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Martedì 22 Settembre 2020

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L'INTERVISTA ESCLUSIVA INTEGRALE

Vanoli, ultimo appello

«Senza aiuti, non ci iscriveremo: al momento le possibilità di continuare sono solo il 20%. E il tempo stringe»

Vanoli, ultimo appello

di Marco Bencivenga

CREMONA (10 giugno 2020) -  È deluso, Aldo Vanoli. Deluso, amareggiato, ferito. Soprattutto, si sente tradito: dopo 11 anni di serie A, dopo 9 anni da presidente, dopo aver vinto una Coppa Italia (era il 17 febbraio 2019, solo sedici mesi fa, ma sembra passato un secolo) e dopo aver raggiunto le semifinali scudetto, il numero 1 della più importante squadra di basket cremonese ha la percezione che all’improvviso tutti gli abbiano voltato le spalle: dal Comune di Cremona «che chiede attenzione per i ragazzi, ma poi si fa pagare le palestre per l’attività del settore giovanile» al pubblico, che non gli ha mai regalato un tutto esaurito al PalaRadi e, dopo la sospensione del campionato per l’emergenza Covid, gli ha chiesto la restituzione della quota di abbonamento non goduta in misura superiore a qualsiasi altro club. Degli sponsor apprezza il sostegno, ma sa che a causa Coronavirus dovranno inevitabilmente ridimensionare il proprio impegno, oltre a recuperare nella prossima stagione la visibilità non avuta negli ultimi mesi. Più di tutto, però, ad Aldo Vanoli brucia la separazione da Meo Sacchetti, l’allenatore guru, il ct della nazionale, l’uomo dei miracoli che considerava un fratello e da un giorno all’altro - accusa - gli ha chiesto di stracciare il contratto che lo legava a Cremona per altri due anni e se ne è andato Bologna. «Non ha neppure avuto il coraggio di venirmelo a chiedere di persona, guardandomi in faccia - confessa Vanoli -: mi ha telefonato e mi ha detto di parlare con il suo procuratore...».
Chi conosce Aldo Vanoli - dalla figlia Ruth, suo braccio destro, riferimento costante e consigliere, al vicepresidente Davide Borsatti - sottolinea che fra tutti i fattori negativi delle ultime settimane «il tradimento di Meo è stato per Aldo la delusione più grande». Tanto grande da fargli maturare l’idea di mollare tutto: chiudere baracca e burattini o vendere la società e mettere prematuramente fine alla favola della Vanoli. Una tentazione concreta, più che una minaccia, dopo che una prima richiesta d’aiuto lanciata alle istituzioni e al mondo imprenditoriale è caduta nel vuoto. Era il 20 maggio quando Aldo Vanoli ha reso pubblica una lettera aperta indirizzata, fra gli altri, al presidente nazionale della Federbasket, Gianni Petrucci: «Da settimane lavoro incessantemente per provare a dare un futuro alla pallacanestro a Cremona - aveva scritto -. Purtroppo la pandemia, con tutte le sue conseguenze, ha colpito duramente il nostro territorio ed anche le aziende, che sono la prima voce del budget sportivo. Il nostro, in questo momento, non è minimamente sufficiente per ipotizzare il proseguimento dell’attività sportiva e per poter garantire il rispetto degli impegni assunti che ci ha sempre contraddistinto. Abbiamo costruito una realtà solida che ha sempre funzionato grazie anche al sostegno di persone appassionate che hanno messo a disposizione il loro tempo, le loro competenze e le loro risorse economiche. Ma in questo momento non è più sufficiente. Negli ultimi anni - ha rivendicato il presidente - abbiamo dimostrato con i fatti di puntare su giovani giocatori italiani, fungendo da trampolino di lancio per la loro carriera. Un progetto stimolante, ambizioso, programmato e pianificato, ma ora in standby a causa di questa grave situazione sanitaria ed economica. Voglio credere ancora di riuscire a non disperdere tutto il patrimonio di esperienza, di organizzazione e di relazioni che in questi anni ha permesso al movimento di crescere sul territorio. Faccio pertanto appello a chi voglia investire nel mondo dello sport: mi auguro di trovare nuovi imprenditori disposti ad affiancarmi, a entrare in società con noi o a proseguire nel progetto che abbiamo costruito con dedizione, sacrificio e trasparenza per garantire un futuro all’attività della società che appartiene a tutto il territorio». Appello accorato, risultati zero: tanti contatti, tanti campanelli suonati, nessun risultato concreto. Al massimo una pacca sulla spalla: «Capisco, mi dispiace, ma non è il momento». Così, giorno dopo giorno, Aldo Vanoli si è sentito sempre più solo, ha percepito il pregiudizio di una parte della città che non ha mai sentito la squadra davvero sua («La Vanoli? Fantastica! Ma non è di Cremona: è di Soncino...») fino a farsi rodere dal dubbio: «Ma chi me lo fa fare? Perché dovrei mettere a rischio la mia azienda e la mia famiglia se il futuro della Vanoli e del basket non interessa a Cremona e ai cremonesi?». Il dubbio è progressivamente diventato tormento e ora è arrivato il momento delle scelte decisive: oggi, per esempio, per tutte le società scade il termine per chiudere le pendenze della passata stagione, con il cosiddetto «bollettino Covid». «Lo pagherò, perché altrimenti perderei il titolo sportivo, ma questo non significa che ci iscriveremo al prossimo campionato: al momento le possibilità di continuare non superano il 20%», confessa Vanoli nell’intervista rilasciata in esclusiva a La Provincia che trovate nelle due pagine che seguono. «è un passaggio tecnico, per evitare di scomparire d’ufficio – spiega Aldo Vanoli - ma non voglio illudere nessuno. Anzi, in mancanza di novità, fra tre giorni libererò i giocatori e tutti i dipendenti sotto contratto, perché hanno diritto a trovarsi un’altra sistemazione». La successiva scadenza è lunedì 15 giugno: la scelta della categoria. «Ma niente A2 – ribadisce Vanoli -: o la A1 o niente».
Pochi giorni, dunque, per vivere o morire (sportivamente). Tanto che la richiesta di aiuto diventa un ultimatum, non in termini ricattatori, ma della serie: «Se qualcuno è disposto ad aiutarmi, lo faccia adesso o… taccia per sempre». «Se entro una settimana, massimo due, nessuno mi dà una mano, è finita», ammette il presidente. Che cifre non ne fa, ma che all’appello manchi un milione di euro. «Chi vuole aiutarmi, può diventare il title sponsor, dare il suo nome alla squadra, e può convertire il contributo in quote della società - propone Vanoli -. Di fronte a un progetto che garantisca un futuro al basket cremonese, sono anche pronto a farmi da parte. Se serve, perché chi vuole investire non ha competenze specifiche, sono disposto a mettere a disposizione la mia esperienza restando finché serve in veste di traghettatore, intanto che la nuova proprietà si organizza». Ultima spiaggia, in alternativa: la cessione della società. La Vanoli potrebbe essere acquistata e poi trasferita in un’altra città, desiderosa di giocare in A1. Per Cremona - per sua immagine, il suo sistema economico, il suo territorio - sarebbe una grave perdita. La speranza di Aldo Vanoli e dei tifosi biancazzurri è che, come nelle favole più belle, all’ultimo momento spunti un «cavaliere bianco» capace di risolvere tutti i problemi e di scrivere il lieto fine. Ma la rosa dei possibili candidati è tutt’altro che ampia. «Nella situazione attuale, senza diritti tv e senza certezze sulla presenza del pubblico nei palazzetti, solo un pazzo potrebbe investire nel basket», osserva un manager specializzato in compravendite societarie. Un pazzo o... un innamorato pazzo: di Cremona o del basket. «La vita è questa. Niente è facile. Nulla è impossibile», ha scritto il poeta Giuseppe Donadei. E chissà che per una volta il cuore non prevalga su ragione e portafogli.

