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Sabato 28 Marzo 2020

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Il suono delle sirene. Il silenzio della città

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L’ululato delle ambulanze squarcia a cadenza sempre più ravvicinata l’irreale silenzio della città deserta. Ai più anziani ricorda il suono delle sirene che annunciavano i bombardamenti degli aerei nemici durante la Seconda Guerra Mondiale. I più giovani, invece, ne scoprono il peso e il significato per la prima volta: certo, anche in passato avevano sentito ogni tanto quel suono così fastidioso e penetrante, ma un conto era avvertirlo come un rumore di fondo, come il segnale di un’emergenza improvvisa e istantanea - il tempo di vedere sfrecciare un’ambulanza con i lampeggianti accesi dopo aver soccorso la vittima di un malore o di un incidente stradale - tutt’altra cosa ora che è diventato la colonna sonora di giorni sempre più angosciosi e angoscianti. Dovremo abituarci. Perché dopo un mese di dubbi e di paure una sola certezza abbiamo in questa emergenza che sta producendo più vittime di un uragano o di un terremoto: non sarà breve. Anzi, sarà lunghissima, durerà tanto, i più pessimisti si spingono a dire che non finirà prima dell’estate (e siamo solo a marzo!) con il pericolo di un’ondata di ritorno se qualcuno si illuderà che, dopo aver raggiunto il picco dei contagi, inizierà la discesa verso il lieto fine. «Esiste il rischio concreto che l’epidemia possa ripresentarsi anche dopo che avremo superato la fase più acuta», ha ammonito il commissario straordinario all’emergenza Coronavirus, Angelo Borrelli. Per questo, «un eventuale rallentamento delle misure di contenimento del contagio andrebbe fatto con estrema cautela, sicuramente non nell’arco dei prossimi mesi», ha calcato la mano l’epidemiologo Pier Luigi Lopalco, professore di Igiene all’Università di Pisa.

