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Martedì 26 Gennaio 2021

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TEATRALIA

Andrea Cigni alla guida del Ponchielli: "Onorato di essere qui"

Andrea Cigni alla guida del Ponchielli: "Onorato di essere qui"
Nicola Arrigoni

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Non ha ancora allestito il suo ufficio, Andrea Cigni, il nuovo sovrintendente della Fondazione Teatro Amilcare Ponchielli, casual in uno spezzato à la page, si è appena confrontato con il personale, quando lo incontriamo. «Ho spiegato loro quale è la mia idea di lavoro – spiega -, ho raccontato come intendo operare, pur nell’incertezza del periodo che stiamo attraversando, in attesa del nuovo Dpcm, sperando in indicazioni sul futuro dei luoghi della cultura».

Che effetto fa essere in teatro oggi, dopo le traversie dei mesi scorsi?

«Che effetto fa? Per me è un effetto di normalità. Io sono un uomo di teatro e quindi per me essere in teatro è normale, lo è in quanto artista, lo è anche in questa veste di operatore culturale. L’idea che alla direzione di un teatro ci sia un uomo di teatro mi piace, credo possa rappresentare un valore aggiunto. Insieme agli aspetti dell’organizzazione, della gestione delle risorse può così coesistere un’attenzione particolare a ciò che accade in palcoscenico, alle esigenze degli artisti. Si tratta di un’alchimia delicata e preziosa, ma il teatro è fatto di alchimie delicate e a loro modo uniche. Pensiamo ai tanti registi che hanno diretto i teatri, Giorgio Strehler per il Piccolo Teatro e oggi Claudio Longhi, ma anche Luca Ronconi sempre al Piccolo, oppure Cesare Lievi e prima Sandro Sequi e prima ancora Massimo Castri al Ctb di Brescia».

Come dire l’esperienza artistica può coesistere con quella manageriale?

«Certamente. I miei anni di esperienza in teatro, qui dal 2003, poi a Brescia al Grande negli ultimi tre anni, nella direzione del festival Orizzonti in Toscana contribuiscono a formare il mio essere persona di teatro, ho avuto modo di capire come funziona la macchina teatrale, al di là dell’aspetto creativo e artistico. Questo mi aiuterà senza alcun dubbio, oltre ad aver conseguito le teoriche in ambito accademico».

Assume il ruolo di sovrintendente in un momento pieno di incertezze. Come e quando immagina la riapertura del Ponchielli?

«Bisogna lavorare per una riapertura nei tempi che saranno concessi dalle regole e dalla pandemia. Certo la pandemia ha cambiato il modo di fruire e pensare il teatro. Ieri Romeo Castellucci (regista italiano e artista di fama internazionale, ndr) diceva una cosa, assolutamente condivisibile, il teatro è carne, si fa in presenza. Tutte le altre forme di fruizione: streaming, in video, in chat sono altre cose. Non significa che non siano legittime e utilizzabili, ma il teatro è altra cosa. La nostra attenzione deve andare nella direzione del recupero della ritualità che è la chiave del teatro».

Cosa intende dire per ritualità?

«Mi riferisco alla modalità con cui ci si prepara alla fruizione di un contenuto. Ritualità e condivisione in presenza di un racconto in parole e o in musica sono il dna del teatro, dello spettacolo dal vivo. Un concerto, un’opera lirica, uno spettacolo di prosa e di danza vivono non solo nel loro svolgersi sul palcoscenico, ma nell’incontro fra artisti e pubblico, nell’incontro in sala e nello scambio di emozioni. Questo dobbiamo ricostruire».

Tutto ciò si può dire per ogni teatro, ma nello specifico per il Ponchielli: qual è la prospettiva d’azione?

«La volontà è di aprire quanto prima, ma bisogna poter dare fiducia alle persone per tornare a teatro. Non basterà aprire perché il pubblico ritorni. Bisognerà fare in modo che chi ritorna in sala si senta sicuro, protetto. A questo sarà necessario porre attenzione. Il Ponchielli è un teatro che vive di una prestigiosa storia, ma è anche spazio della comunità, luogo in cui i cremonesi si sentono a casa, una casa che voglio sicura e accogliente».

Come pensa di misurarsi con la storia del teatro e con l’eredità lasciata da chi l’ha preceduta e che ha gestito il teatro per più di trent’anni?

«È  naturale che di quella storia debba tener conto. Sono stato anche io partecipe di questa storia negli anni che ho passato qui. Mi piace aver condiviso momenti belli e intensi nel ruolo non solo di regista lirico. Il teatro Ponchielli ha una storia importante e una sua tradizione. Sulla base di questo c’è voglia di progettare il futuro, attraverso una visione da condividere col personale che lavora con me».

Quale è la visione del sovrintendente Andrea Cigni?

«Nella mia visione del Ponchielli che verrà devo tenere conto di due aspetti: il legame con la comunità da un lato e dall’altro le potenzialità di dialogo con un contesto di carattere nazionale e internazionale».

Cosa intende per legame con la comunità?

«Il teatro svolge un ruolo sociale. Lo ha sempre fatto, è nella sua stessa natura, è luogo di comunità per eccellenza, spazio in cui ci si ritrova. E il Ponchielli lo ha fatto nel coltivare e promuovere attività legate ai ragazzi, al pubblico della terza età, nel dialogo con le istituzioni della città. Questo è un patrimonio sociale importantissimo, lo dicevo prima ai miei colleghi. Il Ponchielli inoltre riunisce tutte le forme d’arte: musica, prosa, lirica, danza. Rispondere alle esigenze della comunità è importante, ma non basta».

In che senso non basta?