Aldo Vanoli ieri mattina è venuto in redazione a La Provincia. Solo un anno fa era venuto con la Coppa Italia in mano. Ora con la mascherina e con l’iscrizione del club alla prossima serie A a forte rischio.

Presidente, basta il Coronavirus per spiegare una simile crisi?
«Il virus è la goccia che ha fatto traboccare il vaso, perché mette in dubbio la presenza del pubblico al palazzetto e perché ha ridimensionato gli aiuti degli sponsor: in queste condizioni per noi diventa troppo impegnativo continuare. Dopo questi anni, dopo i successi dello scorso anno, ci saremmo aspettati più vicinanza e non solo una pacca sulla spalla».

Tanti complimenti, tutti sul carro del vincitore, ma nel momento del bisogno pochi aiuti?
«Esatto. E diventa inevitabile che ci si rifletta. A me è capitato durante i giorni di degenza. Quando ero con l’ossigeno, spesso per distrarmi pensavo alla pallacanestro e ho messo in fila le priorità. Come me tanti imprenditori: l’azienda, i dipendenti, la famiglia... Non sappiamo come sarà questo autunno, sia a livello economico che sanitario e ovviamente sportivo. Le probabilità che ci siano altre situazioni difficili sono alte. Nei palazzetti potrà entrare la gente? Se sì, quanta? Ho appena ricevuto dei chiarimenti dalla Fip, cinque pagine di regole tra responsabilità, normative ecc. ».

