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Lunedì 25 Gennaio 2021

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IL PUNTO DEL DIRETTORE

Washington piange ma Roma non ride

Washington piange ma Roma non ride

Il direttore Marco Bencivenga

Parafrasando l’antico adagio (se Atene piange, Sparta non ride), la settimana politica internazionale si potrebbe riassumere così: se Washington piange, Roma non ride. Perché non si sa chi sta peggio fra un Paese alle prese con la più sofferta transizione presidenziale della sua storia (gli Stati Uniti) e un altro (l’Italia) in perenne affanno, sempre sospeso fra una crisi di governo, un rimpasto di facciata e le elezioni anticipate, quel «tana libera tutti» che tanti invocano, altrettanti temono, ma quasi mai si rivela risolutivo. Ed è difficile pensare che possa farlo ora, nel pieno di una pandemia, come quella che stiamo vivendo da quasi un anno. Da giorni nei palazzi romani va in scena una battaglia campale meno cruenta e mediatica rispetto all’assalto dei nuovi barbari a Capitol Hill, ma ugualmente combattuta e pericolosa, senza esclusione di colpi. Protagonisti: il presidente del Consiglio Giuseppe Conte e l’ex premier Matteo Renzi, ora azionista di minoranza del Governo giallorosso. Il senatore fiorentino, è chiaro, sta alzando a dismisura la portata delle sue minacce e pretese. Come spesso succede, Renzi si pone nella maniera più scomoda, se non addirittura sgradevole. Non a caso è soprannominato il Bullo, dopo essere stato a lungo il Rottamatore, e in meno di due anni il suo atteggiamento l’ha trasformato da possibile leader di livello europeo a guida di un partitino del 2 per cento (Italia Viva). Attenzione, però: al di là dei modi fastidiosi, nel merito difficilmente Renzi sbaglia.

Chiedere a Conte di avere una chiara visione del futuro, per decidere come impiegare al meglio i fondi del Recovery Plan (individuando le vere priorità del Paese, anziché elargire bonus, mance e mancette), pretendere che restituisca la delega ai servizi segreti (mai un presidente del Consiglio l’aveva tenuta per sé nella storia della Repubblica), imporgli di accettare il Mes sanitario per rafforzare e ammodernare gli ospedali, invocare scelte più nette dell’Italia in politica estera o proporre di destinare agli insegnanti le prime dosi di vaccino anti-Covid disponibili, così da garantire una ripresa della scuola in sicurezza, non sono pretesti sfruttati per ottenere una poltrona in più, ma proposte-richieste concrete. E pure condivisibili. E Conte, il segretario del Pd Zingaretti e il reggente del M5S Crimi dovrebbero tenerne conto («Provate a ragionarci sopra», direbbe Zaia) anziché gridare al colpo di mano, se non addirittura al golpe renziano, perché non c’è niente di peggio di una classe dirigente che non ascolta e non dialoga con i propri alleati e referenti istituzionali (associazioni di categoria, sindacati, corpi intermedi), prima ancora che con l’opposizione. Altrimenti si rischia di finire come a Washington, con una folla capeggiata da uno sciamano che fa irruzione in Parlamento, devasta le suppellettili, fa razzia di tutto ciò che trova e poi se ne va indisturbata, con un leggio presidenziale o un dossier segreto sottobraccio, lasciando sul campo ben cinque morti. Al di là delle responsabilità per ciò che è successo davanti e dentro il Campidoglio (in primis le colpe del presidente uscente Donald Trump, che ha caricato a pallettoni i suoi sostenitori parlando ripetutamente di brogli, di vittoria scippata e di elezioni rubate, poi quelle della polizia e dei servizi segreti che hanno lasciato fare, quasi strizzando l’occhio ai manifestanti, non a caso il capo della sicurezza si è già dimesso), i fatti di Washington hanno acceso un faro sul sempre più affollato esercito degli inascoltati, dei troppi cittadini senza lavoro, senza soldi, senza ideali, senza prospettive e senza voce che affollano sempre più numerosi le metropoli del mondo, all’ombra dei grattacieli più scintillanti, o sopravvivono nelle periferie più buie, nella «deep America» — l’America profonda, così lontana dai lustrini di Manhattan — ma anche nelle banlieue francesi e qui da noi, nelle aree più degradate del Paese, dove lo Stato non arriva. O dove regna l’anti-Stato malavitoso che, paradossalmente, tutto controlla e anestetizza, non certo per senso civico, ma per poter continuare a fare i propri affari sporchi. A Washington i manifestanti con le corna sulla testa non sono apparsi sulla scena all’improvviso e non scompariranno adesso, nonostante la prevedibile ondata di arresti e denunce che seguirà l’assalto al Campidoglio. Ma il nuovo presidente Usa dovrà tenere conto della loro ingombrante presenza. Anche perché Trump non aveva usurpato la Casa Bianca, ma era stato liberamente scelto come presidente dai cittadini americani. E gran parte di loro si sentiva e si sente ancora rappresentato da quello «zio matto» che tutto il mondo ha sopportato per quattro anni, solo perché non poteva farne a meno. Tocca a Joe Biden, ora che si appresta a diventare «commander in chief», ricucire un Paese diviso e dare risposte alla rabbia montante degli insoddisfatti. La stessa sfida, fatte le debite proporzioni, attende il Governo italiano, chiunque sia a guidarlo. Dopo undici mesi di pandemia e davanti al rischio di una probabile terza ondata Covid, milioni di italiani — imprenditori, artigiani, lavoratori, commercianti, ristoratori, artisti... — aspettano misure concrete, invocano scelte coraggiose, reclamano attenzione. Ignorarli sarebbe imperdonabile, oltre che pericoloso. Ecco perché, se Washington piange, Roma non ride.

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09 Gennaio 2021

Commenti all'articolo

  • renzo

    2021/01/10 - 14:25

    Meno bonus e piu investimenti: non ci vuole un genio a capirlo.... bonus vuol dire l'immediato, gli investimenti vuol dire il futuro.... qui sta la differenza tra l'attuale governo ed un governo serio.

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