidiali pericoli di morte. Nell'autunno del 1949 quando la piena del Po minacciava gravemente la città tutto il popolo portò la Urna benedetta fino sul ponte e venne invocato il Santo a gran voce!
E Cremona fu salva!..... «Non lasciare che i tuoi cittadini, abbiano a subire le crude pene dovute per i loro errori»!

Questo documento di storia cremonese porta il lettore alla metà del secolo XI: che in città udì gli elogi universali alla memoria di quel negoziante che non imbrogliò mai alcuno. Alcune strofe, ricordano il grande e caratteristico esercizio della carità avuto da S. Omobono e simbolo ne è la famosa borsetta che i cremonesi oppongono come valido espediente per liberarsi dalle importune richieste di danaro che loro vengano fatte. Si dice infatti, che dopo avere provveduto al suo sostentamento, Omobono donasse quanto gli sopravanzava.

Quello che viene detto nella dodicesima strofa, riguarda un avvenimento prodigioso che venne sempre riportato in tutte le biografie del nostro personaggio, fino dai suoi tempi. Cioè il miracoloso, prodigioso e spontaneo aprirsi dei cancelli della chiesa di S. Egidio, di notte, quando Omobono se ne veniva quatto quatto davanti il tempio per adorare il santissimo Sacramento. Uno dei grandi quadri che il pittore Cremonese prof. Rocco Scotti aveva dipinto per le feste centenarie del patrono nel 1199, e che furono furono esposte per una lunga serie di anni in Cattedrale per la festa patronale, rappresentava questo fatto miracoloso. Si vedeva l'alta figura del Santo che con le braccia aperte, contemplava i cancelli spalancati della chiesa, che sembravano voler dire: «avanti, avanti, il Signore vi attende! … ». Davanti a ciò che supera ed oltrepassa le forze naturali ed i consueti episodi del vivere comune, restiamo senza parola e si è tentati di negare tutto e rifiutare di credere possibile ciò che in via ordinaria non lo è.

Il poeta, in una bella quartina che offriamo ai competenti di latino, narra come avvenisse il prodigio: «Per se tibi Templi fores ultro patebant vi sua: dum notte concinentium Choros adires flaminum...»

E cioè: a le porte della chiesa ti si aprivano spontaneamente: quando tu di notte, vi entravi durante il canto dei flamini (cioè dei monaci di S. Egidio)». La osservazione di una strofa è che: « in più larga misura Iddio ricambiava la larghezza di Omobono verso i bisognosi». È tradizione costante fino dai primi decenni dalla sua morte, che nella sua madia, al posto del pane donato ai poveri, nuovi pani appena usciti dal forno, profumassero della loro fragranza la casa: mentre la moglie, assai avara, rimanesse di stucco per il generoso ricambio operato dalla Provvidenza a premio del suo grande marito. La carità non ha mai impoverito nessuno.

L’inno va verso l'epilogo. Da quanto si è detto, si ve de che la vita del santo cremonese, (oggi venerato e ricordato in molte città italiane ed estere), sarà stata attentamente seguita dai suoi contemporanei e concittadini ed in primissimo luogo dal celeberrimo nostro Vescovo: il grande Sicardo: scienziato, teologo, naturalista, liturgista, storico. Omobono sarà stato beneviso dai guelfi, che avevano in lui un amico: dai ghibellini che pur non condividendo il suo modo di pensare davanti alla sua saggezza non osavano offenderlo anche perché non era nè un fanatico nè un maniaco. La mattina del 13 novembre 1197 come una folgore, si sparse la triste notizia della morte del grande cittadino. Addoloratissimo Sicardo avrà mandato a vedere il suo segretario che cosa fosse successo: «Va a vedere: controlla i fatti: parla con la stessa sua moglie: prendi nota di tutto. Io andrò più tardi e poi celebrerò le esequie. E se succede qualche cosa di grande, sia bene attento». Torna il segretario stralunato e commosso. «Caeci vident... Claudi eunt… muti loquuntur; audiunt surdi... levantur languidi..». E cioè: «Monsignore: i ciechi vedono: gli zoppi camminano... i muti parlano... i sordi odono: gli ammalati si alzano...». Il prelato rimane di stucco «Lo dicevo io, che quello era un uomo di Dio: mi manca un grande aiuto per le iniziative che egli pure condivideva e approvava….Riposi in pace».

Il Vida conclude il suo Inno: «Funus venitur ad tuum...». « Si viene al tuo funerale». E deve essere stato un vero trionfo. Ecco il decoro di Cremona.

I tempi sono nuvolosi: scarso è il sereno della vita sociale e politica. Eppure abbiamo bisogno di concordia e di pace. Lo diceva anche il Vida: ....«Alma pax...» O alma pace!
Il culto che noi porgiamo al nostro Santo, è un servizio di pacificazione: nella pace c'è tutto da guadagnare: per la prosperità della famiglia, della società, dei rapporti sociali, del presente e dell'avvenire.
Il decoro; latino, è quello che indica la «tutela» del popolare nostro Inno.

12 Novembre 2019