Stavolta (si spera) nessuno avrà da eccepire, stavolta nessuno potrà parlare di «eccessivo allarmismo», sostenere che «l’emergenza non esiste» (vero, senatore Vittorio Sgarbi?) o dire che si tratta solo di «una banale influenza» come troppi pseudo esperti hanno sostenuto fino a poche settimane - e quattromila morti - fa. Prepariamoci: per quest’anno quasi certamente le scuole non riapriranno, tantomeno ripartiranno i campionati di calcio, di basket, di pallavolo o di qualsiasi altra disciplina sportiva. E sarà difficilissimo riprendere anche il normale ritmo del lavoro. Il rammarico, semmai, è che le lezioni siano state interrotte troppo tardi, che le manifestazioni sportive con migliaia di spettatori assembrati in un palazzetto o in uno stadio non siano state interrotte prima, che ogni altra attività «affollata» non sia stata fermata non appena si era avuta la certezza che il virus partito da Wuhan era arrivato anche da noi, anziché aspettare il moltiplicarsi dei lutti per varare le giuste misure anti-contagio. Solo a pochi chilometri da qui, nelle province di Bergamo e di Brescia che ora piangono centinaia di vittime al giorno, la vita continuava regolarmente quando già il focolaio di Codogno era stato dichiarato «zona rossa» e a Cremona si contavano le prime vittime. Incredibile. E lo stesso rischia ora di accadere a Milano, la capitale del Nord, l’area metropolitana che con Monza e Brianza conta 5 milioni di abitanti, è letteralmente accerchiata dal virus, ma per quasi un mese ha vissuto nell’illusione di potere essere immune, nell’arrogante convinzione di non potersi o doversi fermare, perché impegnata in cose molto più importanti. No, se una cosa ci sta insegnando - o semplicemente ricordando - questa maledetta emergenza Coronavirus è che niente è più importante della nostra vita e della nostra salute. «Quando tutto questo sarà finito, quando il Covid-19 sarà debellato e tutte le famiglie avranno elaborato i propri lutti, dovremo fermarci a riflettere, dovremo ripensare ai nostri stili e modelli di vita, alle priorità, a ciò che conta davvero», ha suggerito il vescovo di Cremona, Antonio Napolioni, intervistato da La Provincia dopo aver trascorso dieci giorni in ospedale per polmonite bilaterale da Coronavirus e dopo aver ricevuto una telefonata di incoraggiamento da Papa Francesco. Sì, sarà proprio il caso di imparare tutti qualcosa da questa immane tragedia. Anche se non c’è bisogno di essere fuori dal tunnel per iniziare a porsi qualche domanda e a cercare le giuste risposte. In fondo, la quarantena obbligata ci regala da subito tanto tempo «libero», tempo per pensare o per stare in famiglia, tempo che non pensavamo neppure di poter avere o ritrovare, presi come eravamo dalla frenesia di mille impegni che oggi ci mancano o che ricordiamo con nostalgia, ma anche con una nuova consapevolezza: non erano - non sono - quelle le cose che contano davvero! Semmai, optional di lusso. Piccoli e grandi privilegi. Fortune che davamo per scontate o non apprezzavamo abbastanza. Fin d’ora possiamo anche rivedere il nostro giudizio sui giovani «senza voglia di impegnarsi e senza valori», i famosi «bamboccioni», cliché smentito dallo straordinario contributo dei tanti ragazzi che si stanno impegnando in prima linea negli ospedali, al fianco e a supporto dei medici più anziani; dallo slancio degli universitari di Medicina o Infermieristica pronti a gettarsi nella mischia grazie alla laurea «anticipata», come i ventenni mandati al fronte ai tempi della guerra. Ancora, come i tanti giovanissimi cremonesi che hanno risposto all’appello degli americani arrivati in città per allestire l’ospedale da campo nel parcheggio del Maggiore. «Cerchiamo interpreti con una buona conoscenza dell’inglese», ha annunciato il team leader dei Samaritan’s Purse, Eric Timmens. E subito sono arrivate decine di disponibilità da parte dei nostri figli che sono cresciuti guardando film in lingua originale su YouTube o Netflix, chattano in inglese, francese o spagnolo con amici di tutto il mondo e non riescono a immaginare un percorso di studi che non preveda almeno sei mesi di esperienza all’estero grazie ai programmi di Erasmus. Ragazzi pronti a mettersi in gioco nel momento del bisogno, tanto da spingere i samaritani a ritirare l’appello dopo poche ore perché sommersi da una quantità incredibile di candidature. Bravi, ragazzi! Bravissimi! L’importante è che vi rendiate conto di andare in prima linea, esposti al pericolo di contagio, come tutti i medici e gli infermieri che da quattro settimane lavorano a stretto contatto con i malati e i positivi. L’importante, ancor di più, è che le autorità sanitarie vi forniscano tutte le protezioni necessarie - mascherine, tute, guanti... - come non sempre hanno saputo fare in questo mese d’inferno con gli operatori sanitari, i volontari del soccorso pubblico e il personale delle case di riposo. Dagli ospedali lombardi si leva il grido d’allarme di troppi medici rimasti senza più camici né sistemi di salvaguardia. Eppure. «Siamo in guerra e, per difenderci, dobbiamo indossare i giubbotti antiproiettile», ha detto sabato il prefetto Danilo Gagliardi con un’efficace metafora bellica. In materia, la buona notizia annunciata ieri dall’assessore Giulio Gallera è che da domani in Lombardia inizierà la produzione di 250 mila mascherine al giorno da parte di una serie di aziende che hanno convertito le proprie linee e tecnologie, sotto l’attenta supervisione del Politecnico di Milano. Le attesissime mascherine saranno poi distribuite, partendo dagli ospedali, con tanto di logo della Regione a garantirne l’efficacia e la qualità. Perché questo maledetto virus prima o poi dovrà pur essere fermato. Perché troppe ambulanze stanno ancora correndo verso il Pronto soccorso senza neppure sapere se i malati che trasportano troveranno un posto. Perché ancora troppe sirene hanno squarciato il silenzio della città deserta nel tempo necessario a scrivere questo articolo...

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21 Marzo 2020