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IL PUNTO DEL DIRETTORE

La guerra è già qui, ma non è l'ora della resa

A questo punto, da una sola tentazione dobbiamo rifuggire: scambiare la libertà altrui con il nostro benessere. Se gli ucraini si arrendessero, dandola vinta all’invasore, non tornerebbe tutto come prima. Anzi

Marco Bencivenga

Email:

mbencivenga@laprovinciacr.it

13 Marzo 2022 - 05:30

La guerra è già qui, ma non è l'ora della resa

Quanto è lontana la guerra da noi? Poco, molto poco. A ben pensarci, quasi niente. In ufficio, al bar, sui social o in famiglia, da due settimane non si parla d’altro: l’invasione russa in Ucraina è diventata il tema di ogni discorso e ogni discussione.

All’improvviso i carri armati di Putin hanno soppiantato la pandemia e ogni dibattito sulla pericolosità del virus, l’utilità del vaccino, la legittimità del green pass. “Finalmente!” si potrebbe commentare. Non fosse che, anziché festeggiare la fine della sciagurata Era Covid, siamo passati direttamente da un’emergenza a un’altra, dal coprifuoco sanitario al coprifuoco in Ucraina, con la “minima” differenza che qui, con la scusa del cane, un giretto sotto casa potevamo farlo anche durante il lockdown; a Kiev, Kharkiv e Mariupol, invece, dopo il suono delle sirene devono rifugiarsi in cantina, nella metropolitana o in un bunker, e chi infrange il divieto non rischia una multa, ma la fucilazione sul campo. O di essere colpito da una bomba.

Se pensavamo che non ci fosse nulla di peggio della pandemia, la guerra nel cuore d’Europa ci ricorda che al peggio non c’è mai fine. Come ammoniva il vecchio saggio, quando pensi di aver toccato il fondo, ti stai solo illudendo: puoi ancora iniziare a scavare…

Peggio della guerra a un virus - per quanto subdolo sia - c’è la guerra-guerra, ci sono i missili lanciati contro case e ospedali, i cannoni puntati su obiettivi civili, i ragazzi mandati a morire al fronte, le famiglie divise, milioni di persone costrette a lasciare tutto (casa, lavoro, amici, parenti), salire su un pullman e sperare di trovare rifugio in una terra straniera, chissà come e chissà dove. Oggi tocca agli ucraini, domani potrebbe toccare ad altri: lituani, lettoni, moldavi, polacchi... 

Per quanto il nuovo Zar confidi nella censura e nelle fake news per fare disinformazione e propaganda, basta uno smartphone in mano a un ragazzino per diffondere la verità in tutto il mondo

L’atrocità della guerra, si sa, risale alla notte dei tempi. Rispetto al passato, oggi c’è una grossa differenza: oggi possiamo vederne l’orrore con i nostri occhi; la tv, internet e i canali social lo portano nelle nostre case, sugli schermi dei nostri telefonini, ce lo mostrano in diretta e senza filtri.

Per quanto il nuovo Zar confidi nella censura e nelle fake news per fare disinformazione e propaganda, basta uno smartphone in mano a un ragazzino per diffondere la verità in tutto il mondo. E la forza delle immagini è potentissima, tanto forte da aver ricompattato un’Europa divisa, una Nato che qualcuno giudicava in declino - ormai superata, non più necessaria - e un’opinione pubblica mondiale spesso in tutt’altro impegnata o da tutt’altro distratta.

Grazie al web e ai tanto vituperati social network oggi possiamo vedere la guerra come spettatori di prima fila. Ma non è solo una questione di percezione: purtroppo, le conseguenze dell’aggressione russa all’Ucraina sono gravi e tangibili anche qui, da noi. E a breve si faranno sentire, sempre più forti, in ogni parte del mondo.

“Putin non vuole la pace, prepariamoci a un’economia di guerra”, ha ammonito venerdì Mario Draghi al termine del G7 di Versailles. “Ci sono aziende in settori come l’acciaio, la ceramica e la carta che hanno già dovuto sospendere la produzione" per la mancanza di materie prime e per l’insostenibile impennata dei prezzi dell’energia, ha subito aggiunto il presidente del Consiglio.

Ma il problema non si limita all’industria pesante, alle piastrelle o a libri e giornali che dovremo forse rassegnarci a leggere soltanto in formato digitale. Tante altre filiere hanno la febbre a quaranta: il prezzo dei carburanti è schizzato alle stelle, con problemi di approvvigionamento soprattutto per il gasolio, già più caro della benzina; farina e cereali sono quasi introvabili, tanto da mettere in ginocchio fornai e allevatori; semiconduttori, gas, ferro, legno, gomma e plastica costano più dell’oro, anche perché - non bastasse la guerra - non mancano gli speculatori. È una spirale perversa, che fa volare i prezzi e spinge i consumatori ad adottare ogni forma possibile di risparmio: si rinuncia alle spese voluttuarie, si rinviano gli acquisti non indispensabili, si congelano gli investimenti, si spengono addirittura le vetrine dei negozi e gli impianti di riscaldamento delle case, a costo di andare a letto con maglione o piumino.

Ecco la verità: la guerra non è lontana, è già da noi. Anche se carri armati e bombardieri restano a duemila chilometri, l’onda lunga delle esplosioni arriva fin qui, come lo tsunami che tutto sommerge dopo un maremoto. A questo punto, da una sola tentazione dobbiamo rifuggire, avverte un commentatore illuminato come Antonio Polito: scambiare la libertà altrui con il nostro benessere. Illuderci che se gli ucraini si arrendessero, dandola vinta all’invasore - come qualcuno invoca - tutto tornerebbe come prima. Non funziona così, spiega Polito: anzi, “è proprio per averla avuta vinta in Georgia, in Crimea, nel Donbass e in Siria che Putin si è deciso a fare di nuovo la guerra, e su più larga scala. La resa è la droga dei tiranni: più ne avranno e più ne vorranno”.

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