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Domenica 20 Ottobre 2019

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27 agosto 1952

È morto l'Arcivescovo Monsignor Cazzani, 101° Vescovo di Cremona

Come riuscì ad evitare il minacciato bombardamento della città

È morto l'Arcivescovo Monsignor Cazzani, 101° Vescovo di Cremona

«L'Arcivescovo mons. Giovanni Cazzanì, è morto da santo», si dirà nei tempi, pesando una espressione non nuova ma quant'altro mai veritiera ed efficace. Egli è morto ieri mattina alle 8,25. Fra due giorni, sarebbe ricorso il 48" anniversario della sua consacrazione episcopale. 

Per rievocare la figura di Mons. Cazzani ed inquadrarla nella vita della città ch'egli — centunesimo vescovo cremonese — governò spiritualmente per trentasette anni bisogna ricordare i giorni più drammatici che visse Cremona, quando i tedeschi in fuga, minacciavano terrore e morte.

Verso Mons. Cazzani, il fascismo non fu tenero. Questa avversione aveva contribuito a far accentrare attorno al Pastore anche le simpatie di coloro che per temperamento o per convinzione, si sentivano lontani dalla Chiesa. Quando poi le cose stavano per precipitare, e per le strade, il 25 aprile 1945, risuonavano le prime fucilate, e tutte le autorità costituite cedevano e fuggivano, parve chiaro che l'unico che potesse intervenire sia per la autorità personale, che per quella derivantegli dalla sua missione, fosse l'Arcivescovo. Ed ecco, il 25 aprile 1945, il «capo della provincia» presentarsi all'Arcivescovo per rimettergli pacificamente i poteri della città.

Mons. Cazzani crede che consiglio migliore sia quello di far capo al C.L.N. con il quale, per mezzo dell'avvocato Ernesto Zelioli, si mette a contatto. Componenti del C.L.N. e «capo della provincia» si incontrano in palazzo vescovile, e con la guida di Mons. Cazzani, le trattative si svolgono rapidamente, e i poteri passano dal vecchio regime al nuovo.

Quello che preoccupa l'Arcivescovo è l'apparato militare che c'è ancora intorno. Non è possibile che, con tante armi pronte e tante menti esaltate, possa verificarsi qualche scontro particolarmente doloroso? Ed ecco, dietro invito di Mons. Cazzani, il «federale» comandante della G.N.R. che aveva i suoi uomini asserragliati e armatissimi e «pronti a tutto» nella caserma Muti, presentarsi all'Arcivescovo, ascoltare le sue esortazioni, accedere al suo invito, di una resa senza spargimento di sangue. L'Arcivescovo assiste e favorisce i negoziati, e gli accordi fra il «federale» e i rappresentanti dei C.L.N. La guardia nazionale repubblicana si arrende.

E siamo al 26 aprile, la prima delle due giornate cruciali di Cremona. Il palazzo vescovile, costituisce  la meta di tutti, il cuore pulsante di Cremona. Si presentano le nuove autorità che portano chiarimenti e chiedono consigli, si presenta la vecchietta che desidera una parola buona e rassicurante; si presentano uomini per cercare fra quelle mura, una sicurezza. Anche alcuni tedeschi fan capo al palazzo vescovile e vi depongono le armi e si arrendono. 

E si arriva così alla notte più terribile: quella sul 27 aprile. Sulla sponda piacentina del Po, cento bocche da fuoco germaniche sono puntate contro la città. Nel corso della notte, tragico annuncio ammonitore, tre granate erano cadute su Cremona. Giunge l'ultimatum: se per le 13 non si fosse lasciato libero passaggio ai resti di una divisione tedesca, la città sarebbe stata distrutta.

Al mattino alle 11, l'Arcivescovo invia un proprio biglietto al comandante locale tedesco, col. Jeger, e lo invita a colloquio. Il colonnello si presenta, tratta con il Presule alla presenza dei componenti il C.L.N. le condizioni del passaggio, accoglie l'invito dall'Arcivescovo di recarsi a parlamentare col comandante della divisione schierata sulla sponda opposta del fiume, accettando la mallevadoria di monsignor Cazzani, dato che ai Patrioti, quali truppe irregolari, non si riconoscevano qualifiche per trattative dirette; e il minacciato bombardamento della città è evitato. Più tardi, il colonnello Jeger tornerà in episcopio per deporre le armi e arrendersi. L'Arcivescovo, non dimentico di quanto quell'ufficiale aveva fatto per Cremona, non soltanto gli lascierà le armi e lo tratterà come un amico, ma farà schiudere per l'ospite di onore l'appartamento dei Vescovi.

Pomeriggio del 27 aprile. Mons. Cazzani, compiute le sue inusitate fatiche di negoziatore di pace, riprende quelle consuete del suo ministero. E si reca all'obitorio per recitare sui morti le preghiere del suffragio. Tutta Cremona sa quel che ha fatto per la sua salvezza; e tutta Cremona si schiera sulle strade che il Vescovo percorre e lo acclama e lo ringrazia e lo circonda e lo soffoca quasi sotto l'ondata del suo riconoscente entusiasmo. Dalle finestre, è un chiamare festoso, un getto di fiori, uno scambio di benedizioni. È già vicino all'obitorio quando, d'un tratto, da via Stenico, provengono raffiche di fuoco. Alcuni patrioti lo circondano per proteggerlo con le loro persone. E mentre l'ultima scaramuccia si sta svolgendo, egli, sereno, passa e benedice. «La vita è il paragone delle parole» scrisse Manzoni; e le parole... sono sempre belle quando sono precedute e seguite da una vita di disinteresse e di sacrificio».

24 Agosto 2019