«Cremona ha una grande e importante tradizione culturale che la rende unica al mondo. È la città dei violini, è la città di Monteverdi, l’inventore del melodramma, è la città di Ponchielli. Il teatro Ponchielli, il Teatro della Concordia – così si chiamava – ha il dovere non solo di custodire e sviluppare questa identità e forte tradizione culturale, ma anche di promuoverla all’esterno, di divulgarla e di renderla visibile a tutti. Il Ponchielli dovrà tener conto delle esigenze della comunità all’interno della quale agisce, ma anche essere un luogo per rilanciare all’esterno l’immagine di una città che è unica e ricca di tradizione culturale. Attraverso il teatro dare visibilità internazionale alla città: ciò può accadere non solo grazie al Ponchielli, ma con un sistema cultura che oggi più che mai è importante costruire. È vero che siamo chiusi al pubblico in questo momento, ma siamo aperti come comunità di lavoratori dello spettacolo, pronti a dialogare con la città, accoglierne le istanze».

L’assessore Luca Burgazzi immagina il ruolo del Ponchielli come soggetto principe nella promozione e organizzazione degli eventi spettacolari della città, al di là del teatro come spazio fisico.

«Il Ponchielli può e deve mettere a disposizione le sue competenze tecniche, la sua esperienza per promuovere spettacoli dal vivo tutto l’anno, nel rispetto delle singole identità, offrendo il proprio sapere e professionalità, fungendo da coadiutore delle diverse necessità».

Quanto la sua formazione di regista lirico può condizionare la sua azione di sovrintendente?

«La mia passione è legata all’opera, ma non significa che si esaurisca con l’opera. Ho una conoscenza del teatro di prosa, conosco attori, attrici, registi, nuove tendenze. Ho una curiosità sullo spettacolo a tutto tondo. La mia passione per l’opera si manifesta quando faccio il regista, quando vesto il ruolo di organizzatore la metto da parte e dialogo con gli altri generi, nella consapevolezza di dover gestire un teatro in cui tutte le arti debbano essere rappresentate e proposte al pubblico».

Come si immagina la stagione 2021?

«Ci stiamo lavorando, ma certo dovremo pensare non a contenitori rigidi, come le stagioni tradizionali. Se va bene partiremo a primavera, ma la primavera va da marzo a giugno e si capisce bene che la programmazione sarà commisurata alle condizioni in cui ci è dato di agire e alla tempistica. Ci sarà il Festival Monteverdi che è la rassegna identitaria della programmazione cremonese. Penso a un cartellone unico in cui troveranno spazio diversi generi, l’opera lirica, la sinfonica, la danza e la prosa… L’idea è quella di una proposta che possa essere in grado di mischiare i pubblici, sollecitare la curiosità dello spettatore. La stagione sarà unica, ma al suo interno ci saranno filoni dedicati ai diversi linguaggi. In questo modo non si limiterà l’opera al mese di ottobre o novembre, ma sarà possibile andare all’opera anche a marzo e la stessa cosa varrà per gli altri generi che solitamente hanno tempi definiti e rigidi. Mi piacerebbe che il pubblico  assaggiasse un po’ tutte le proposte messe in atto dal teatro, partendo dal genere che preferisce, ma non precludendosi altri linguaggi».

Nel 2021, dunque,  ci sarà una programmazione ridotta?

«Aprendo  a marzo o ad aprile ci perdiamo sicuramente tre mesi buoni, ma poi la stagione potrebbe riprendere a settembre. Tutto dipende dall’andamento dei contagi, dalle possibilità di riapertura che saranno date ai teatri e alle sale di spettacoli».

Un po’ come al Grande di Brescia?

«Ciò che fa Umberto Angelini al Grande è una prassi di programmazione che sta prendendo piede un po’ ovunque. Hai un’unica programmazione in cui trovano spazio diverse tipologie di spettacoli. Credo che di questo potranno giovarsene non solo il teatro con la possibilità di una programmazione più fluida, ma anche gli spettatori che avranno a disposizione la possibilità di provare, assaggiare cibi diversi di un  menù che mi aspetto ricco e pieno di novità, mai arrivate in città. Perché lo spettatore della danza non può essere incuriosito dall’opera e viceversa? L’idea è che il cartellone in tutta la sua durata proponga tutti i generi di spettacoli senza soluzione di continuità. Il pubblico sceglie, diamogli la possibilità di farlo».

C’è anche la necessità di rinnovare il pubblico?

«È un’esigenza condivisa da molti teatri. Ma come per una malattia sconosciuta, non abbiamo una ricetta certa, anche col pubblico bisogna andare per tentativi con l’obiettivo di un rinnovamento degli spettatori e un consolidamento del pubblico affezionato del teatro. Tutto ciò per portare uno scambio non solo di linguaggi, ma anche di generazioni di spettatori teatrali».

Quando è entrato nel 2003 avrebbe pensato di esserne alla guida dopo 17 anni?

«Mi sento molto onorato. Il teatro è la mia vita, è il mio quotidiano, ho un grande rispetto per ciò che il teatro rappresenta: un luogo e un tempo in cui «l’humanitas» si rispecchia e racconta».

Come immagina l’apertura della stagione Cigni al Ponchielli?

«Con una grande festa di musica, magari con un omaggio a Ponchielli. La musica è un linguaggio che arriva al cuore, che crea relazione. E magari farlo nel nome di Amilcare Ponchielli, un compositore importante e che merita di essere valorizzato, insieme a Monteverdi e Stradivari».

Un augurio che fa ai cremonesi?

«È di avere sempre presente la bellezza che sono stati in grado di generare nell’arco della storia. Per questo ci riconoscono nel mondo, per Stradivari, Monteverdi e Ponchielli. Non dimentichiamolo»

07 Gennaio 2021