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Venerdì 15 Novembre 2019

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Nell'inferno di Charleroi

Duro agli italiani il carbone belga

CHARLEROI, novembre. Il treno entra in Charleroi. Un paesaggio atroce s'alza ai due lati della ferrata. Montagne artificiali, in forma di coni, dal color della cenere, limitano l'orizzonte. Sul fianco di ciascuna di esse s'appoggia una scala stretta e gigantesca, che giunge fino alla cima e la sormonta. Fabbriche di color giallo e grigio, ciminiere d'ogni grandezza, vastissime officine collegate da passaggi aerei, torri su cui salgono strade a spirale, gru, depositi, magazzini, e ferro, ferro, ferro, carbone, carbone, carbone.

Charleroi è sede di numerosi altiforni e d'una grande industria siderurgica. È nel tempo stesso il centro d'uno dei più ricchi giacimenti di carbone nel Belgio.

Gli uomini sembrano nati da questo paesaggio fosco. Li incontri, a frotte, per le vie, seri, consci della durezza del lavoro, dell’importanza della battaglia che danno ogni giorno alla materia ostile. Discorrono, celiano, ma non hanno la chiassosità vana che distingue gli uomini del Sud quando hanno finito il lavoro.

Molti sono italiani. Li riconosci dall'andatura un po' dinoccolata e molle, nel loro andare quasi sognante c'è il ricordo delle soste sotto il pergolato, in Toscana, nel loro camminare c'è il molleggiare delle gambe avvezze al gioco delle bocce; e pur qui nel Nord, sotto il cielo fuligginoso che copre le miniere di carbone, sembra che vadano, pian piano, dall'osteria alla chiesa, dalla bottega alla casa dell'innamorata.

Spesso è italiano o baltico il marteau-piqueur, l'uomo perforatore. Il suo lavoro è duro e glorioso. In cunicoli a volte inondati d'acqua, che le pompe continuamente asportano, ma che continuamente trasuda dalle gallerie, a profondità di 800, di 1000, di 1200 metri, quando piegati a squadra per ore e ore perchè la galleria è bassissima, quando per ore e ore supini, con la perforatrice in mano, in un budello, questi operai attaccano direttamente la vena del carbone; sono gli eroi della miniera. Le loro paghe variano, a seconda del rendimento, da 220 franchi belgi (2860 lire) a 350 franchi belgi (4550 lire al giorno, e c'è chi arriva, per eccezionale ardore e costanza al lavoro, a far giornate di 400 franchi belgi, cioè 5.200 lire. Il franco belga vale 13 lire.

Girano a frotte, gli italiani, per la vasta e disseminata Charleroi, la città dei novantasette pozzi minerari, la città edificata sul carbone. I pozzi sono un po' dappertutto. Si distinguono appena dalle officine. L'accesso alla miniera non avviene, come il profano si immagina, attraverso una galleria o un buco nella terra, ma attraverso un portone, delle scale e dei corridoi. Sembra di entrare in un ministero, anziché in un pozzo di carbone. 

Gli androni della guardaroba e delle docce sono l'anticamera della miniera. Per corridoi di legno si passa in una grande stanza dove s'apre la bocca della miniera. Ecco, sotto un tetto appena aperto in alto, la fossa ove si inabissa la gabbia ascensore. Non si vede altro. È una specie di montacarichi. Ero in una delle miniere della società Monceau Fontaine, una domenica pomeriggio, e mentre parlavo con un ingegnere vedevo salire, nella penombra dell'androne che potrebbe servire come magazzino di viveri, la grande gabbia che veniva dal fondo. Saliva lenta. Non c'era neppure un uomo nella gabbia che saliva adagio, quasi silenziosa, piena di carrelli di carbone. Quel silenzio, quella lentezza parlavano. All'altra estremità della fossa, a mille metri di profondità, si stendeva il labirinto di gallerie e di camminamenti, in ciascuno dei quali il marteau-piqueur, appostato o rannicchiato all'estremità d'un budello nero e fangoso, strappava il carbone alla terra. Altri uomini, dietro lui, caricavano, trasportavano, misuravano il carbone, aiutavano a costruire a passo a passo le travature intese a puntellare le pareti delle gallerie che lentamente s'aprivano, facevano funzionare le pompe, la ventilazione, collocavano i binari.

Su, alla superficie, sotto quella tettoia da magazzino di grano, la fatica umana si percepiva attraverso la muta testimonianza dei carrelli che salivano soli. I carrelli riboccavano di carbone. Era un minerale melmoso, lucido, ma era anche all'apparenza del bel carbone, del vero carbone, la carne nera della terra che l'uomo assente, invisibile, dal fondo del pozzo ci mandava, frutto del suo sudore, come avrebbe mandato del pane per i nostri bambini, un regalo commovente e dolce. Era una domenica pomeriggio, il cantiere sembrava in riposo, gli operai dei servizi accessori erano a casa, la miniera sembrava deserta.

Verso l'imbrunire, le strade di Charleroi sono piene di operai che vanno in cerca di svago. Centinaia di caffè, piccoli e modesti, occhieggiano con le loro luci livide. Molti di essi offrono distrazioni che la morale condanna e che le necessità di raccoglimento e di contenutezza della vita del minatore sconsigliano. Alcuni dei nostri operai vi spendono male il denaro così nobilmente guadagnato: quel denaro che, anche moralmente, era oro.

È sera. Giro per Charleroi, incrociando frotte di operai, verso la stazione. D'improvviso, nello attraversare i giardini che precedono questa, vedo nel cielo una sinistra macchia rossa, un alone grandioso di fuoco e di fiamme. Gli altiforni, i laminatoi, le fabbriche  dove si trasformano e si distillano i prodotti secondari dell'estrazione del carbone, innalzano fino al cielo, tingendolo di rosso, l'alone che circonda i loro fuochi giganteschi. Tra le montagne di detriti, i canali, le ferrovie, le gru, le  torri, i pozzi minerari, le officine, le fornaci, tutto questo inferno di ferro che produce ferro e di terra nera da cui esce il carbone nero, l'immensa chiazza sanguigna che aleggia e trema come qualche cosa di umano nel cielo sembra un segno di eroismo e di redenzione.

02 Novembre 2019