Il 20 maggio ha scritto una lettera aperta indirizzata al presidente federale Gianni Petrucci. Qual è stata la risposta?
«Petrucci ha cercato in tutti i modi di rassicurarmi. Impegnandosi a portare avanti molte richieste, partendo dal credito di imposta per gli sponsor. Ad oggi però non ci sono novità».

E la Lega Basket cosa dice?
«Nell’ultima assemblea si è quasi ignorato il problema virus, come se niente fosse...».

Troppa fretta di ripartire?
«Tante squadre sono impegnate nelle coppe europee. Per loro prima si inizia e meglio è. Contano sempre gli interessi dei grandi club».

Prima i furbi e poi gli onesti?
«Possono dire che essere stati una società virtuosa, al di là dei complimenti, non ha pagato e non paga».

Ha parlato anche con il Comune: cosa le ha detto il sindaco?
«Avevo chiesto un incontro per mettere al corrente le autorità della situazione attuale e delle prospettive. Non ultima, quella che cedendo la società si cedano i contratti e le attività, il diritto di superficie e anche le proprietà della società come il parquet e la tribuna. È giusto che sapessero tutto. Se domani si dovesse presentare qualche acquirente da fuori Cremona, pronto ad avanzare pretese, sanno come stanno le cose. Il sindaco Galimberti si è impegnato nel provare a dare una mano. Ma anche in questo caso non ci sono risposte».

Il mondo imprenditoriale cremonese come ha reagito?
«Sostanzialmente ci hanno risposto quelli che già erano vicini alla nostra realtà. Molti dei nostri sponsor hanno dato la loro adesione, magari con qualche aggiustamento, ma non si sono tirati indietro. Dal resto del mondo imprenditoriale nessuno contattato».

E dai tifosi?
«Ho ricevuto parecchie mail e messaggi di vicinanza. Mi hanno detto ‘comunque vada grazie, sono stati dieci anni meravigliosi’. È stato piacevole leggerli».

Dando per scontato che si chiuda, però...
«Tutti sperano di proseguire, ma se non dovesse succedere non c’è rabbia».

Qualche lamentela?
«Anche. Qualcuno ci ha accusato di cose assurde. Mi è venuto il nodo alla gola quando ho visto quanti hanno chiesto il rimborso dell’abbonamento. Nelle altre realtà di A non è stato così».

Cosa è successo con Sacchetti?
«Meo aveva ancora due anni di contratto, senza uscita. Lunedì 11 mi ha chiesto un appuntamento e ci siamo visti. Era un po’ teso, perché aveva raccolto voci secondo le quali avevamo dei problemi e c’era il rischio di chiudere. Gli ho detto chiaramente che anche per noi stava iniziando la Fase2 e che dovevamo avere il tempo di chiarirci le idee. Ho chiesto tempo, ma lui aveva fretta di partire con il progetto italiani, che in realtà era già in piedi prima della Final Eight. Gli ho chiesto di avere pazienza qualche giorno. Il venerdì c’era l’assemblea Lega e anche quello poteva darci qualche indicazione. Mi ha chiesto ‘mi raccomando che sia entro il 15 giugno’. Al martedì pomeriggio mi ha telefonato dicendomi che aveva urgenza di parlarmi. Quando mi ha detto così ho capito che qualcosa non stava andando nel verso giusto. Al mattino seguente, alle 9, ci siamo sentiti. Mi ha detto ‘Aldo, vista l’incertezza io avrei un’offerta urgente. da prendere o lasciare’. Non mi ha detto con chi, gli ho chiesto di avere pazienza. Mi ha detto che sarebbe stato meglio parlarne con il suo procuratore. Me lo ha passato, ma in quel momento non avevo tempo e gli ho chiesto di rinviare la cosa al pomeriggio. Alle 17 ho risentito il suo agente che ha esordito dicendomi che per Meo c’era un’offerta interessante dalla Fortitudo. Le sue parole sono state ‘ spero tu sia contento che ti sollevo da un contratto oneroso per i prossimi due anni’. Siamo stati quindici minuti al telefono, i miei nipoti lo sapevano già, lo avevano letto sui social... Dire no non avrebbe avuto senso, se quello era il suo desiderio. Quindici minuti dopo casualmente avevo già sulla scrivania la rescissione. C’è stata la tentazione di far saltare tutto».

Sacchetti dice di aver presentato quattro proposte tecniche a cui non ha mai avuto risposta.
«Non è vero. Sul progetto italiani stavamo lavorando. Sapevamo che qualche giocatore, in ottica Nazionale, avrebbe accettato anche un ingaggio più basso. Avevamo parlato anche di affrontare una coppa europea. E forse il mio no ha fatto saltare i primi bulloni. Non sono mai stato del parere, anche perché sarebbe stato più difficile reperire risorse. È vero che a livello europeo i giocatori maturano più in fretta, ma la situazione attuale non dà troppe certezze. Parlo degli spostamenti, in aereo e pullman, soprattutto a quali costi? Fare tutto al buio mi sarebbe sembrato troppo rischioso. Mi è stato detto che i giocatori avrebbero anche chiesto meno, è vero. Ma se le cose fossero andate bene, a forza di premi, i costi si sarebbero gonfiati ancora di più. Visto che noi siamo abituati a pagare fino all’ultimo euro, non mi sembrava il caso di non poter onorare le promesse».

È più forte la delusione per aver perso un bravo allenatore o per come è finita?
«Per come è finita. Da allora Meo non l’ho più sentito. Gli ho scritto su whatsapp a mezzanotte e poi alle 5, dopo aver letto l’intervista che ha rilasciato a La Provincia. Gli ho raccontato della stomachevole telefonata con il suo procuratore e gli ho chiesto se avesse perso un po’ di memoria. Che in caso gli potevo ricordare qualche scambio di opinioni. Ho chiuso con in proverbio che dice ‘non fare del bene se non sei pronto all’ingratitudine’».

Dopo Sacchetti ha lasciato anche Vacirca.
«Gianmaria è rientrato in pista con Sacchetti. Ci siamo telefonati parecchio per il discorso del progetto italiani, soprattutto durante la lunga quarantena. Lui, che lavora nel settore calzaturiero, era d’accordo con me sul fatto che fosse impossibile pensare al futuro del basket con una situazione del genere. I progetti erano belli, ne avevo parlato anche con Petrucci. Ma per poter andare avanti non bastano i soldati: servono le munizioni! Vacirca è sempre stato attaccato a Meo e mi aspettavo che lasciasse. È stato bravo in questi anni, ma l’anno scorso abbiamo preso anche due belle cantonate. Tanto poi ha sempre pagato il conto Pantalone...».

Poi Fioretti, il vicecoach.
«Era già stata concordata la sua uscita, con coach Sacchetti».

Addio a tutto il roster?
«Con Stojanovic siamo usciti senza penali, con De Vico abbiamo pagato noi per chiudere in anticipo l’accordo. Abbiamo ancora in carico Akele, Ruzzier e Palmi. Gli altri sono liberi, ma c’è la possibilità di rinegoziare».

Anche con Diener?
«Sono due settimane che non lo sento».

L’ipotesi che diventi coach?
«Non ha il patentino. Poi c’è l’aspetto caratteriale. Trevis è un professionista esemplare. Già al sabato è in ‘ritiro’ prepartita. Prima della della gara è talmente concentrato che difficilmente saluta: troppo concentrato. Sia chiaro: è un pregio».
Quanto costa una stagione in A?
«Tanto. Più di quanto pensi la gente. Niente numeri».

In che ordine?
«Essendo professionisti i contributi incidono tantissimo».

A differenza del calcio pochi diritti tv e poco mercato. La società si regge grazie agli sponsor e alla biglietteria.
«Gli abbonamenti e i biglietti non arrivano a incidere oltre il 10 per cento. Il 90 per cento è coperto dagli sponsor».

Cosa mancherebbe ora all’appello per poter ripartire?
«Io voglio salvare il basket a Cremona. Al di là che adesso esistano altre realtà come la Juvi, quando siamo arrivati da Soresina 11 anni fa a Cremona di basket, a parte gli oratori, c’erano solo i ricordi, non c’era niente. Nei primi anni della serie A1 era entrato anche Matteo Bonetti, che poco dopo è anche uscito. In un secondo tempo ha poi preso il titolo della Juvi per ricominciare con Brescia. In quel momento non c’era preclusione nemmeno a creare la Juvi Vanoli».

Riproviamo. Chi fosse interessato a entrare cosa dovrebbe mettere e cosa avrebbe?
«In cambio può avere buona parte della società e poi tanta visibilità, il nome della squadra, il primo sponsor. O il doppio nome come successo con Braga anni fa».
Se non arrivasse nessuno?
«Oggi pagheremo la rata dovuta alla Fip, per non perdere l’affiliazione. Ma senza acquirenti entro pochi giorni la società cesserà l’attività sportiva. Andremo avanti solo a livello burocratico. Sarebbe un brutto colpo».

Venderebbe la società o il titolo sportivo?
«Il titolo sportivo lo puoi cedere a un’altra società che si impegna a tenerlo nella stessa città grazie al lodo Salvacittà. Questo è utile per chi non è virtuoso. La vecchia società fallisce e la città conserva la sua squadra. Non è proprio il nostro caso visto che non abbiamo debiti. Se dovesse arrivare un gruppo da fuori comprerebbe tutto e poi cambierebbe il nome e la sede. Io stesso quando ho acquistato da Secondo Triboldi il 60% delle quote ho cambiato subito il nome del team intitolandolo a mio padre Guerino».

Il costo delle giovanili?
«Lo scorso anno almeno 300 mila euro comodi. Tra pullmini, staff, tecnici e pagare le palestre al Comune...».

Le pesa quando le dicono che la squadra è di Soncino?
«Molto...».

Perchè un’idea di una A2 non è presa in considerazione?
«Questione di costi. In A2 ci saranno meno contributi, ma spesso e volentieri alcuni giocatori prendono di più che in A1. Poi quando ti sei abituato a un certo palcoscenico...».

Lei la società la vuol vendere o cedere: chi la vuole comprare le deve dare dei soldi?
«Una squadra di serie A2 che vince il campionato per giocare in A1 deve pagare 250 mila euro di tassa d’ingresso, più tutte le tasse Fip, e deve rilasciare una fideiussione minimo di 250 mila euro. Chi entra, se permette, che paghi almeno queste cose. Quando siamo stati ripescati tre anni fa abbiamo dovuto pagare alla Fip 125 mila euro».

Che scadenze si è dato?
«Entro tre giorni libererò tutti i giocatori e i membri dello staff sotto contratto. È una questione di rispetto. Se poi arrivasse un investitore e dovessimo fare la squadra non sarebbe un problema ripartire da zero. Diciamo che i primi giorni di luglio saranno il termine ultimo».

Come sta adesso, presidente?
Vanoli tira un lungo respiro e si prende una pausa di qualche secondo prima di tornare a parlare: «Il Covid mi ha segnato. Dovrei chiudere gli occhi e pensare a quei momenti. Sono stato io ad andare in ospedale ed è stata la scelta giusta. Però. in sala d’attesa vedere tutta quella gente disorientata mi ha segnato. C’era una grande organizzazione. Nel giro di un’ora sono passato dal tampone alla Tac, come tutti. Poco dopo i risultati davano l’indicazione precisa. Quando ti senti dire ‘ci spiace, ma deve fermarsi qua’ non è facile».

Quanti giorni ha fatto in ospedale?
«Ho fatto solo una settimana, poi ho continuato a curarmi da casa. Mi sono isolato per 3-4 settimane, ho messo su qualche chilo. Mia moglie mi viziava un po’... Tutti i giorni l’ospedale mi ha chiamato per controllare la situazione. Però fisicamente il conto è salato da pagare. Non è che al tampone negativo tutto torna come prima. Dicono ci vorrà del tempo, ma l’esperienza non ce l’ha nessuno».

Il ricordo più brutto di quel periodo?
«Le prime notti. Mi sono passate davanti le cose che avrei voluto fare, ma che non ho fatto».

Quella è paura di morire.
«Quando quello al tuo fianco sta rantolando è normale fare certi pensieri. I sogni che ho fatto erano di fatto incubi. Sempre gli stessi, la paura di infettare qualcuno della mia famiglia. Di far soffrire gli altri per colpa mia».

Chi dice che dopo il Covid si diventa migliori?
«È come quando dicono che con l’età si migliora. Quando invecchi invece diventi meno paziente e poi tante altre cose... Forse si diventa più egoisti».

In questo momento qual è la percentuale della partecipazione della Vanoli al campionato di serie A?
«Il 20%».

Il suo appello?
«Chi vuole salvare il basket a Cremona, non la Vanoli, si faccia avanti perché siamo agli sgoccioli. Sono pronto sia a fare un passo indietro sia a dare una mano a eventuali imprenditori a fare una sorta di avviamento».

Ha preparato all’eventualità la sua famiglia?
«Sì, è inutile nascondersi. In casa ci diciamo sempre la verità».

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11 Giugno 2020